Il mondo raccontato dalle immagini: Polonia, Palestina, Cuba

Pubblicato da Redazione il 14 luglio 2010 in Attualità politica e sociale, Foto |

Olocausto. Domenica sera, nelle campagne della Polonia centrale, l’artista polacco Rafal Betlejewski ha dato fuoco a un granaio. Scopo della performance: commemorare, a 69 anni di distanza il rogo degli ebrei di Jedwabne (nord-est), bruciati vivi in un granaio dai loro vicini.

Isawiya, Gerusalemme Est. Le rovine di una casa palestinese, distrutta dalle autorità israeliane perché costruita senza autorizzazione.


Padroni in casa d’altri.
Le forze d’occupazione israeliane affrontano manifestanti palestinesi e militanti internazionali contro l’annessione del territorio del villaggio di Nabi Saleh. Un messaggio contro l’occupazione in generale.

Gaza City. Il cargo d’aiuti umanitari noleggiato dalla Fondazione Gheddafi di Seif Al-Islam, figlio del Colonnello, è entrata nelle acque internazionali al largo dell’isola greca di Creta ed è previsto che arrivi oggi a Gaza.

Cuba Libre. I sette oppositori cubani arrivati ieri a Madrid hanno emesso un comunicato congiunto nel quale stimano che la loro liberazione da parte del regime castrista segni «l’inizio di una nuova tappa per l’avvenire di Cuba».

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2 Commenti

  • avatar fb scrive:

    Mi soffermo sulla faccenda di Jedwabne, dove per decenni si addossò la colpa del massacro -fra l’altro ridimensionato da 1600 vittime a 380- agli Einsatzgruppen, mentre furono gli zelanti e perversi polacchi cattolicissimi del paesino a massacrare i loro concittadini ebrei. Solo ora, dopo che si sono svelati gli altarini, il governo polacco e la Chiesa locale hanno recitato il mea culpa e chiesto scusa alla comunità ebraica. Naturalmente ci sono siti di negazionisti che ci sguazzano e ci gongolano, evidenziando il fatto come un esempio lampante dell’assoluta invenzione fantasiosa dell’Olocausto. Comunque, sotto l’occupazione sovietica, dal ’39 al ’41, anche i comunisti della NKVD si diedero da fare per accoppare, mandare in Siberia o imprigionare parecchi abitanti del luogo, compreso il parroco. Sembra che ad alimentare l’odio contro la comunità ebraica concorresse anche il fatto che, in genere, gli ebrei polacchi accolsero a braccia aperte i sovietici, nel ’39, come dei liberatori dalle angherie secolari cui li sottoponevano i polacchi ultracattolici. Nella fattispecie, fu proprio il sindaco di allora a radunare la popolazione giudaica nella piazza del paese,dove furono poi massacrati quasi tutti, a bastonate, colpi di scure, sassate; una ragazza fu decapitata e poi con la testa ci giocarono a football i suoi coetanei cristiani. I parenti dei bruciati vivi scampati al rogo vennero portati sui resti fumanti del granaio, tra i corpi carbonizzati, e finiti a colpi di forcone. Pare che in piazza ci fossero alcuni elementi della Feld-Gendarmerie tedesca, che si limitarono a fotografare, compiaciuti e diligentemente, con obiettivi Zeiss e fotocamere Voigtlander, immagino, le varie fasi del massacro.

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  • avatar Giacomo scrive:

    posso partecipare anch’io alla fiera del copia e incolla con questo contributo?

    Le radici di una menzogna. La storia di Jedwabne.
    Jedwabne è un villaggio della Polonia nordorientale recentemente salito agli onori della cronaca per una vicenda assai poco onorevole. La proviamo a riassumere poiché, nella sua singolarità, è indice di un fenomeno ben più diffuso, quello della corresponsabilità nello sterminio razziale, durante la seconda guerra mondiale, di quanti tedeschi non erano, subendone anzi l’occupazione ma condividendone gesti e misfatti.
    A Jedwabne, che era anche uno shtetl con duecento anni di storia alle spalle, infatti, il 10 luglio 1941 si consumò la mattanza della popolazione ebraica. Il sessanta per cento dei residenti di un centro abitato composto da circa duemilacinquecento anime fu sottoposto a quel “trattamento speciale” che gli scherani di Hitler predicavano e diffondevano in tutta l’Europa. A ricordo e monito di quanto avvenne è rimasta fino all’inizio di quest’anno una stele funeraria che recitava: “questo è un luogo ove venne massacrata la popolazione ebraica. La Gestapo e la polizia tedesca assassinarono milleseicento persone”. Un tangibile segno della memoria, insomma, eretto da quanti sopravvissero a quei terribili momenti, rimanendone indelebilmente colpiti in quanto testimoni impotenti e dolenti.
    Peccato che molto di tutto ciò, ad una verifica dei fatti, si sia rivelato un falso. Sì, perchè i morti ci furono, di ebrei si trattò e nella misura indicata. Ma i tedeschi, almeno per quella volta, c’entravano poco o nulla. In una originale inversione dei ruoli essi furono testimoni (alcuni affermano non essere stati più di una decina, a presidio passivo dell’abitato), più o meno compiaciuti, di quanto i carnefici – tutti polacchi – andavano facendo, con una ferocia degna di un girone dantesco, ai concittadini di origine ebraica. In poche ore, a fare dalla tarda mattinata di un caldo e polveroso giorno dell’estate polacca, milleseicento esseri umani scomparirono dalla faccia della terra. In una clima di grande eccitazione, tra uomini armati di randelli, asce, attrezzi di lavoro, bastoni e così via si consumò il destino di quegli infelici che ebbero la sfortuna di non poter sfuggire al furore di quanti, fino al giorno precedente, erano stati loro compagni di lavoro, vicini di casa, clienti o venditori al mercato del villaggio.
    La maggior parte delle vittime fu eliminata all’interno di un granaio dove, come in un feroce rito pagano, uomini e donne, anziani e bambini, vennero bruciati vivi, nel tripudio collettivo dei persecutori. Tutto intorno a Jedwabne una corona di fieri assassini si occupava di garantire che nessun sventurato potesse trovare scampo, circondando la campagna circostante ed eliminando i pochi che cercavano disperatamente una via di fuga. Alcuni tra questi, catturati, furono costretti all’osceno rito di scavarsi la fossa per poi essere uccisi a colpi di randello, mazza e coltello.
    Poi, poco a poco, terminata l’opera sterminazionista, distrutti i corpi, sotterrate sotto un cumulo di omertà e silenzi le vive immagini dell’eccidio, anche le rimanenti tracce di questa vendemmia di sangue si persero tra gli strati di polvere del procedere inesorabile degli eventi storici. Il sanguinoso sabba si era consumato, rimanevano segni sempre più labili ed incerti di ciò che era stato. Alla conclusione della guerra il succedere dell’occupazione russa a quella tedesca prima, lo stabilirsi di un regime autoritario poi, cancellarono la memoria residua, in un’opera di collossale rimozione collettiva della responsabilità, proiettata ed addossata ai nemici di ieri, i tedeschi per l’appunto.
    Solo in tempi recentissimi la coraggiosa ricerca di uno studioso di origine polacca, “Neighbors” (Princeton University Press, April 2001, pqg.272) Jan Gross, ha permesso che il rimosso tornasse a galla. Tra reticenze e pudori, silenzi assordanti, sguardi imbarazzati, mezze verità, parziali ammissioni, bugie e finzioni, distorsioni e timide concessioni qualcuno ha iniziato a concedere qualcosa. Sì, quegli ebrei, accusati di “intelligenza con il nemico”, ovvero di collusione con i russi, dovevano essere “puniti” per i loro “crimini”. Ed in blocco poiché la loro era una infamia di “razza”.
    Tra il novembre del 1939 e il giugno 1941, in base agli accordi Ribbentrop-Molotov, Jebwabne si era trovato a seguire il destino di quella parte della Polonia che era ricaduta sotto la giurisdizione sovietica. Alcuni membri della locale comunità israelitica partecipano, a titolo personale, all’amministrazione comunista. Forse tra di essi ci fu anche chi collaborò alle attività della potente NKVD, la polizia politica di Mosca. I più però, così come i loro concittadini non semiti, seguirono con apprensione ma anche distacco l’evoluzione della situazione politica. Con l’arrivo delle truppe tedesche si scatena la persecuzione. I giudei sono tutti comunisti collaborazionisti, a partire dai bambini in fasce: il verdetto è la morte e viene implacabilmente eseguito dalla popolazione, per l’occorenza capitanata dallo stesso sindaco, Marian Karolak, nominato all’uopo dai nuovi padroni, i nazisti.
    Infine il silenzio e poi la menzogna.
    Gli anni passano, le ossa si fanno cenere, la cenere torna alla terra ma la memoria, implacabile, riemerge tra le pieghe e le increspature della storia. La versione ufficiale inizia a mostrare alcune crepe, così come la pietra sulla quale sono incise le parole che abbiamo riportato in esordio. Piccole fessure, all’inizio, che poi si trasformano in fenditure ed infine in spaccature. Poiché è di cesure che stiamo parlando: nella memoria come nelle coscienze, nelle generazioni come negli individui. Infine nel muro di omertà si crea una falla non più arginabile. E’ allora che si produce l’effetto cascata. Le autorità cittadine, nel marzo di quest’anno, sotto l’incalzante pressione dello sviluppo degli eventi, si vedono costrette a rimuovere la “pietra dello scandalo”, quel monumento funerario che testimoniava oramai solo dell’omissione e della mistificazione. Il resto è storia dell’oggi.
    Molto saggiamente, Jan Gross riscontra che Jedwabne è “la scoperta di ciò che noi polacchi siamo, in quanto ordinaria nazione con alcuni punti oscuri nella nostra storia”. Non si tratta di processare un popolo ma di capire che le zone opache vanno chiarite, a costo di dover sostenere gli sgradevoli effetti di un tale esercizio di sincerità ed onestà, poiché “è impossibile costruire un sicuro senso della propria autonomia nazionale sulla base delle menzogne”. La perdita dell’innocenza è la precondizione da assolvere affinché al nero paradiso delle leggende si sostituisca il senso della realtà e della giustizia. Da tempo frange estremiste e radicali di certo cattolicesimo integralista polacco hanno intrapreso una guerra, condotta mediaticamente ed attraverso gesti eclatanti, contro quel che residua dell’ebraismo locale e, soprattutto, del ricordo di quei tre milioni e più di anime che da decenni vagano per i cieli d’Europa. Lo scandalo delle croci nel campo di Auschwitz, così come la costruzione del Carmelo, sono solo due tra i tanti episodi che testimoniano di questa vocazione all’intolleranza e al fanatismo.
    Jedwabne ci dice che di milleseicento vittime predestinate solo sette sopravvissero. Di altrettante parole menzognere nulla è rimasto. Un paesaggio di rovine sul quale certuni dovrebbero meditare, a partire dall’Italia stessa.
    Claudio Vercelli
    ricercatore Istituto Studi Storici Salvemini di Torino

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