Luoghi amati da tossici e cani randagi

Pubblicato da Redazione il 3 agosto 2010 in Pianificazione Territoriale, Salsomaggiore, Urbanistica |

La Casa del bambino a Salsomaggiore.

Per riportare il grande al piccolo e mostrare quando l’Emilia sia più vicina alla Sicilia che alla Svizzera, illustriamo questo articolo, uscito sul quotidiano Il Sole 24 ore il 10 giugno 2010, con alcune opere incompiute e/o fatiscenti che da parecchi anni fanno brutta mostra di sé a Salsomaggiore, la città di Miss Italia. Le foto sono di Doctorenry.

di Serena Danna

In un tendone allestito nella piazza principale di Giarre, in provincia di Catania, cinque ragazzi, in T-shirt e pantaloncini da lavoro, cercano di spiegare alla signora Pinuzza perché uno stadio abbandonato può diventare un’attrazione turistica. A 300 km di distanza, una donna con la telecamera al collo, gira per le strade di Corleone fermando, di tanto in tanto, turisti e persone del luogo.

Tutti, fanno parte di una categoria ostica da capire per chi è abituato a identificare come «estranei» solo turisti e giornalisti: sono artisti. Forse non potranno convincere la signora Pinuzza, ma Paololuca Barbieri Marchi, Alberto Caffarelli, Matteo Erenbourg, Andrea Masu e Giacomo Porfiri, del collettivo artistico Alterazioni Video, sono riusciti a far nominare nel paesino di 30mila abitanti alle pendici dell’Etna, un assessore alle opere incompiute. Il loro progetto nasce quattro anni fa e comincia proprio a Giarre. «Stavamo facendo un giro della Sicilia. Arrivati in paese abbiamo notato molti edifici abbandonati: un teatro, lo stadio del polo, la piscina olimpionica, un grande parcheggio. Ha cominciato a prendere forma l’idea di un collegamento tra questi luoghi, una specie di percorso delle opere incompiute», racconta Andrea Masu, lombardo di nascita ma così mediterraneo nei tratti da confondersi con gli abitanti di Giarre.

Tornati a Milano, Andrea e compagni iniziano a documentarsi sulla presenza delle opere incompiute in Italia: «395 circa e più di un terzo concentrato in Sicilia», spiega. Gli artisti studiano: diventano frequentatori assidui del Catasto di Milano, poi di quello di Bologna, Roma e giù fino a Palermo.

Mappano il territorio, parlano con ingegneri, architetti, giornalisti e alla fine arriva l’idea.

L’ex Ducati.

Se, come diceva Leonardo Sciascia, la Sicilia è una metafora, allora il fatto che nella regione si concentri il numero più alto di opere incompiute ne fa necessariamente il modello per uno stile architettonico: l’Incompiuto siciliano. «Un fenomeno prodotto delle politiche edilizie che hanno caratterizzato l’Italia dal dopoguerra in poi». Di solito con gli edifici mai finiti c’è poco da fare: diventano in fretta luoghi amati da tossicodipendenti e cani randagi, quando va bene meta di coppie di giovanissimi in cerca di privacy ad alto rischio. Alterazioni Video propone di trasformarli in opere d’arte.

L’idea è piaciuta al mondo della cultura italiana. Da Stefano Boeri a Massimiliano Fuksas, tanti architetti hanno parlato dell’Incompiuto come del figlio naturale della archeologia industriale anni Sessanta. «A un incontro pubblico, racconta Masu, Fuksas dichiarò che se un alieno sbarcasse ora sulla terra vedrebbe solo opere incompiute». A settembre il progetto parteciperà alla Biennale di architettura di Venezia, intanto a Giarre si prepara il Festival dell’Incompiuto previsto per gli inizi di luglio: «La premessa per la costruzione del primo parco archeologico dell’Incompiuto». Le giornate trascorrono tra assemblee cittadine e tour dei primi turisti curiosi di capire cosa ci può essere di attraente in un palazzo vuoto.

Lo stato di «conservazione» dell’hotel Centrale.

Proprio i turisti sono una delle ossessioni di Maria Domenica Rapicavoli. Ha messo gli occhi su Corleone quattro anni fa, dopo la cattura di Bernardo Provenzano. Trentadue anni, nata a Catania ma residente a Londra, Maria Domenica ha iniziato a interrogarsi su quel paese adorato dai fan del Padrino. Così è partita proprio dalla visione del film di Francis Ford Coppola: «Ho capito perché i turisti amano tanto l’atmosfera mafiosa del film e poi la cercano in città». Spesso non trovano niente. Sono finiti i tempi in cui, diceva Pippo Fava (il giornalista ucciso da Cosa Nostra nel 1984), la sola domanda che un giornalista deve fare a Corleone è «ma perché qui si ammazza così tanto?».

In paese non si spara più, ma spesso gli abitanti «illudono» i turisti del contrario. Le loro voci sono in A dirti la verità, il video girato da Maria Domenica tra le strade di Corleone. C’è il ragazzo americano con gli occhiali da sole che viene «per respirare il profumo della mafia» e quello di origini siciliane che dice: «Qui si guida meglio che a Roma». Ma nelle interviste raccolte da Rapicavoli ci sono anche i corleonesi.

La «torre» di Mancuso.

Il giovane musicista che prova a riscattarsi con il rock ma sa che «la gente qua non è contenta se fai qualcosa di diverso», l’avvocato del figlio di Totò Riina, il sindacalista minacciato perché «non sa stare al proprio posto». Il video fa parte di un progetto più ampio, Zero gradi di separazione, che scomoda lo psicologo americano Stanely Milgram, fautore della presenza al massimo di sei intermediari tra una persona e l’altra nel mondo. A Corleone questa distanza può ridursi a zero. «In Sicilia c’è un proverbio che dice “A megghiu parola è chidda ca nun si dici (la parola migliore è quella che non si dice)», racconta Maria Domenica. La regola d’oro della mafia.

Quel silenzio ha ispirato l’opera della giovane artista, che ha concentrato buona parte del suo lavoro tra le pareti del Cidma (il Centro di Documentazione sulle Mafie e Movimento Antimafia), inaugurato a Corleone nel 2000, otto anni dopo la strage di Capaci in cui perse la vita Giovanni Falcone. Ha vissuto per giorni nella «stanza dei faldoni», quella che custodisce la documentazione del maxiprocesso di Palermo contro 400 esponenti di Cosa Nostra. L’opera si chiama 2665, come il numero degli anni di condanna sanciti dal maxiprocesso. Invisibili e silenti i faldoni, come gli immigrati clandestini fotografati da Federico Baronello (classe 1968) o gli scempi del l’abusivismo edilizio raccontati dal cuneese Eugenio Tibaldi in Informal Tabula Rasa, o ancora la Sicilia dei margini descritta nelle opere del trentenne Domenico Mangano.

Un particolare della Casa del bambino.

Non è facile lavorare per gli artisti che preferiscono la realtà dura dell’Italia all’astrazione amata dal mercato dall’arte. «Spesso c’è timore da parte dei galleristi di finanziare opere “scomode”», ammette Maria Domenica. Marina Sorbello, curatrice berlinese originaria di Acireale, spiega che in Italia gli artisti che usano tematiche sociali o politiche devono avere altre fonti di reddito: «Il sistema delle gallerie spesso scoraggia certi lavori, e il motivo è semplice: non vendono». Ma a questi giovani artisti col taccuino e la telecamera interessa di più raccontare.

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1 Commento

  • avatar fb scrive:

    Pietosamente, con la delicatezza clorofilliana propria degli alberi e dei fiori, gli arbusti, discreti, in silenzio, avanzano, nell’ultima foto, con lento, ma sicuro, inarrestabile ed inesorabile progredire, a coprire di un virente manto il cartello che riporta la ridicola bugia con una scritta fuori luogo e fuori tempo. Un tempo ed un luogo che io ricordo, ben diversi entrambi, quando la Casa del Bambino era un sereno e tranquillo albergo per bimbi bisognosi di cure termali, che correvano sciamando, vociando e strillando, nel bel giardino, curato dai giardinieri delle Terme, mentre i piccoli ospiti erano con cura ed amore seguiti da personale medico e paramedico specializzato. L’albergo Central Bagni era, insieme al Grand Hotel Milano, un sancta sanctorum in cui noi bambini e ragazzi di Salso sbirciavamo, con timore reverenziale, a qualche metro dall’ingresso, per spiare gli illustri ed elegantissimi ospiti dell’hotel, dal quale entravano ed uscivano, silenziose, auto di lusso; tutto l’edificio era in ben altre condizioni che non quelle odierne!

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