Quei vili del Vaticano che uccidono un uomo morto
In questa foto e in quella successiva, José Saramago all’inferno.
Riproduciamo l’articolo dedicato oggi dall’Osservatore Romano allo scrittore portoghese José Saramago, premiato nel 1998 con il Nobel per la letteratura e morto due giorni fa, il 18 giugno. Quella dell’organo vaticano non è un’«orazione» funebre, ma un attacco velenoso allo scrittore che li avversò in vita, «un intellettuale di nessuna ammissione metafisica, fino all’ultimo inchiodato in una sua pervicace fiducia nel materialismo storico, alias marxismo», cioè un comunista che non si curò di dialogare con le gerarchie cattoliche, che non accreditò il «mistero» della loro fede. Insomma, che non li legittimò. Perciò il compilatore dell’epitaffio vaticano ha aspettato che il nemico rendesse l’anima a Satana per poterlo con tutto comodo e coraggiosamente sbranare.
Agli occhi vigili e implacabili della Chiesa, Saramago ha commesso l’errore imperdonabile non tanto di essere stato ateo per tutta la sua vita, quanto di non aver chiesto perdono dei propri peccati, di non essersi redento all’ultimo momento, prima del calcio di rigore che risolve la partita. Un fallo che costerà a lui, superbamente autoproclamatosi «zizzania» nell’evangelico campo, le fiamme eterne e ai suoi detrattori il bruciore terreno per non averlo saputo strappare in extremis all’orlo del precipizio dei dannati. Una ferita nell’orgoglio, un tremendo scacco per chi maneggia l’arma finale della Salvezza,per questi onnipotenti (presunti), che si ritengono inviati dal Salvatore.
Ecco a voi, dunque, nella sua interezza, ciò che nessun altro organo d’informazione vi ha dato se non a spizzichi e bocconi, ossia la posizione ufficiale della Chiesa, titolo compreso. Complimenti all’estensore dell’articolo per il coraggio, la finezza critica, l’attendibilità storica delle sue tesi e, soprattutto, per il fulgido esempio di carità cristiana. Un argomentare invero molto eloquente e convincente sull’apertura di questa Chiesa verso i non credenti e i critici in genere. Gli atei, agnostici, scettici di una certa età, sono avvisati: pentitevi prima di essere raggiunti da una sentenza postuma e inappellabile del foglio papale.
Avevo fino a oggi snobbato Saramago. Ora mi è venuta voglia di leggerlo. Grazie a Claudio Toscani. (Paolo Frambati)
L’onnipotenza (presunta) del narratore
di Claudio Toscani
«Quello di cui la morte non potrà mai essere accusata è di aver dimenticato a tempo indeterminato nel mondo qualche vecchio, solo per invecchiare sempre di più, senza alcun merito o altro motivo visibile». Sia pure scomparso alla rispettabile età di 87 anni, di José Saramago non si potrà dire che il destino l’abbia tenuto in vita a tutti i costi, vedi la frase succitata, tolta dal romanzo Tutti i nomi, uscito in quel 1998 che lo vide provocatorio Nobel della letteratura.
«Saramago», cognome aggiunto all’anagrafico José Sousa, era nato nel 1922 ad Azinhaga in Portogallo, da una famiglia di contadini e braccianti. Trasferitosi a Lisbona nel 1924, qui aveva compiuto i suoi studi fino al diploma di tecnico meccanico.
Non particolarmente complessa né movimentata, la sua vita veniva registrando vari lavori, tra cui l’editoria; un matrimonio nel 1944; un primo romanzo nel 1947 (Terra di peccato, che disconoscerà in sede di bibliografia ufficiale); l’iscrizione al Partito comunista nel 1969 e una militanza politica clandestina sino al 1974, quando la cosiddetta «rivoluzione dei garofani» (contro la dittatura di Caetano), ristabilisce le libertà democratiche.
Cinquantacinque anni compiva Saramago al suo vero primo romanzo, Manuale di pittura e di calligrafia (1977), ma nel resto della sua vita recupererà il tempo andato imponendosi in decine e decine di opere che coerentemente convergono attorno a pochi cespiti conduttori: la Storia maiuscola in filigrana a quella del popolo; una struttura autoritaria totalmente sottomessa all’autore, più che alla voce narrante, non solo onnisciente ma anche onnipresente; una tecnica dialogica in tutto debitrice all’oralità; un intento inventivo che non si cura di celare con la fantasia l’impronta ideologica d’eterno marxista; un tono da inevitabile apocalisse il cui perturbante presagio intende celebrare il fallimento di un Creatore e della sua creazione. E, infine, una strategica modalità, tematica ed espressiva a un tempo, impegnata a rendere quel che lui stesso ha definito la «profondità della superficie»: qualcosa che allude sia a quel poco che conosciamo del tanto che rivendichiamo alla ragione, ma anche quel tanto che strappiamo alla realtà di quel poco che la ragione ci permette.
Chiamando a raccolta non molti ma primari maestri (da Kafka a Borges, da Eca de Queiros a Pessoa, da Antonio Vieira a Machado), Saramago diede da subito l’elenco degli artefici della sua formazione, collocandoli senza soluzione di continuità lungo un’onda di piena al cui estuario poneva la novecentesca inquietudine della letteratura, della storia, dell’arte, della politica e della religione, oltre che di se stesso. E per quel che riguardava la religione, uncinata com’è stata sempre la sua mente da una destabilizzante banalizzazione del sacro e da un materialismo libertario che quanto più avanzava negli anni tanto più si radicalizzava, Saramago non si fece mai mancare il sostegno di uno sconfortante semplicismo teologico: se Dio è all’origine di tutto, Lui è la causa di ogni effetto e l’effetto di ogni causa. Un populista estremistico come lui, che si era fatto carico del perché del male nel mondo, avrebbe dovuto anzitutto investire del problema tutte le storte strutture umane, da storico-politiche a socio-economiche, invece di saltare al per altro aborrito piano metafisico e incolpare, fin troppo comodamente e a parte ogni altra considerazione, un Dio in cui non aveva mai creduto, per via della Sua onnipotenza, della Sua onniscienza, della Sua onniveggenza. Prerogative, per così dire, che ben avrebbero potuto nascondere un mistero, oltre che la divina infinità delle risposte per l’umana totalità delle domande. Ma non per lui.
Giunto tardi al romanzo, si era rifatto, come s’è detto, con una serie di narrazioni. Dal 1980 in poi, nella bibliografia dell’opera di Saramago, si transita da Memoriale del Convento a L’anno della morte di Ricardo Reis (1984), che torna alla storia del Portogallo nel 1936; da La zattera di pietra (1986), avventura ecologica e demoniaca che immagina la deriva della Spagna dell’oceano tra magico quotidiano, metafora politica e nuove soluzioni atlantiche, a Storia dell’assedio di Lisbona (1989), libro in cui un revisore editoriale, inserendo una particella negativa (un «non») in un saggio storico, dà a Saramago il destro per giocare a falsificare l’evento, più per gioco che per convinta ideologia. È il 1991 quando, inaugurando ciò che la critica ha chiamato il suo secondo tempo, lo scrittore pubblica Vangelo secondo Gesù, sfida alla memorie del cristianesimo di cui non si sa cosa salvare se, tra l’altro, Cristo è figlio di un Padre che imperturbato lo manda al sacrificio; che sembra intendersela con Satana più che con gli uomini; che sovrintende l’universo con potestà senza misericordia. E Cristo non sa nulla di Sé se non a un passo dalla croce; e Maria Gli è stata madre occasionale; e Lazzaro è lasciato nella tomba per non destinarlo a morte suppletiva.Irriverenza a parte, la sterilità logica, prima che teologica, di tali assunti narrativi, non produce la perseguita decostruzione ontologica, ma si ritorce in una faziosità dialettica di tale evidenza da vietargli ogni credibile scopo.
Il secondo tempo di Saramago si diversifica poi con Cecità (1995), affresco apocalittico che denuncia la notte dell’etica in cui siamo sprofondati. Poi in campo esistenziale, sia con Tutti i nomi (1997), altra apocalisse dal pessimismo assoluto sospesa su una indifferenziata comunità di morti e di vivi, sia con Il racconto dell’isola sconosciuta (1998), parabola sull’uguaglianza dell’uomo tra gli uomini. In campo intellettuale, prima con La caverna (2000), che tra Kafka, Huxley e Orwell, dispiega un allarme meno disperato del solito e addirittura aperto alla speranza; poi, con L’uomo duplicato (2003), dove colui che si scopre identico a una comparsa televisiva finisce per smarrirsi in un garbuglio fattuale, psichico e spirituale.
Avvicinandosi alla fine, Saramago ci ha lasciato un «testamentario» Saggio sulla lucidità (del 2004), critica al funzionamento, se non alla funzionalità, delle odierne democrazie, contro le quali l’autore auspica una schiacciante maggioranza di «schede bianche», la più invisa espressione di volontà politica per un potere che solo così dovrebbe deflagrare. Poi, un «giocoso» Don Giovanni o il dissoluto assolto (del 2005), ossia il ritratto di un onore sociale offeso, giacché al grande amatore non riesce, nel testo, ciò per cui è da sempre famoso. Fertile, comunque, la discesa creativa degli anni appena precedenti la scomparsa: dall’itinerante carovana di Il viaggio dell’elefante (2009), pittoresco, umoristico e «peripatetico», all’inaccettabile Caino (2010), romanzo-saggio sull’ingiustizia di Dio, parodiante antilettura biblica, per non dire di altri titoli che andrebbero segnalati, a onor del vero, ma quasi sempre per polemica o pretesto.
Saramago è stato dunque un uomo e un intellettuale di nessuna ammissione metafisica, fino all’ultimo inchiodato in una sua pervicace fiducia nel materialismo storico, alias marxismo. Lucidamente autocollocatosi dalla parte della zizzania nell’evangelico campo di grano, si dichiarava insonne al solo pensiero delle crociate, o dell’inquisizione, dimenticando il ricordo dei gulag, delle «purghe», dei genocidi, dei samizdat culturali e religiosi. (L’Osservatore Romano, 20 giugno 2010)














Quindi questo toscano ha gia’ dato il giudizio. Chi e’ zizzania e chi no. Pazienza: si vedra’ alla fine, no?
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Come è stato possibile che un personaggio così importante come Saramago scrittore intellettuale premio Nobel abbia creduto per quasi tutta la vita in una dittatura..??? … Errore ( umanamente comprensibile ) o conveniente appartenenza ( umanamente comprensibile ma sicuramente deprecabile ) ..???
Eppure noi una risposta precisa dovremmo averla visto che dopo la seconda guerra mondiale milioni e milioni di italiani volevano sostituire una dittatura con un’altra.. .. è stato forse un esempio che non è servito o forse risposte non ce ne sono ….???
… e allora chiedo l’ausilio a qualche intellettuale del blog ….. grazie.
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L’operazione di Carlo Toscani, pedissequa pecorella ed obbediente scrivano al seguito ed al servizio dell’illustre foglio vaticano, è effettivamente fuori luogo, fuori tempo ed anche fuori dei limiti dell’etica, della carità e della misericordia cristiane, mentre si arroga, nel contempo, un pre-giudizio, anteriore a quello divino,defintivo ed imperscrutaile. Io non ho mai condiviso parecchie posizioni di Saramago, specie il modo in cui ha descritto la vicenda di Cristo nel suo “Vangelo secondo Gesù”; però, anche controbattere la giusta indignazione di Sramago per le malefatte della Chiesa -Crociate ed Inquisizione- sto parlando della Chiesa di Cristo, o di quella presunta tale da 2mila anni, contrapponendole quelle perpetrate dallo stalinismo e dal comunismo più liberticida, mi sembra veramente un’operazione ridicola, risibile, eticamente e giuridicamente bieca ed infame. Saramago aveva deplorato, giustamente, la sconsideratezza e l’intolleranza di chi aveva disegnato le famigerate vignette anti-islamiche su Maometto. Ma quando in Spagna comparve un libro fortografico in cui Cristo giovinetto veniva sottoposto a masturbazione da una ragazzuola, accanto alla Vergine, la medesima teneva in braccio un maiale e Gesù sghignazzava scompostamente sulla croce, completamente ignudo, in pose lascive, allora si scandalizzò e si stracciò le vesti, ma non per il libro, bensì perchè, secondo lui, la censura applicata alle foto ledeva fortemente la libertà di espressione. Allora, due pesi e due misure?
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Condivido lo sdegno del blog per il vile articolo dell’osservatore romano, e l’ammirazione per Saramago, semplicemente grandissimo. Vi ho inviato postback da qui: Saramago e l’osservatore romano.
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Do il lin, per chi volesse utilizzarlo, citarlo o segnalarlo del commento alla recensione-rogo de L’Osservatore Romano contro Saramago – che ho postato nel mio blog http://www.cattolicesimo-reale.it e che a breve comunicherò con newsletter:
http://www.cattolicesimo-reale.it/il-blog/quando-volano-gli-avvoltoi/
cordialmente
Walter Peruzzi
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Spett.le redazione,
Certo di farvi cosa gradita, Vi informo che è uscito il mio nuovo libro shock che forse potrà interessarVi. Potete richiederlo presso le edizioni NEXUS: Via Terme 51, 35041 Battaglia Terme (PD). Tel: 049.9115516; fax: 049.9119035 info@nexusedizioni.it
LA RELIGIONE CHE UCCIDE
COME LA CHIESA DEVIA IL DESTINO DELL’UMANITÀ
(Nexus Edizioni), giugno, 2010.
517 pagine, 130 immagini, € 25
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http://www.macrolibrarsi.it/libri/__la-religione-che-uccide.php
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http://www.macroedizioni.it/libri/la-religione-che-uccide.php
Maggiori informazioni su:
http://alessiodibenedetto.jimdo.com/novita-2010/
http://alessiodibenedetto.blogspot.com/2010/04/fuori-della-chiesa-non-ce-salvezza.html
Nell’allegato la presentazione del libro ed alcune notizie sull’autore.
distinti saluti
alessio di benedetto
347.6704846 (dopo le 13)
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