Prigioniero in casa mia
Mi sta accadendo qualcosa di terribile e di inconfessabile, anche se lo sto confessando: mia moglie mi tiene chiuso in casa. Non chiuso a chiave. Chiuso nella mia vergogna. Nel mio pudore. È da trenta giorni che non posso uscire. Lasciate che vi spieghi perché.
Tutto è cominciato un mese fa, quando ho visto la mia premurosa compagna raccogliere pantaloni, camicie e maglie.
«Li porti già in lavanderia», le ho chiesto.
«Già».
«Ma non sono sporchi».
«Una bella risciacquatina non gli farà male, con questo caldo hai sudato molto.
È vero, il caldo mi fa sudare parecchio. Ma negli ultimi giorni non mi pareva di aver sudato dentro quei maglioni di lana spessa, quei pantaloni di velluto a coste e quella giacca a vento che stava imbustando.
«E quelli?».
«Li faccio pulire, prima che mi dimentichi e in autunno tu sia costretto a uscire con della roba puzzolente addosso».
«Hai ragione, sei previdente tu».
«Puoi dirlo forte».
Mi sembrava di averlo detto a voce abbastanza alta e comprensibile.
«Sei previdente!».
«Non urlare».
Per farla breve, Clara se ne uscì con due sporte di plastica colme di miei vestiti, due sportone gonfie come quelle delle moldave quando tornano in Moldova in pulmino, due sportone che occupavano interamente i sedili posteriori dell’auto.
«Potresti aiutarmi».
Non potevo. Alle 9 del mattino io sono ancora in pigiama. Non potrei mai farmi vedere in pubblico con addosso un paio di braghette sdrucite e una maglietta bianca logora come quella di Marlon Brando nel film Un tram che si chiama desiderio. Non posso farmi vedere dai vicini in tenuta da notte e soprattutto non posso far vedere che la mia notte è appena terminata.
E così lei se n’è andata tirandosi dietro faticosamente metà del mio guardaroba autunno-inverno e metà di quello primavera estate.
Se avessi voluto uscire avrei trovato senz’altro qualcosa. Ma quel giorno non dovevo uscire. Era già da una settimana che non uscivo e non riuscivo a trovare motivi per farlo. Da quando sono pensionato e mia moglie che tiene i rapporti con l’esterno. Dal pane al resto degli alimenti. Dai giornali a tutti gli altri nutrimenti spirituali. Che sono la Cedrata Tassoni e la torta greca del forno Marzoli e Bocchia di piazza San Pietro. La chiamano così perché è davanti alla chiesa di San Pietro, in realtà si chiama piazza Gioberti e i fidentini la conoscono soprattutto perché lì c’è il palazzo delle finanze con l’ufficio del registro e quello delle imposte. Una volta c’era anche l’ufficio di collocamento, con il capoufficio Sozzi che continuava a succhiare mentine.
Mi sono messo a scrivere e non ho più pensato al resto del mondo. Né alle sue delizie, tipo mia moglie, né alle sue nequizie, tipo Lady Gaga.
Ho cominciato a scrivere e mi sono perso nel mio mondo. Non sapevo quel che mi stava accadendo e non lo saprete neppure voi fino a che non mi sarà venuta voglia di rivelarvelo. Anche i polpastrelli hanno i loro diritti al riposo, dopo un paio di cartelle scritte più per disperazione che per diletto. Sì perché questa non è una storiella frivola, è una richiesta di aiuto, un appello che rivolgo a tutti coloro che avranno la bontà e la pazienza di seguire il mio racconto. (continua)
Nando Della Gnocca














Sono col fiato sospeso…
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Signor Nando, la curiositá è femmina quindi, per favore, mi conceda una domanda: lei sostiene che non potrebbe mai farsi vedere, in pubblico, con un paio di braghette sdrucite e una maglietta bianca stile Marlon Brando e tutto il resto (mi pare di capire che si vergognerebbe)… e perché in casa, davanti a sua moglie, se ne sta tranquillamente così?
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Signor Nando, Le é venuta voglia di raccontarci il seguito della Sua storia? Non possiamo aiutarla se non sappiamo che cosa Le sta succedendo!
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