Scheletro di animale antidiluviano in Ghiaia
di Sergio Caroli
Diversi lettori mi hanno telefonato o scritto per chiedermi di intervenire in merito alla costruzione «a vela» sorta in piazza della Ghiaia. Cosa che volentieri faccio, ponendo a premessa del mio discorso il passo, imprescindibile, di una lettera di Emilio Taverna, pubblicata sulla Gazzetta di Parma del 31 dicembre 1986, a commento del tentativo – grazie a lui sventato – di riempire piazza della Pace con la costruzione di un cilindro, secondo il progetto dell’architetto svizzero Botta. «Da decenni – scriveva il mio venerato Maestro – vado ripetendo che da piazza Garibaldi al parco Ducale, sulla linea Nord-Ovest, esiste, collaudato da secoli, un indiscutibile linguaggio urbanistico che è un linguaggio di spazi. La piazza Garibaldi, perno della città, piazza della Steccata, che accarezza morbida l’insigne tempio, il largo che libera bene la facciata del Teatro, e i relativi piazzali, che ne ammorbidiscono i fianchi; poco lontano la severa e dolce musica della piazza del Duomo; poco più avanti la piazzetta di San Giovanni e, di qua, affiancata al torrente, la garrula e brulicante Ghiaia, la piazza della Pace, i due splendidi cortili della Pilotta e, alla fine, il torrente e il parco Ducale. Tutti questi spazi hanno un loro volto, una loro armonia. Bisogna quindi dare un volto anche a piazza della Pace, ma non certo riempiendola di ignobili muraglie».
E dell’immane scheletro di un mostro del pleistocene si è voluto riempire piazza della Ghiaia. Definirlo delirio architettonico è dire nulla. Ogni volta che, passando a piedi o in bicicletta, lancio un’occhiata impaurita e furtiva a quella carcassa d’animale antidiluviano, mi piange il cuore di pena e di nostalgia. Si è orrendamente sfigurato il volto di quello che era il luogo più vivo e animato della città, carico di tanti e tanti secoli di storia e di struggenti ricordi per i vecchi parmigiani – quante volte mia madre vi andò a fare la spesa! – e simultaneamente si è fatto scempio dell’armonia degli spazi di cui proprio quella piazza fu componente vitale. Cilindri senza numero, a vernice color calce viva, sorreggono una spropositata tettoia in macromolecole che, osservata dal basso, chiude la vista del cielo, e osservata dall’alto, ossia da viale Mariotti, cancella uno dei più incantevoli scorci della città: le eleganti facciate dei palazzi neoclassici non esistono più.
Chi abita in quegli edifici, che furono grazia fattasi architettura, non solo non gode più del panorama offerto dal torrente e dalla splendida teoria di case sull’altra sponda, ma deve bersi lo spettacolo penoso di una tettoia in plastica retta da cilindri in materiale ferroso camuffato dallo spray. Tettoia che, sotto il solleone, non solo crea una sorta di effetto-serra nella sottostante area – adesso del tutto chiusa alle brezze sia perchè più bassa rispetto al piano di viale Mariotti e via Mazzini sia perché tutt’intorno la circondano muri e costruzioni – ma riverbera i suoi accecanti bagliori contro gli edifici che la fiancheggiano, trasformando in fornaci le stanze al loro interno.
Nei mesi autunnali il fogliame delle piante di viale Mariotti, sospinto dal vento, andrà a morire e a putrefarsi su quella tettoia che, peraltro, smog, sporcizia e polvere insozzeranno in permanenza. Staremo a vedere che bell’effetto farà! E staremo a vedere quanto verranno a costare, ai contribuenti, le operazioni di pulitura della premiata Enìa, peraltro possibili solo a mezzo di gru piazzate in viale Mariotti (tanto per snellire il traffico nella sempieterna «città cantiere»).
Mi conforta pensare che un giorno – anche per ragioni igieniche facilmente intuibili – si dovrà procedere a smantellare quell’ignobile monumento al pessimo gusto e alla barbarie rincorsa: sarebbe contrario ad ogni logica, come allo spirito millenario della nostra storia e della nostra civiltà, pensare che possa durare.















Io, pur ignorante di architettonica moderna, ma dotato di un certo senso estetico, mi chiedo che cosa mai ci azzechi, come ripete sempre Tonino Di Pietro, il contorno della piazza, in tutte le sue strutture, con quell’ammasso centrale orripilante di tubi metallici post-atomici e post-moderni ed anche post ed ante-buongusto. Mi rimandano a certi apparecchi d’ortodonzia che portavano, con disagio ed imbarazzo, certi miei alunni. La corolla dei vecchi edifici parmigiani e la parte centrale fanno a pugni, esteticamente ed artisticamente; sarebbe come mettere assieme, in un arredamento domestico, mobili in arte povera con altri, acquistati all’Ikea.
Ti piace questo commento?
1
1
Come nell’arte figurativa anche nell’architettura è l’epoca delle cosiddette “installazioni” cioè degli oggetti da vedere in se, prescindendo dal significato, nel caso dell’arte figurativa, o del contesto architettonico e di vita nel caso dell’architettura. Mi si può osservare che, al contrario, nell’arte figurativa c’è forse un eccesso di concettualizzazione, sì, ma poi il risultato sono messaggi banali, quasi cronaca. Per l’architettura poi la vita reale delle persone è diventata la finzione delle piccole stupide figurine del rendering.
Per quanto attiene alla Ghiaia penso che più che sparare all’architetto, sparate, in senso figurato, agli amministratori, ai loro protettori ed ai loro servi pagando eventualmente le consulenze e le penali con denaro pubblico come per il metrò.
Ti piace questo commento?
8
0
È il carapace vuoto delle ambizioni di una giunta smidollata che lascia dietro di sé una città sconvolta dal cemento camuffato con la plastica… Dura da mandare giù
Ti piace questo commento?
5
0