Calciatori in miniera
David Villa, detto El Guaje (il ragazzino, in asturiano).
Il calciatore spagnolo David Villa, campione del mondo in Sudafrica con la sua nazionale, ha inviato due magliette autografate del Barcellona ai 33 minatori bloccati a 700 metri sotto terra in Cile. Villa, figlio e nipote di minatori, ha consegnato le magliette attraverso la direttrice delle relazioni esterne del giornale spagnolo Mundo Deportivo, Cristina Cubero.
Il goleador, che ad otto anni ha visto come suo padre sopravvisse ad un incidente nel quale morirono altri quattro minatori, «è molto preoccupato» per la sorte dei minatori cileni. «Quando David firmava le magliette, quasi piangeva, perché conosce giorno per giorno cosa vivono i minatori», ha spiegato la giornalista spagnola. Una delle maglie è per tutti i minatori e l’altra è per Franklin Lobos, ex centrocampista della nazionale cilena negli anni Ottanta.
Un ex giocatore della nazionale cilena costretto a lavorare in miniera. Il destino che meriterebbero tanti nostri viziati campioni, nazionali e importati.
Gustavo Zerbino, uruguaiano, sopravvissuto al disastro aereo nelle Ande cilene del 1972, bacia Carolina, figlia di Franklin Lobos.
Franklin Lobos, 53 anni, ha vestito la maglia della Roja alle Olimpiadi di Los Angeles nel 1984. Centrocampista dai piedi buoni, «El Mortero Magico», ha vinto un titolo nazionale con il Cobresal. Lasciato il calcio, ha iniziato a lavorare in miniera per mantenere agli studi le figlie Karina e Carolina.













Cito gazzetta.it:
Mio padre, Mel, iniziò a lavorare in miniera da bambino, come guaje. Ci ha passato 27 anni. A 43, quand’era piconero, successe un incidente, un crollo, e lui rimase sotto. Fu tra i fortunati che si salvarono, venne estratto in tempo dai compagni che scavarono per giorni. Non andò bene a tutti: ci furono quattro morti, i superstiti vennero pensionati. Ecco, quando ho sentito dei minatori cileni mi è venuto naturale un salto nel tempo, e sono tornato al mattino in cui arrivarono a casa per dirci che c’era stato un crollo in miniera, e che papà era rimasto sotto. Mi sono ricordato l’espressione della mamma alla notizia, la disperazione mista alla voglia di non smettere di sperare, e mi è venuto da piangere. Io spero ardentemente che i 33 di San José ce la facciano tutti, e tornino presto dalle loro famiglie. Sento sulla mia pelle la loro sofferenza perché la conosco, e so che la cosa di cui più hanno bisogno adesso è il coraggio, quelli che stanno sotto e quelli che aspettano fuori. Quando papà venne salvato, la prima cosa che mi disse fu “David, te lo prometto, tu non farai il minatore, tu giocherai a calcio”
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