Il camionista di Bologna si è caricato il fardello sulle spalle
Completato, e inaugurato ieri, il monumento che Cna-Fita ha dedicato alla figura del camionista: sulla schiena del gigante alla rotonda della Pioppa, alla periferia di Bologna, poggia ora un vero autocarro. Il progetto della statua, alta quattro volte un’automobile e due volte un tir, è firmato dall’artista modenese Andrea Capucci. Iniziativa analoga era già stata presa in località Grisignano, sulla A4. (foto Eikon studio)
Il monumento al camionista, quando l’arte è spartitraffico
«Pensavo fosse per i Mondiali», confessa il barista di via Emilio Lepido, «m’aspettavo mettessero anche il pallone, invece hanno messo un camion». Se “dell’arte è il fin la meraviglia”, alla rotonda Gasbarrini, Borgo Panigale, il fin è raggiunto. Gli automobilisti girano il volante, girano la testa verso il Gigante d’alluminio,e attraverso il finestrino gli si legge sulle labbra «ma che roba è?», e peggio. È un monumento, mai visto un monumento? Sì, ma Garibaldi o San Petronioo il Nettuno sono un’altra cosa. Questo è un monumento di ultima generazione, il «monumento da rotatoria», forse il primo nel suo genere a Bologna ma non nell’Emilia che di rotonde è ormai satura, e se tutte diventano così somiglierà a Las Vegas.
Le autorità, i committenti, gli invitati, piccoli così sotto le gambe argentee, tagliano il nastro alle 18, ora di punta, asserragliati nel tondo, assediati dalla giostra di lamiere. Cè intasamento, l’ora di punta e la curiosità fanno rallentare e qualcuno si spazientisce, colpi di clacson e uno urla dal finestrino all’indirizzo dei celebranti qualcosa che di sicuro non è un urrah!. «Forse la novità. Forse i bolognesi non sono ancora pronti», s’interroga il segretario della Fita-Cna di Bologna, Daniele Giovannini, che è un po’ il padrino di questa statua smisurata, nove metri d’altezza, dodici con il ribaltabile Daf che gli hanno issato sulla schiena. Perché questo è appunto un monumento di tipo nuovo: un monumento sponsorizzato, come tutti i monumenti delle rotonde.
È il monumento al camionista ignoto e disprezzato, è la sua apoteosi eretta nel luogo che fu teatro di mitici blocchi del traffico per protesta; in fondo è un luogo appropriato, rombante, motorizzato, all’uscita dell’autostrada e all’imbocco della via Emilia, eppure da quando il Gigante della strada è stato issato, pochi giorni fa, s’è tirato addosso una valanga di improperi sul nostro sito Web e su altri della città: «un orrore», «inquietante» i più gentili. Non se li merita Andrea Capucci, modenese, mite autore di delicatissimi disegni e di preziose piccole crete, come questa che poggia sul tavolo del ristorante, il modellino del monumento che ha vinto il concorso.
«Dove c’è polemica c’è attenzione», è tutta quanta la sua controffensiva, «io a questo omone, a questo giocattolone, in due anni di lavoro mi ci sono affezionato, vede? È l’uomo che porta il camion e non viceversa, e quest’uomo fugge verso le colline, cerca la libertà…». Forse il problema è un altro, più generale. È il virus da rotondite monumentale acuta, potentissimo, contagioso, perché il monumento privato su suolo pubblico conviene un po’ a tutti. I sindaci si risparmiano la manutenzione di un’aiuola molto difficile. Gli sponsor ottengono a prezzi in fondo modici un cartellone pubblicitario permanente. Gli artisti possono mettersi alla prova su materiali e dimensioni che non potrebbero mai permettersi.
Il guaio è che le rotonde solitamente stanno in periferia, e le periferie sono già un caos di segni anarchici, sono già stracolme di un frastuono visuale che neanche la Venere di Milo riuscirebbe a riscattare. «Crede che ci faranno caso, quelli che passano da qui?», sorride beffardo il tassista, «da quest’ora in poi, guardi bene, da queste parti sono altre le distrazioni per gli automobilisti». Le signorine con le gonne molto, molto corte sono già ai loro posti di combattimento. Questo pezzo di città, diciamolo, tutti lo conoscono per il mercato più antico del mondo. «Ecco, appunto», riprende l’artista, «a me basterebbe che diventasse un punto di riferimento diverso, un segno di identità in un posto che non ce l’ha; che la gente cominciasse a dire, che so, ‘ti aspetto là dove c’è il gigante camionista’». Diamogli tempo. Anche la Tour Eiffel non piacque. Però non era uno spartitraffico. (Michele Smargiassi, la Repubblica 8 luglio 2010)
















L’estro dell’artista ha avuto un terribile collasso ed ha semplicemente creato la terza dimensione al paesaggio attorno. Per creare questo effetto bastava tuttavia il pilone della luce.
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