Quattro Nobel per la pace a presidenti americani. Immeritati, compreso quello a Obama
Barack Obama, il quarto presidente statunitense a vincere il premio Nobel per la pace, continua come i suoi predecessori a promuovere la convivenza pacifica. A patto che non danneggi gli interessi degli Stati Uniti. Tutti e quattro questi presidenti hanno lasciato la loro impronta sull’America Latina. Visto l’atteggiamento dell’amministrazione Obama nei confronti delle elezioni in Honduras del novembre 2009, forse vale la pena di ricordare alcuni fatti.
Theodore Roosevelt. Durante il suo secondo mandato presidenziale (1904-1908) Roosevelt dichiarò: «Negli ultimi quattro secoli, l’espansione dei popoli di razza bianca, o europea, ha recato beneficio alla maggior parte delle popolazioni che abitavano le terre in cui quest’espansione è avvenuta». Era perciò «inevitabile per il bene dell’umanità nel suo complesso che il popolo statunitense estromettesse i messicani» conquistando metà del Messico ed era «fuori questione aspettarsi che i texani si sottomettessero al dominio di una razza più debole». Naturalmente, anche l’uso della diplomazia delle cannoniere per sottrarre Panama alla Colombia e costruire il canale fu un dono all’umanità.
Woodrow Wilson. Wilson è il più rispettato dei presidenti che hanno ricevuto il Nobel per la pace e forse è quello che ha danneggiato di più l’America Latina. L’invasione di Haiti nel 1915 provocò la morte di migliaia di persone e lasciò il paese in rovina. Per dimostrare il suo amore per la democrazia, Wilson ordinò ai marines di sciogliere il parlamento haitiano perché non aveva approvato la legislazione che avrebbe permesso alle aziende americane di comprarsi tutto il paese. Wilson invase anche la Repubblica Dominicana «per garantire la sua sicurezza». Entrambi i paesi rimasero per decenni sotto feroci dittature, eredità dell’«idealismo wilsoniano», uno dei princìpi fondamentali della politica estera statunitense.
Jimmy Carter. Per il presidente Carter (1977-1981), i diritti umani erano «l’anima della nostra politica estera». Robert Pastor, il suo consulente per la sicurezza nazionale in America Latina, spiegò l’importante distinzione tra difesa dei diritti umani e politica reale: purtroppo l’amministrazione aveva dovuto appoggiare il regime del dittatore Anastasio Somoza in Nicaragua e aveva finanziato la sua guardia nazionale addestrata dagli Stati Uniti, anche dopo che aveva massacrato 40mila persone «con una brutalità che di solito un paese riserva ai suoi nemici». Per Pastor, «gli Stati Uniti non volevano controllare il Nicaragua, ma non volevano neanche che la situazione sfuggisse al loro controllo. Volevano che i nicaraguensi agissero in piena autonomia tranne quando questo danneggiava gli interessi americani».
Barack Obama. Il presidente ha allontanato gli Stati Uniti da quasi tutta l’America Latina e dall’Europa riconoscendo il colpo di stato militare che l’estate scorsa ha rovesciato il governo democratico dell’Honduras. «Quel golpe rifletteva enormi divisioni politiche e socioeconomiche», ha scritto il New York Times. Il presidente Manuel Zelaya stava diventando una minaccia per quella che la «piccola borghesia» chiamava la «democrazia», cioè il predominio delle «imprese e delle forze politiche più potenti del paese». Zelaya stava proponendo misure pericolose come l’aumento dei salari in un paese in cui il 60 per cento della popolazione vive in povertà. Doveva andarsene.
A novembre solo gli Stati Uniti e pochi altri hanno riconosciuto le elezioni vinte da Pepe Lobo e gestite dai militari: «Un grande trionfo della democrazia», secondo l’ambasciatore di Obama Hugo Llorens. Così Washington ha potuto mantenere l’uso della base aerea di Palmerola, particolarmente preziosa da quando i militari americani sono stati costretti a ritirarsi da quasi tutta l’America Latina. Dopo le elezioni, Lewis Anselem, rappresentante di Obama all’Organizzazione degli stati americani, ha consigliato agli stati sudamericani di riconoscere il golpe «nel mondo reale, e non in quello del realismo magico».
Dati gli stretti rapporti tra il Pentagono e l’esercito dell’Honduras, e l’enorme influenza economica che gli Stati Uniti hanno sul paese, sarebbe stato facile per Obama schierarsi con i paesi europei e latinoamericani a fianco della democrazia hondureña. Ma Obama ha preferito seguire la solita linea statunitense. Lo storico britannico Gordon Connell-Smith ha scritto una volta: «Anche se fingono di incoraggiare la democrazia in America Latina, gli Stati Uniti sono interessati al suo opposto», fatta eccezione per la «democrazia procedurale, cioè le elezioni, che troppo spesso si sono rivelate una farsa».
La vera democrazia soddisfa i bisogni della popolazione, mentre «gli Stati Uniti sono preoccupati soprattutto di creare le condizioni favorevoli per i loro investimenti». Ci vuole una buona dose di «ignoranza intenzionale» per non accorgersene.
E questa cecità dev’essere preservata a tutti i costi se si vuole che le cose continuino così, sempre per il bene dell’umanità, come Obama ci ha ricordato nel suo discorso per il Nobel. (Internazionale 828, 7 gennaio 2010)
NOAM CHOMSKY
Nato nel 1928 negli Stati Uniti, è un linguista di fama mondiale e un esponente della sinistra radicale nordamericana. Dal 1955 è professore di linguistica al Mit di Boston.
La presidenza Obama finirà per somigliare a quella di Carter?
Tag:Barack Obama, Jimmy Carter, Premio Nobel per la pace, Theodore Roosevelt, Woodrow Wilson
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