Chi controlla la corrente a Elphistone?
Qualcuno fotografa, qualcuno è preoccupato mentre si salpa da Port Galib. Solo questa foto è riferita all’impresa qui narrata da Davide.
Salpiamo da Port Galib alle 7,45. Il mare stamattina pare voler concedere una tregua, tanto attesa da sembrarci doverosa. Il rollio della nostra Venice (tipico nome «da figa» per una barca che nemmeno per scherzo varcherà mai le porte del Canale di Suez) è ben tollerabile e ci concede di armeggiare piuttosto agevolmente con le nostre attrezzature.
Pochi minuti dopo l’uscita dal porto, il rais orienta la prua sui 130 gradi, facendo rotta a sud-est. Siamo diretti al reef di Elphistone. Un nome, un mito. Dopo una settimana di marse e di pianori del cazzo in compagnia di subacquei, più improbabili di un branco di scimpanzè, stiamo finalmente navigando verso un sito da immersioni definito a pieno titolo, uno fra i più belli al mondo. Nella «top ten», praticamente. Due ore di navigazione in mare aperto ci separano dal nostro ambizioso obbiettivo. Per fortuna il pozzetto della Venice oggi è ben più praticabile che nei giorni passati, durante i quali ero costretto a condividere il misero spazio sopra il mio box, con le imponenti mammelle di una tedesca da un quintale e mezzo, delle quali era seriamente problematico evitare ogni accidentale sfioramento. In oltre, l’assenza degli ormai consueti e spaventati «Open water» mette decisamente di buon umore tutti i subacquei a bordo, tracotantemente esperti. Elphistone (per gli arabi: Saab Hamra) è una di quelle immersioni in piena corrente che, se le prendi per il verso giusto, si rivelano un autentico viaggio da favola, ma se per caso ti sbagli nel valutarne la direzione, possono trasformarsi anche in una infernale tragedia.
Non è che sto esagerando tanto per romanzare, parlo di autentiche tragedie, di cui danno esaustiva testimonianza anche alcune lapidi al ricordo, collocate sulle propaggini superficiali del reef. Gli esemplari più ambiti per gli avvistamenti in questo sito, appartengono infatti alla famiglia dei carcarinidi e sono meglio noti, ai più, con i nomi volgari di squalo tigre e squalo longimano. Questo tanto per chiarire almeno l’aspetto faunistico. Per il resto, può bastare il mare da solo, con onde alte tre metri e correnti che variano repentinamente d’intensità e direzione, a far fuori per annegamento qualsiasi subacqueo spompato o disperso.
Sì, sì, hai nasato giusto. Pur senza il tragico epilogo, è proprio quello che sta per capitare a noi questa mattina. Il mare ha cambiato idea ed è tornato a sbattere come un forsennato. Sulla piattaforma di poppa sembriamo dei dannati, aggrediti alle spalle dalle nostre stesse attrezzature, che tentano di abbarbicarsi all’aria, nella vana ricerca di un appiglio. La prima guida si tuffa per il check corrent e quando riemerge, sentenzia che non c’è corrente. A uno a uno ruzzoliamo fuori bordo come in una serie di sketch tragicomici stile Paperissima e, miracolosamente illesi, iniziamo subito la discesa senza perdere tempo nel farci schiaffeggiare dai marosi. Il reef di Elphistone è una gigantesca «pinna dorsale» che si staglia sulla schiena degli abissi, innalzandosi fino alla superficie del mare. Orientata sull’asse nord sud, espone i due versanti più ampi e verticali, rispettivamente a oriente e a occidente, ed è lungo queste due pareti che, normalmente e a favore di corrente, si svolgono le immersioni. Evidentemente siamo un gruppo che ispira una certa fiducia, in quanto la nostra guida decide subito di condurci oltre l’estremità nord, nell’etereo blu, alla ricerca dei mitici squali di questo luogo. Inizio a preoccuparmi subito, in quanto questa scappatella un po’ fuori dalle righe, non sta avvenendo contro corrente come dovrebbe, ma in pieno favore, e non ci vuole un oceanografo, uno stratega della marina militare per capire che, finita la «puntatine» ce la dobbiamo smazzare tutta al contrario per riguadagnare il reef. Ormai è fatta, è evidente che la corrente (c’è eccome) proviene da sud e che ci siamo tuffati quindi nel posto sbagliato.
Arrivo al campo per immersione da terra.
L’immersione sarà soltanto una lotta per tornare al reef e non farsi portare via. Comincio a «slumare» i miei compagni, cercando di capire come andrà a finire. Riccardo, con i suoi 24 anni e la chioma rasta che fluttua come un octopode a mezz’acqua, è quello che preoccupa meno. Fisico atletico, baldanza da vendere, un brevetto da assistente bagnante. Cazzo vuoi di più dalla vita. Speriamo solo che non faccia il coglione. Robertone, suo papà, 110 chili di istruttore federale, un cuore d’oro sempre pronto ad aiutare qualsiasi compagno in difficoltà come fosse un allievo, anzi, per lui chiunque gli stia di fianco, è un suo allievo. In acqua, la sua presenza è una certezza, un segno, una traccia di solidarietà singolarmente umana, che nell’ambiente sottomarino è piuttosto atipica (e non alludo solo alla fauna ittica). Purtroppo è fornito anche di una coppia di polmoni in grado di ventilare in breve tempo un’intera bombola, intesa nella sua «totalità», cioè, contenuto e contenitore metallico pure.
Siamo già di «bolina» da un po’ e, a poca distanza da me, tentano di contrastare la corrente i coniugi Marzoli, fedelmente accoppiati anche a 37 metri di profondità. Lui è un neopromosso istruttore Fias, lei un sub di terzo grado della medesima scuola. Abbiamo fatto poche immersioni insieme, ma soprattutto, non li ho mai visti affrontare situazioni di difficoltà. Oggi, purtroppo, vedrò come se la cavano.
Il mio buddy è, come ormai consuetudine in queste vacanze egiziane, il mio carissimo amico Paolo, al quale Iddio onnipotente ha fatto dono di una grande testa, mettendogliela tutta sulle spalle, dimenticandosi però di fornirgli anche quella del femore, in entrambe le gambe. Questa condizione lo colloca normalmente quasi più a suo agio in acqua che sulla terra ferma, ma se si tratta di pinneggiare sul serio, sono cazzi amari più per lui che per chiunque altro. Il rumore delle bolle in eccesso e il sibilo forzato degli erogatori, disintegra ogni emozione possibile, lasciando spazio solo all’affanno e alla conseguente ansia. La Co2 aumenta nel nostro sangue e inizia inesorabilmente ad avvelenarci il corpo e la mente. Perché io continuo a pensare a come stanno gli altri? Mi sento vecchio e fisicamente «passatello» nell’affrontare queste situazioni, eppure, continuo a guardare i miei compagni d’immersione quasi fossero l’unica mia preoccupazione. Mi riesce difficile credere che si tratti di una sorta di «sindrome» del buon samaritano, è qualcos’altro che mi spinge a preoccuparmi di loro. In fondo son ben consapevole che, di per me stesso, raggiungerei il reef e di seguito la superficie su di esso senza grossi problemi, quindi il dilemma è tutto umano e non semplicemente «pratico».
Se il mio compagno scoppiasse e si lasciasse inghiottire dal mare, lo abbandonerei al suo destino, magari subendo il tormento dei rimorsi, pensando soltanto a salvare il mio culo oppure, rischierei anche la mia pelle pur di non lasciarlo solo? Tanto tempo fa mi sono trovato nella situazione di dover scegliere. Avevo poco più di vent’anni:
io ero riuscito a raggiunge la riva, il mio amico François no. Stava decisamente annegando. Non ci pensai neanche un secondo e mi rituffai nella corrente per andarlo ad acciuffare. Appena lo raggiunsi aveva ancora un minimo di forze e cercò subito di attaccarsi alle mie braccia. Gli dovetti strappare le mani di forza per evitare che facesse annegare anche me. Ricorderò per sempre il suo sguardo, in quel preciso istante, lo sguardo di disperazione di un giovane che stava per morire e che non si spiegava come mai fossi arrivato fino a lui per poi rifiutargli l’appiglio. Dovetti aspettare che perdesse i sensi, per riuscire in qualche modo a sospingerlo lungo il traverso della corrente. Le sue braccia smisero di agitarsi, la sua bocca cessò di ansimare e di ingurgitare acqua, smise di tossire, di guardare, di esistere. Era diventato pesante, tendeva ad affondare. Ricordo che mentre lo spingevo o lo trascinavo, cercavo di parlargli, di confortarlo, ma lui era completamente esanime. Non aveva potuto far altro che lasciare il suo destino nelle mie mani. Avevo l’adrenalina a centomila, sapevo che mi restava solo qualche minuto prima di ritrovarmi a trascinare un cadavere e dovevano saperlo anche i coccodrilli che abitavano le sponde del fiume, di cui sentivo gli occhi sempre più puntati addosso. Il pensiero che un paio di fauci, in pochi secondi, avrebbero potuto porre fine alle nostre esistenze mi faceva infuriare. Quando raggiunsi la riva mi scoprii feroce e sbraitante come un babbuino, incazzato nero, avrei preso a morsi anche un caimano pur di non subire un attacco, ma dovevo pensare a rianimare François, che in fondo, era la preda più facile. Aveva la bava degli annegati attaccata al collo, fino al petto. Gli praticai in qualche modo un’empirica manovra di rianimazione cardiopolmonare e, quando Dio lo volle (non certo per merito di quella manovra), tornò timidamente a muovere le palpebre. Continuavo ad urlare, dicendo un mucchio di cazzate, quando la voce del mio esile amico balbettò: «Aza matahotra Davida! Velona aho». Non temere Davide! Sono vivo. Certo che mi ributterei nella corrente, anche adesso! Il problema, semmai, è che non ci ho mica più vent’anni.
Ansa del fiume in cui François rischiò di annegare.
Raggiunto finalmente il reef, cominciamo a risalirne le pendici, sbuffanti e ansimanti come cardiopatici, e con una lentezza estenuante, quasi fossimo nudibranchi, guadagniamo la sommità settentrionale che si trova a quattro metri di profondità. Diamo inizio alla sosta di decompressione che, più che a una sosta, somiglia a un giro in toboga da parco acquatico americano. Il moto ondoso è talmente massiccio e violento che rende impossibile mantenere la posizione. Paolo tenta di stare attaccato a un corallo, ma sventola inesorabile avanti e indietro con la risacca, facendo perno su di esso. Roberto deve aver vuotato la bombola e sicuramente ansima ancora parecchio perché sta lottando, col culo per aria, nel tentativo di non farsi risucchiare verso l’alto dall’ultimo metro d’acqua che lo separa dalla superficie. Riccardo sembra un personaggio dei fumetti della Marvel, e col suo groviglio di serpenti infuriati sulla testa, assume posizioni che ricordano i supereroi, mentre si guardano intorno a scatti per valutare la direzione dalla quale proviene il nemico.
Dall’erogatore del dottor Marzoli escono copiose nubi di bolle argentee, mentre lui, prono e attanagliato ai coralli, non accenna nemmeno ad alzare lo sguardo per dare un’occhiata intorno. Inizierà a imprecare e bestemmiare come un manovale che s’è piantato una mazzata s’un piede, appena sbucato in superficie, perdendo l’aplomb e lo humour che, almeno fino a ieri sera, lo avevano contraddistinto. Quando tutte le nostre testoline spuntano finalmente dall’acqua, il mare è cupo e violento come l’undicesima piaga d’Egitto, nel cavo delle onde sembra di essere dentro al cratere di un vulcano blu scuro, tendente al piombo. Sulla cresta invece, si riesce a lanciare, per almeno un quarto di giro, lo sguardo verso l’orizzonte. Puttana Eva! L’orizzonte. Cazzo! È proprio sulla linea di questo che è finita la nostra barca. Piccoliiiissima! Figa s’è piiiccola! Sembra un chicco di riso in bianco che galleggia ai bordi di un idromassaggio. Quando finalmente ci avvistano (e c’impiegano un po’), fanno partire il gommone per venirci a recuperare. Dalla nostra angolazione il piccolo battello pneumatico è visibile solo a intermittenza (più no che sì), appare e scompare di continuo e non infonde quella fiducia che molti di noi vorrebbero trovarvi.
Infatti, appena giunto sul gruppo, è evidente a tutti che la manovra di abbordaggio sarà difficoltosa e non priva di rischi. Marzoli incrementa la dose d’imprecazioni, come fossero giaculatorie atte a propiziarsi la benevolenza di Nettuno. Riccardo, appena riesce a consegnare al soccorritore la cintura di piombi e liberarsi dal gav, vola per primo come un salmone a bordo dello Zodiac, quasi ruzzolando fuori dalla parte opposta. Suo padre tira un invisibile ma palpabile sospiro di sollievo.
Intanto il gommone continua ad impennarsi, a salire e sobbalzare sulle nostre teste, concedendo brevissimi spiragli di possibilità d’aggrappo, solo l’espressione dell’egiziano che lo governa, lascia capire che finirà tutto bene. Spezzo una lancia, anzi una fiocina, in favore dei marinai egiziani. Gli uomini di mare è come se non avessero nazionalità, sono di mare, come se questo fosse un paese, una grande nazione senza confini, dove le leggi non le ha fatte l’uomo, le ha solo dovute imparare. Quando a venirti a salvare il culo in alto mare, c’è un marinaio vero, sai di essere già salvo. Lo riconosci da come ti guarda, da come si muove, sul quel guscio di noce nel quale tu stesso, siederai con lui.
Eppure mi capita praticamente sempre, tutte le volte che partecipo a una gita in barca qui in mar Rosso (dove per gita non intendo un’uscita a scopo d’immersione subacquea, ma una vera e propria gita), di sentire epiteti all’indirizzo del comandante (il rais), lanciati da qualche italica fanciulla o da qualche suo connazionale di sesso opposto.
«Ma la sa “guidare” la barca sto stronzo?».
«Mi sta facendo venire il mal di mare il marocchino! Non può prendere le onde per un altro verso? Ma dove l’ha imparà a guidar ‘sto beduino de l’ostia…».
Commenti di questo spessore presuppongono, di solito, un’esperienza di navigazione quantificabile in una traghettata sul lago di Garda o in un giretto da Santa Margherita Ligure a Portofino, durante una giornata di bonaccia schifa, dove anche i gabbiani, appollaiati agli scogli, ce n’hanno visibilmente due balle così di aspettare che si alzi un refolo d’aria. La signorina di solito non demorde e, convinta che l’egiziano al timone stia all’origine dei suoi problemi gastrici, rincara la dose rivolgendosi alla guida turistica, smarronandola il più possibile al fine di spedirla «dall’autista» a reclamare uno stile di guida più consono alle sue esigenze, quasi fosse l’armatrice.
Paolo, che normalmente fa già fatica a risalire da una tranquilla scaletta di poppa, è quello che mi preoccupa di più, ma perlomeno ha il buon senso di tacere e risparmiare il fiato per il balzo. Una volta liberatosi da zavorra e attrezzatura verrà salpato brutalmente come un tonno da una tonnara nel canale di Sardegna. Uno alla volta, pian pianino, saliamo tutti a bordo del gommone e vi «prendiamo posto» come una catasta di rifiuti difficoltosa da ammonticchiare.
La prima cosa da fare al sub recuperato dal mare e trascinato in questo pseudo spazio è quella di cavargli le pinne dai piedi, per consentirgli di assumere una qualsivoglia posizione possibile, di suo «gradimento», compatibilmente con lo stato di groviglio umano in cui si trova ad «accomodarsi». In queste condizioni, infatti, è assolutamente inopportuno togliersi le pinne prima di salire a bordo, come invece conviene fare in altre situazioni, poiché sono proprio le pinne, l’unico attrezzo disponibile in grado di aiutarci nello spingerci, autonomamente, fuori dall’acqua verso il bordo dell’imbarcazione. Una volta saliti tutti, il gommone inizia ad arrancare tra i flutti scendendo agevolmente dalle creste, ma risalendo a fatica dalle cave. La nostra guida non ha nulla da dire, fa un timido tentativo per discolparsi, ricordando ai superstiti che il check corrent non lo aveva fatto lui. Fra di noi nessuno ha il cattivo gusto di rinfacciargli qualcosa.
La Venice è ormeggiata in Shamandura all’estremità sud occidentale del grande reef e, messa li, è bella riparata da queste onde del cazzo. Marzoli, neanche a metà transfer, declama ufficialmente fra una Madonna e l’altra che prenderà tutta la sua roba (alludendo all’attrezzatura sub) e la caccerà definitivamente nel rudo (pattume, monnezza), per non tuffarsi mai più.
Sesanta minuti dopo aver riguadagnato la poppa della Venice, siamo tutti (e dico tutti) nuovamente allineati per il passo del gigante della seconda immersione su Elphistone, con partenza (stavolta) dall’estremità sud. Il check corrent direi che lo abbiamo già fatto in maniera estremamente approfondita nell’immersione di poco fa. Saremo fantastici!
Davide «Jacques Cousteau» Boschi














mah…montato un po la testa mi sembra eh!
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Raspo, perché tanta severità? Esagerare un po’ è normale per uno scrittore (soprattutto di mare: prendi me, anch’io l’ho fatto). E dato che Davide è un buon scrittore perché non avrebbe dovuto farsi prendere la mano? Guarda che da quelli parti hanno lasciato le penne in tanti, solo che la tragedia è tale quando è consumata, mentre se porti a casa il culo ti dicono che è una spacconata da bar. Ma questo può dirlo solo chi non c’era. Chi c’era sa che il confine tra restarci e tornare a casa in pedi e impalpabile. Una boccata d’ossigeno in meno, una mossa sbagliato o intempestiva… e diventi uno da commemorare, al bar.
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Uelah’! Non sapevo che a bordo della nave ci fossero gia’ dei subacquei…
D’altra parte una nave senza sub che razza di nave sarebbe.
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Conrad, scusa se ti sono apparso severo…non volevo assolutamente esserlo , solo far notare come hai poi ribadito tu che si intravede tra le righe una punta di esagerazione un pò alla John Wayne e quindi mi sono permesso di evidenziarla.
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Giusto!
John-David Wayne
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Bravo Davide sempre belli i tuoi racconti
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io ero a cena ” la sera stessa” con i protagonisti di questa immersione e tutti raccontavano la loro esperienza di questa non simpatica giornata!!
non c’è niente di esagerato o di troppo condito nella descrizione di questa avventura.
dovevate vedere le loro facce..ma non ho la foto.
leggendoti sembra sempre di rivivere le situazioni…
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Eh Giò, io con la mia faccia sofferente che hai visto a cena ero un caso un po’ a se stante, AVEVO LE COLICHE!!! (le disgrazie non vengono mai sole…) Ed avevo ancora una settimana in Egitto davanti… ora che tutto è passato, te lo dico, ero veramente preoccupato. Ora i miei reni sono a posto (era solo renella, niente calcoli – WHEW!!!)
Le mannagge tirate un po’ nell’erogatore, dai -40 ai -15 e poi fuori tra le onde, erano dovute al fatto che, nella mia esperienza personale, quando potrei fare un’immersione bella (ed Elphinstone da sola giustifica il viaggio a Marsa Alam, almeno per un sub) matematicamente qualcosa mi va sempre storto, anche se il tutto poi si risolve senza danni, ironicamente o fortunatamente… In quei momenti, mi sento un po’ responsabile nei confronti dei miei compagni d’immersione
(
Sarà semplice sfiga? Un dispetto del destino? Un monito di Nettuno a passare alle acque dolci tipo laghetti da pesca, piscine, acquaspinning, vasche idromassaggio, pediluvi (rigorosamente senza sale)? Ci sto ancora pensando
Buone bolle!!
(Salem-u-eleikum a tutti)
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caro dott.Marzoli..sono contenta non fosse niente di grave..
io comunque sono una di quelle che pensa che la sfiga sia sempre inagguata..ovunque..dovunque..solo che non sempre colpisce le persone “giuste”!!
non ti preoccupare per noi..per il gruppo, per i compagni….siamo e saremo forti anche nella prossima avventura!! ( sfiga a parte )
a presto amiciiiiiiiiiiiiiii
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Il racconto dell’avventura è veramente intrigante ma fedele al vissuto .
Avventure come queste “ALLA RICERCA DELLO SQUALO PERUTO sarebbe un bel titolo ?” sono difficili da scordare , ma per nostra fortuna , da poter scrivere sul libretto di immersione “con commenti su cosa non si deve fare”.
Certo che la strizza c’è stata e non poca , a 40 m contro corrente su Elphistone ( una lama di scoglio in mezzo al mare) non è cosa da poco … .
L’ unica foto l’ho scattata nella tappa a 5 m , un napoleone che ci guardava con aria iterrogativa , visto i vicini tanto rumorosi .
La seconda però è stata una vera passeggiata !
BRAVO Davide !!
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Saremmo ben contenti di pubblicare la foto, se Roberto ce la spedisse. Grazie
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Maaaaaa……(io persisto) …..e andare a Milano Marittima o dintorni, nooooo??????
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Brava Samantha! Io non sono stato proprio a Milano Marittima, anche perchè, data l’età e la circonferenza della panza, stare sul bagnasciuga a consumarmi quel poco di vista che mi rimane a contemplare bronzi di Riace e Venerone di Milo mi pare oramai inutile e cronologicamente sorpassato; ho girato mezza Toscana, anche quest’anno, avendo come base un agriturismo da favola, con galline, bovini chianini, maiali tipo cinta senese, faraone, oche,anatre, galline ed un 30ina di gatti. Ma sai, io sono uno, cui dei mari d’Oriente ed Occidente, Rossi, Gialli, Neri, di Mauritius, Maldive, Seychelles&Co. non gliene può fregare di meno. Vorrei continuare a conoscere bene un Paese unico e stupendo come l’Italia, che ho sempre visto invaso da turisti da ogni parte del mondo: nell’agriturismo di cui ti dicevo avevo intorno svedesi, olandesi, tedeschi, due americani di Denver, e due canadesi, intesi come gli abitanti, non le tende. Che dici, abbiamo sbagliato tutto e tutti?
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Sbagliato niente!
Fantastico!!
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adoro la foresta, il fresco, gli scoiattoli, incontrare le marmotte, le caprette e vedere il mio cane che cerca di giocarci insieme rischiando una craniata data bene, ma un subacqueo che non vede almeno una volta gli “atolli e coralli” dell’egitto si perde una meraviglia che anno dopo anno scompare dalla terra complice il turismo assatanato ed incoscente al contrario degli agri che spuntan anche poco fuori le grandi città
Ribadisco bella l’italia! (Milanom NO!)
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Che racconto !!!!! mi sono strizzata io nel leggere la fantastica e coinvolgente descrizione della situazione. L’immagine della risalita sul gommone ed il “groviglio” di corpi mi ha fatto ricordare “La zattera della Medusa” di T. Gericault… Bravo Davide, ho percepito rumori, correnti, onde e maledizioni…. tutto…..: grande scrittore !!!!!
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Devo dire che quando eravamo là in mezzo a galleggiare con onde da 3-4 metri,barca a chicco e gommone invisibile un pò pirla ti senti.
Però poi ti passa e se ti dicessero di rifarlo lo rifaresti.
Come mi piace essere sub.
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decisamente, avendo viussuto quei giorni, declamo questa un ottima descrizione dei momenti salienti dell’uscita ad elphistone; tanti son i punti belli di quella “pinna dorsale” che sbuca da 400 metri di abisso ma un peccato esser obbligati dalla legge egiziana a limitarsi ai 30 metri. Son venuto a conoscenza, durante il viaggio, di una bella lapide su cui non cresce nulla e si mantiene lucida nel tempo,bello sarebbe farci due foto la prossima volta….
Nella prima immersione anche il mio primo pensiero fu tener sotto controllo la condizione degli altri partecipanti osservandoli attraverso le maschere Complici profondità e corrente la situazione ha messo a dura prova anche me
Se non ci fossi tu nel nostro gruppo ad immortalare romanzescamente quei momenti andrebbero persi tra foto o diapositive sicuramente belle ma chiuse in un armadietto od una cartella sul desktop!
Buon lavoro e non ti fermare vecchio lupo dalla luuunga apnea
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