Giulio Ferrarini, la dolcezza imperdonabile di mettere Fidenza in versi
L’ex onorevole socialista Giulio Ferrarini, ultimo a destra, durante la campagna elettorale per Mario Cantini.
Scriveva poesie Karl Marx. Scrive poesie Sandro Bondi. Ne scrive Giorgio Artusi. La sensibilità in versi accomuna chi fu, chi è stato e chi è comunista. L’ex onorevole Giulio Ferrarini, che è stato solo socialista, e alle ultime elezioni comunali ha sostenuto l’ex socialista ed ex comunista Mario Cantini, è stato poeta dagli anni Sessanta agli Ottanta. Se lo sia ancora oggi non ci è dato di sapere.
Nel 1988, l’editore Battei di Parma gli pubblicò un libretto intitolato Brattee e, affinché nulla risultasse ermetico in un autore che dal popolo veniva e verso il popolo andava anche quando verseggiava, si premurò di spiegare in una nota che cosa fosse la «brattea» riprendendo tale voce dall’enciclopedia Rizzoli-Larousse. Per non appesantire la nostra introduzione e lasciare spazio ai componimenti, e dal momento che chiunque oggi ha in casa una Garzantina o un dizionario della lingua italiana, lasciamo all’iniziativa privata la ricerca di tale vocabolo.
Il raro volumetto, stampato su carta pregiata in caratteri bodoniani, si avvale della prefazione di Giuseppe Marchetti, da tempo immemore autorevole critico letterario della Gazzetta di Parma. Lo stimato studioso spiega che la raccolta ferrariniana è «luce e spia di una condizione esistenziale accettata e patita, ma tuttavia orgogliosamente vissuta».
Severo ma giusto con il prefato, Marchetti aggiunge che Ferrarini, «pur non riuscendo a liberarsi interamente dalle scorie dei luoghi comuni, scopre e dice una sua ben calibrata “debolezza imperdonabile”, quella del bisogno di silenzio che sempre più diventa spasmodica in noi».
Da parte nostra, notiamo un elemento ricorrente nelle liriche di Ferrarini che hanno per tema il borgo natio: la presenza di un fiore. Che non è il protervo garofano craxiano, come i maligni saranno subito portati a pensare, ma l’umile geranio.
Alla fine della lettura ci resta una curiosità: «Ho visto Roma» è stata composta prima o dopo la sua elezione in Parlamento tra le file del Psi?
Ho visto Roma
Ho visto Roma
i monumenti, le memorie.
Ho visto Roma,
tanta gente, tante facce diverse,
tante razze.
Ho visto Roma
i ministeri,
gli uscieri e gli autisti con la cravatta,
i burocrati.
Ho visto Roma
le case popolari e le baracche,
la gente senza lavoro.
Ho visto Roma
tante belle ragazze
e tante puttane.
Ho visto Roma
tante volte,
ma è sempre la prima volta.
Ho visto Roma
ho visto il mondo.
Il borgo
Vecchie pietre consunte,
vecchie case cadenti
rimpicciolite dal tempo.
Odore di muffa e di fritto
nei vicoli
tra i muri impregnati
che si richiudono sulla testa.
Quante mani
hanno toccato
la bocca dei leoni
in un gesto di fede
o di scaramanzia.
Quanti ubriachi
hanno orinato
negli angoli putridi
uscendo da osterie
ormai scomparse.
Quante storie dimenticate
dietro gli scuri sbarrati.
Qualche vecchio,
in attesa, muto e melanconico testimone
dietro piccoli vetri opachi
e piantine di gerani.
Dimenticare più ampi orizzonti
e avvolgersi nel borgo
per sentire un tepore dimenticato.
Completano la raccolta in lingua italiana due poesie in borghigiano: La cesa dél Cabariol e Al cimiteri dal Cabariol. Da un punto di vista lessicale non siamo riusciti a spiegarci la differenza tra l’uso di dél e di dal, in entrambi i casi versione dialettale della preposizione articolata «del».
Giulio Ferrarini all’epoca in cui era deputato del Psi.













sia messo agli atti che si pisciava (e si vomitava e si defecava?) dietro i cantoni anche quando ferrarini era socialista e di extracomunitari gnanca l’ombra…
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