Il mancato budget che è costato tre vite
«Tra gli industriali c’ è paura, c’ è sgomento, perché con la crisi economica diversi sono stati costretti a rivedere gli organici». Il latore di tali, fondati, timori è Vittorio Giusti, industriale di un consorzio di imprese di Massarosa.
E Massarosa è la località toscana dove, qualche giorno fa, Paolo Iacconi ha ucciso Luca Ceragioli e Frederik Jan Hillerm due dirigenti della Gifas, l’azienda in cui lavorava. Non ha perdonato loro di averlo licenziato, anche se non lo ha dichiarato espressamente.
«Non ha lasciato nessun biglietto», ha spiegato in lacrime la sorella Roberta. Parlavano per lui le diverse scatole di medicine disseminate per la casa. «Prima che lo licenziassero l’avevano ricoverato in una clinica per due mesi: soffriva di depressione», ha provato a spiegare Marcello Nigi, responsabile commerciale della Gifas. «L’avevano licenziato perché non era riuscito a raggiungere l’obiettivo richiesto dalla ditta», ha raccontato un altro collega.
«Tra gli industriali c’ è paura, c’ è sgomento». E tra i licenziati che cosa c’è? Allegria?














… la verità è che la barca è unica…
Inutile dividersi tra una sponda e l’altra…
Iniziamo ad affrontare insieme i problemi, senza sperare che il problema stesso uccida il ns “presunto” avversario…
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Può darsi…
A ‘sto punto però, la questione si snoda sul numero delle scialuppe di salvataggio,,, o no?
Su chi sarà a salirci sopra, su chi avrà l’opportunità di chiamare un’imbarcazione d’appoggio, saltarci su solo soletto e filarsela via.
Ieri un amico m’ha detto che Marchionne sta facendo il suo lavoro…
magari pure meglio dei “colleghi” minori di Massarosa.
A pensarci bene non fa una piega. D’altronde, il termine imprenditoria, ha sempre significato saper sfruttare qualcuno a beneficio di qualcun altro.
In altre parole significa: inculare. Un amministratore delegato o un industriale che non fotte nessuno, non è nessuno,,, e sarà meglio che cambi mestiere.
Per chi non ha posto sulle scialuppe, mi sembra evidente, che la faccenda non sta tanto in Marchionne o Romiti, Berlusconi o Prodi, in Fazio o Draghi ma, piuttosto, nelle miglia che lo separano dalla costa…
Cominciamo a nuotare.
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… quando dico la stessa barca, sottintendo… L’uomo in primis, con la sua dignità… Sempre…
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” Paolo Iacconi ha ucciso Luca Ceragioli e Frederik Jan Hillerm due dirigenti della Gifas, l’azienda in cui lavorava. Non ha perdonato loro di averlo licenziato, anche se non lo ha dichiarato espressamente”.
Vecchio proverbio popolare :Chi semina vento, raccoglie tempesta.
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UN CONTRIBUTO ALLA RIFLESSIONE
Quell’uomo che uccide per il lavoro perduto
di Chiara Saraceno
A Roma un uomo uccide il suo datore di lavoro da cui temeva di essere licenziato. A Lucca l’ex dipendente di un’azienda, che aveva perso il posto seimesifa, fa fuoco su due dirigenti, li ammazza e poi si suicida. Due tragedie in due giorni. Il lavoro com e questione di vita o di morte, letteralmente: per il lavoro si uccide e ci si uccide.
La cronaca di questi mesi, non solo in Italia, ci ricorda che nei paesi sviluppati il lavoro remunerato non è solo il mezzo per ottenere il reddito necessario a soddisfare i propri bisogni, ma ci che letteralmente legittima lo stare al mondo, proprio e altrui. Solo chi lavora in modo remunerato è un cittadino a pieno titolo, come ci ricordano innumerevoli documenti nazionali e internazionali. Il resto, incluso il lavoro non pagato, familiare o volontario, conta poco come fonte di riconoscimento sociale.
Non ci si pu stupire allora se qualcuno, quando perde il lavoro, perde anche la testa e attenta alla propria o altrui vita. C’è chi uccide chi lo ha licenziato, ma c’è anche chi si uccide perché ha perso il lavoro e chi lo fa perché non è pi in grado di garantirlo ai propri dipendenti. In tutti questi casi la perdita del lavoro, e della propria collocazione rispetto ad esso, sembra incrinare così fortemente le basi della identità individuale, della propria ragione d’essere e stare al mondo, che non vale pi la pena di vivere. Altre dimensioni, altri rapporti famigliari, di amicizia o altro non sembrano riuscire a sostituire quel vuoto. Senza arrivare ad uccidersi c’è chi si isola, riduce i contatti sociali perché si vergogna o non si sente all’altezza, entra in depressione.
Sono fenomeni studiati già negli anni della grande depressione, negli an ni trenta del Novecento. I sistemi di protezione sociale, in modo pi o meno efficace e universale, hanno ridotto l’impatto negativo della perdita del lavoro sulle condizioni di vita quotidiana. Ma la centralità del lavoro nello strutturare l’identità soggettiva e sociale soprattutto dei maschi adulti è persino aumentata. Il lavoro è diventato insieme un dovere e un diritto. Allo stesso tempo, il soggetto da cui questo diritto si può esigere è sempre pi de-personalizzato, de-localizzato, così come si sono de-localizzati i meccanismi e i luoghi dell’incontro tra la domanda e offerta di lavoro, come mostra da ultimo il caso Fiat.
Quando, invece, c’ è vicinanza fisica, conoscenza personale, l’attribuzione delle responsabilità sembra pi lineare, ma i cortocircuiti più facili. Il suicidio del piccolo imprenditore che non può più pagare gli stipendi e l’omicidio del proprio datore di lavoro da parte di chi è stato licenziato sono le due facce, opposte, dello stesso fenomeno: la personalizzazione estrema come reazione alla perdita del controllo. Il primo non regge il peso di una responsabilità che sente tutta sua, anche se è egli stesso vittima di meccanismi che non controlla del tutto. Il secondo concentra tutte le responsabilità del proprio fallimento sociale nella sola figura a lui nota nella catena delle circostanze che hanno portato al licenziamento.
Certo, sono casi estremi e non vanno generalizzati. E l’omicidio non ha giustificazioni. Ma varrebbe la pena di vederli come spie non solo del disagio oggettivo in cui si trova chi perde il lavoro oggi, senza realistiche speranze di trovarne un altro a breve, ma di una società fondata sul lavoro remunerato come fonte principe di identità personale e integrazione sociale. Una società che non è in grado né di garantire il lavoro né di offrire e sostenere altri modelli di identificazione possibile, meno totalizzanti nella loro unidimensionalità. (la Repubblica 25 luglio 2010)
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Questa analisi mi sembra perfetta ma spiega anche che alla fragilità della struttura soggettiva dei singoli non soccorrono adeguate tutele ambientali
e sociali. La gente è sola di fronte alle proprie tragedie in una società in cui
non si può vivere senza il danaro o senza un riconoscimento sociale.
Credo che se vogliamo salvare la credibilità del nostro sistema sociale
dovremo batterci tutti per costruire regole certe di tutela dei più deboli,
in sostanza una società vera, collaborante e solidale dove tutti possano attingere
al proprio spicchio di felicità.
Marina Ercoles
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Ho apprezzato l’editoriale di Repubblica che, peccato, non avevo letto; io credo però che una nazione intesa come comunità di cittadini debba prevedere che in tempo di magra prima di tutto vadano tutelati i più poveri, i deboli, i più fragili, soprattutto quando questi lo dichiarano andandosi a curare nelle strutture pubbliche. E credo anche che il lavoro sia un gesto carico di senso per le persone
e che non possa essere ridotto al mero profitto. Inoltre in un paese che si rispetti tutti devono contribuire a creare ammortizzatori sociali per i tempi di magra contribuendo all’interesse di tutto il paese in misura proporzionale alle proprie entrate.
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