Giulio Ferrarini, la dolcezza imperdonabile di mettere Fidenza in versi

Pubblicato da Redazione il 9 agosto 2010 in Fidenza, Letteratura italiana |

L’ex onorevole socialista Giulio Ferrarini, ultimo a destra, durante la campagna elettorale per Mario Cantini.

Scriveva poesie Karl Marx. Scrive poesie Sandro Bondi. Ne scrive Giorgio Artusi. La sensibilità in versi accomuna chi fu, chi è stato e chi è comunista. L’ex onorevole Giulio Ferrarini, che è stato solo socialista, e alle ultime elezioni comunali ha sostenuto l’ex socialista ed ex comunista Mario Cantini, è stato poeta dagli anni Sessanta agli Ottanta. Se lo sia ancora oggi non ci è dato di sapere.

Nel 1988, l’editore Battei di Parma gli pubblicò un libretto intitolato Brattee e, affinché nulla risultasse ermetico in un autore che dal popolo veniva e verso il popolo andava anche quando verseggiava, si premurò di spiegare in una nota che cosa fosse la «brattea» riprendendo tale voce  dall’enciclopedia Rizzoli-Larousse. Per non appesantire la nostra introduzione e lasciare spazio ai componimenti, e dal momento che chiunque oggi ha in casa una Garzantina o un dizionario della lingua italiana, lasciamo all’iniziativa privata la ricerca di tale vocabolo.

Il raro volumetto, stampato su carta pregiata in caratteri bodoniani, si avvale della prefazione di Giuseppe Marchetti, da tempo immemore autorevole critico letterario della Gazzetta di Parma. Lo stimato studioso spiega che la raccolta ferrariniana è «luce e spia di una condizione esistenziale accettata e patita, ma tuttavia orgogliosamente vissuta».

Severo ma giusto con il prefato, Marchetti aggiunge che Ferrarini, «pur non riuscendo a liberarsi interamente dalle scorie dei luoghi comuni, scopre e dice una sua ben calibrata “debolezza imperdonabile”, quella del bisogno di silenzio che sempre più diventa spasmodica in noi».

Da parte nostra, notiamo un elemento ricorrente nelle liriche di Ferrarini che hanno per tema il borgo natio: la presenza di un fiore. Che non è il protervo garofano craxiano, come i maligni saranno subito portati a pensare, ma l’umile geranio.

Alla fine della lettura ci resta una curiosità: «Ho visto Roma» è stata composta prima o dopo la sua elezione in Parlamento tra le file del Psi?

Ho visto Roma

Ho visto Roma

i monumenti, le memorie.

Ho visto Roma,

tanta gente, tante facce diverse,

tante razze.

Ho visto Roma

i ministeri,

gli uscieri e gli autisti con la cravatta,

i burocrati.

Ho visto Roma

le case popolari e le baracche,

la gente senza lavoro.

Ho visto Roma

tante belle ragazze

e tante puttane.

Ho visto Roma

tante volte,

ma è sempre la prima volta.

Ho visto Roma

ho visto il mondo.

Il borgo

Vecchie pietre consunte,

vecchie case cadenti

rimpicciolite dal tempo.

Odore di muffa e di fritto

nei vicoli

tra i muri impregnati

che si richiudono sulla testa.

Quante mani

hanno toccato

la bocca dei leoni

in un gesto di fede

o di scaramanzia.

Quanti ubriachi

hanno orinato

negli angoli putridi

uscendo da osterie

ormai scomparse.

Quante storie dimenticate

dietro gli scuri sbarrati.

Qualche vecchio,

in attesa, muto e melanconico testimone

dietro piccoli vetri opachi

e piantine di gerani.

Dimenticare più ampi orizzonti

e avvolgersi nel borgo

per sentire un tepore dimenticato.

Completano la raccolta in lingua italiana due poesie in borghigiano: La cesa dél Cabariol e Al cimiteri dal Cabariol. Da un punto di vista lessicale non siamo riusciti a spiegarci la differenza tra l’uso di dél e di dal, in entrambi i casi versione dialettale della preposizione articolata «del».

Giulio Ferrarini all’epoca in cui era deputato del Psi.


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