Il problema degli ultimi trent’anni

Pubblicato da Redazione il 2 agosto 2010 in VIgnette illustrazioni caricature |

«Ero in mensa a sbucciare patate per la truppa. Il primo turno si sedeva a tavola a mezzogiorno, prima di uscire in servizio». «Tutto doveva essere pronto per quell’ora. In realtà, vennero in pochissimi a mangiare, ma noi ancora non lo sapevamo… Quel 2 agosto Alessandra, che poi è diventata mia moglie, compiva 17 anni. Perciò mi ricordo benissimo a cosa stavo pensando alle 10,25: immaginavo la nostra serata al ristorante, con lei felice per le rose rosse e la collanina che le avevo comprato». Ma la festa non ci fu, auguri e regalo furono rimandati al 4, in pizzeria. Dove i fidanzati mangiarono svogliatamente, finché lui, tenendola per mano, portò Alessandra a vedere quel che restava della stazione, sotto la luce livida delle fotoelettriche.
Carmelo Pecora, siciliano di Enna, 21 anni, da tre a Bologna al 7° Reparto celere della Polizia, il 2 agosto 1980 è nelle cucine della caserma di via Cipriani, 300 metri in linea d´aria dalla stazione. «Mentre sistemo i vassoi al loro posto, sento un boato assordante». La terra sussulta. Forse è il terremoto, come nel Belice, quando aveva 9 anni. No, dalla finestra si vede «una nuvola grigia che si alza contro il cielo», proprio nella direzione di piazza Medaglie dOro. «Mettete gli scarponi – urla il comandante, bianco da far paura -. Ci sono le macerie, è una strage». Pecora è tra i primi ad accorrere in stazione. «La camionetta svolta a sinistra e mi si apre un buco in mezzo al cuore. Un’ala della stazione è completamente crollata».
Forse anche per colmare quel suo buco in mezzo al cuore rimasto intatto, Pecora ha scritto un libro. Lui adesso è in pensione, dopo aver diretto la Scientifica di Forlì, e proprio a Forlì si vedrà lo spettacolo tratto dal suo libro Polvere negli occhi (Zona, 152 pagine): lo metterà in scena Emanuela Andreatta, con la regia di Massimo Manini, in piazzetta della Misura il 2 agosto. «Parla delle vittime, di cui ci si scorda sempre, osservate un attimo prima dello scoppio della bomba».
Le vittime. L´autore le ricorda, una per una, tutte 85, nella biografia straziante di quell´ultimo giorno. Poche righe, spesso per dire come sia stato il caso a decidere il loro destino. Così per la famiglia Mauri: «Carlo, 32 anni, Anna Maria, 28, e il piccolo Luca, di 6», in viaggio da Tavernola, una frazione di Como, per raggiungere un villaggio turistico a Marina di Manduria, intorno a Taranto. «Erano felici». Ma in autostrada la macchina viene tamponata, il guasto non si ripara in poche ore. E allora a Casalecchio prendono un treno e arrivano a Bologna Centrale, poco prima dell´esplosione. Sul primo binario.
Così Iwao Sekiguchi, 20 anni, di Tokio, studente con borsa di studio. Sta a Firenze, quel giorno va a Venezia. Si ferma a Bologna per una breve visita. Alle 11,11 deve ripartire. La bomba lo coglie mentre aspetta il treno mangiando qualcosa e scrivendo il suo diario. Così Mauro Di Vittorio, 24 anni: era andato a Londra con pochi soldi in tasca. Le autorità britanniche lo rispediscono indietro, è a Bologna solo di passaggio… Come loro tanti altri.
Il 2 agosto partiva da Casalecchio anche Lella, la cognata di Pecora, che per la prima volta andava col fidanzato Costanzo a conoscere i parenti di lui a Celano, in provincia de L´Aquila. Loro, il caso li salvò. Il treno è in ritardo di due ore. Ne prendono al volo un altro che non avevano prenotato: lasciano la sala d´attesa di seconda classe stipata di gente e il primo binario alle 10,10. La bomba scoppia proprio lì, un quarto d´ora dopo.
«Ho visto cose che restano dentro per sempre», dice Pecora. E lo racconta nel suo libro: «Urla, e pianti, gente che non sa che fare, se scappare, tanti sono semplicemente fermi, sembrano incoscienti, avvolti dalla polvere, con gli occhi impastati di polvere e lacrime, come maschere di creta, ci sono feriti, molti feriti, hanno i vestiti le gambe le braccia sporchi di sangue, sangue e polvere. Morti viventi, cadaveri resuscitati, tremano come foglie, barcollano».
Indelebile anche il ricordo dei funerali: «Non c´erano tutte le bare, ci ho messo un po´ a capire perché. Molti rifiutarono i funerali di Stato. I politici furono fischiati in blocco, tranne Zangheri e Pertini». Poi Pertini abbraccia i parenti delle vittime, ma una ragazza si sottrae. Lui incassa, senza dire una parola. (Paola Cascella, la Repubblica Bologna 30 luglio 2010)


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