Perché il classico non piace più?
Mariastella Gelmini. Il ministro dell’Istruzione (non più pubblica) ha concluso la sua non brillante carriera di studente delle superiori con il diploma al liceo privato confessionale «Arici» di Brescia dopo essere passata attraverso altri due licei.
Sì apriamo pure il dibattito, come auspicato dalla vostra Giovanna Galli. Ma per dire che cosa? Che il mondo va dove deve andare. Nonostante gli inviti, gli sforzi, le esortazioni, i tavoli imbanditi di chiacchiere e superflui soprammobili dai vari assessori locali, provinciali e regionali, accadrà quel che è scritto e da tempo si paventa: fine del liceo classico fidentino.
Come dicono le statistiche, c’è disaffezione per il classico, per il latino, per il greco e per tutte quelle materie che ne rappresentano la sua specificità. C’è disinteresse per tutto ciò che la scuola ti dà di non immediatamente utile e monetizzabile.
Potremmo almanaccare il perché e il per come ciò sia potuto accadere, ma servirebbe a ben poco. Non puoi deviare il corso delle legioni studentesche alla ricerca di un pezzo di carta, come non puoi fermare i flussi migratori. Se succedono cose così devono esserci motivi profondi e irresistibili contro cui non bastano le dighe della buona volontà, le interpellanze e i soliti, penosi rimpalli di accuse tra partiti politici. Chi si oppone, chi si mette di traverso è un pazzo destinato a essere travolto. Nel caso del liceo fidentino, data la modestia dell’ondata, tutto avviene sotto tono e sotto traccia. Il classico si dissangua al ritmo di due o tre iscrizioni in meno ogni anno, gli amministratori di qui pregano e scongiurano i dirigenti scolastici provinciali di chiudere un occhio e fare finta che le venti iscrizioni siano venticinque o qualcosa del genere. È la politica del cerino acceso che passa di mano in mano. Prima o poi qualcuno si scotterà, ma non sarà lui il colpevole. Come non lo sono gli altri.
Non scarichiamo nessuno delle sue responsabilità, ma non sovraccarichiamolo neppure, come fanno i polemisti di professione guardando, in malafede, il dito dell’avversario politico anziché il fenomeno della fuga dal classico.
Si fugge dal classico perché un pazzoide che non mai dato grande prova di sé alle superiori e una laurea non l’ha forse mai conseguita, si è inventato la formula delle tre «I»: Inglese, Informatica e Impresa. Deve essersi confuso con le tre punte della sua squadra. Un’idiozia. E questa è la quarta «I» che connota la sua trovata. Questo signore, al quale si sono accodati i suoi improvvisati ministri, avrebbe potuto dire «I» come Istruzione per contrastare la «I» di Ignoranza, ma che la gente sia colta non gli interessa. Farebbe male alle sue televisioni.
In un articolo sul quotidiano La Stampa, Gian Luigi Beccarla ha opposto le tre «E» di Educazione, Etica ed Emozione alle famigerate tre «I».
Un liceo classico che si mantenga fedele agli assunti per i quali è stato istituito, che non ceda alle mode, che adotti l’informatica come materia complementare senza intaccare la sua sostanza originaria, è secondo noi l’arca delle tre «E».
Sul classico può costruire le proprie fondamenta culturali sia chi vuol fare il politico come il giornalista, il magistrato o il medico. Certo, un ragazzo di buona volontà può costruirsele in qualunque altra scuola, ma deve compiere uno sforzo in più, deve metterci del suo, deve comportarsi da autodidatta e resterà sempre un autodidatta. Mentre al classico un certo tipo di formazione fa parte del corredo e del programma. Lo passa il convento.
Tutto ciò sa di classismo presessantottesco, più che di classicismo o di classicità? Ebbene sì. Al Sessantotto non si può perdonare di avere minato il liceo classico. Benché venissero proprio dal classico le menti più brillanti di quel movimento.
Don Lorenzo Milani non voleva una scuola più facile per tutti, voleva che anche i figli degli operai e dei contadini potessero accedere alla scuola dei ricchi, che allora era il classico. Perché solo così, se sai scrivere e parlare, puoi competere alla pari con chi ha potere, sia esso politico o mediatico. Ed era al classico che imparavi a padroneggiare la lingua e magari a trovare una via al bello, al giusto e alla logica, studiando i classici e la filosofia.
Non imparavi una tecnica per metterti al servizio di qualcuno, apprendevi l’arte (se volevi) di essere libero e indipendente. Ma questo succedeva tanti anni fa, prima che la ribellione studentesca combinata con la demagogia dei governanti ci inducesse a sputare su quell’invidiabile privilegio. E ci facesse credere che una scuola vale l’altra. E che la più valida di tutte fosse quella che ti dà un pezzo di carta, remunerabile, nel più breve tempo possibile. Queste miopi valutazioni, oltre che illudere il ragazzo e la sua famiglia, sprofondano un Paese nell’autodistruzione.
Faccio mie infatti le parole di Costantino V scritte a commento dell’articolo di Giovanna Galli: «Ritengo in generale che spendere dei soldi per l’istruzione sia un dovere di qualunque popolo e risparmiare sull’istruzione sia dannoso e porti all’autodistruzione. Come si può pensare che l’educazione sia un argomento per l’economia e la finanza? È un dovere educare i giovani per dare loro cultura, opportunità lavorative e una vita migliore. Chi scambia l’educazione per un business è un mentecatto. E quindi chi pensa e ragiona i modelli educativi con il bilancino dell’economista va bandito dalla nostra società». Già, ma come puoi bandirlo se tiene le leve del potere? (np)













Non ho frequentato il classico per vari motivi che non è il caso riportare. Quel che ho perso l’ho capito in seguito e mi consolo nella soddisfazione di avere una nipote che frequenta con buoni risultati questo indirizzo di studi.
In tutta questa faccenda il dato rilevante è che a Fidenza non ci siano abbastanza adesioni, che poi frequentino a Fidenza od altrove è secondario. “np” è stato abbastanza esaustivo per non aggiungere altro di mio.
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