Il calcio ai tempi della guerra a la guerra ai tempi del calcio

Pubblicato da Redazione il 14 giugno 2010 in filosofia, Guerra a pace, Libri, Sport |

Le alte sfere del pensiero rotolano insieme alla sfera di cuoio sul campo di calcio. Nel suo ultimo libro, Mathias Roux, professore francese di filosofia, mescola pallone e morale. Socrate e Bill Shankly, il mitico trainer del Liverpool. Diceva quest’ultimo: «Dal modo in cui certe persone parlano di football, si è portati a credere che il risultato di una partita è questione di vita e di morte. In effetti, il calcio è molto di più».

Nel suo libro Socrate en crampons («Socrate in tacchetti», edito da Flammarion) l’autore francese, che ha maturato una certa esperienza tra gli studenti liceali, innalza il quotidiano, in questo caso il calcio, al rango di oggetto di riflessione. Analizzando la partita tra Italia e Francia che assegnò alla nazionale azzurra la Coppa del Mondo nel 2006, Roux associa i riti di massa ai rituali del potere.

Il giorno della nostra vittoria, allo stadio, c’erano tutti quelli che contavano. E successe di tutto, soprattutto che Zidane colpisse Materazzi al petto con una testata, episodio ufficialmente condannato ma spunto di svariate interpretazioni e fonte di innumerevoli fantasie narrative.

Intervistato dal quotidiano elvetico Le Temps, il filosofo transalpino ha spiegato in questa maniera l’interesse suscitato da quel colpo di testa inferto al 107esimo minuto di un gioco teso fino all’esasperazione.

«Mi sono servito del gesto dell’attaccante francese per sviluppare una riflessione sul diritto e la giustizia, ma allo stesso modo sul dovere e la morale. Non si tratta di giudicare l’atto in se stesso, ma la polemica che ha suscitato. Certuni hanno condannato questa testata argomentando che avrebbe potuto scioccare i bambini seduti davanti al televisore. Altri hanno sostenuto che Zidane abbia nuociuto agli interessi della sua squadra e sia stato il responsabile della sconfitta dei Bleus (la nazionale francese, ndr). Queste riflessioni mostrano tutte l’ambiguità del nostro rapporto con la morale. La morale deve essere incondizionata e tuttavia facciamo appello alle circostanze per giustificare un giudizio, è l’eterno dibattito tra Kant ed Hegel». Se interpreto bene, tra la morale assoluta kantiana, al di sopra di tutto, e il relativismo hegeliano. Tra moralisti intransigenti e manica larga.

Dato che Roux definisce lo stadio come una cattedrale in cui si prova fisicamente l’appartenenza a una comunità, l’intervistatore gli chiede allora quale sia la composizione sociale dello stadio.

«Enfatizzando gli eccessi dei tifosi, certi intellettuali sono portati a credere che lo stadio sia un luogo di regressione. Al contrario, io credo che sia un pezzo di società che ne riproduce certi meccanismi. A parte le azioni di qualche estremista, la violenza del calcio è innanzi tutto simulata al fine di essere sfogata. Il recinto sportivo gioca un ruolo catartico e pure politico, poiché il conflitto è perfettamente organizzato e messo in scena, alla stessa maniera dei dibattiti parlamentari».

È pensando a queste risposte del filosofo francese che mi sono chiesto il senso dell’iniziativa di Fabio Capello, l’allenatore italiano della nazionale inglese che, prima di partire per il Sudafrica, ha mostrato ai giocatori un video di auguri e incitamento ricevuto da un battaglione di soldati britannici impegnati in Afghanistan contro i talebani. Steve Gerrard, il capitano della squadra dei Tre Leoni ha così commentato: «Sono ragazzi e giovani uomini come noi, hanno la nostra stessa età, ci somigliano fisicamente, ma loro sono laggiù a rischiare la vita per la libertà e a difendere il nostro paese, mentre noi indossiamo una maglia e calzoncini corti per una partita di pallone. Vedere la gioia con cui questi soldati ci hanno mandato gli auguri ci ricorda quanto siamo fortunati, rispetto a loro. E ci spingerà a dare ancora di più, a dare il massimo, per rappresentare degnamente l’Inghilterra, i nostri tifosi, inclusi i nostri soldati, nelle partite che ci aspettano».

Non è una novità che il calcio, come altri sport, sia una sublimazione e una metafora della guerra. Ma è una novità che la guerra, per giunta contrabbandata come missione di pace, possa costituire un incoraggiamento a dare il massimo sul rettangolo di gioco. Cioè che sia una fonte di ispirazione.

Nel film Invictus di Clint Eastwood, dove al posto del calcio c’è il rugby, Morgan Freeman-Mandela cerca di fare del gioco un’occasione per la pacificazione tra bianchi e neri. Oggi, invece, in quello stesso Sudafrica che si è inventato la nazione arcobaleno per fare convivere etnie di tutti i colori, lo spirito guerresco importato dall’Afghanistan dovrebbe servire a portarsi a casa l’ambita Coppa. Costi quel che costi? Compresi i colpi bassi (o di testa) moralmente riprovevoli? Kant o Hegel?

Colpire un bersaglio, non necessariamente talebano, e fare gol sono scopi che si equivalgono? Sì, se non fa più differenza colpire con la testa un pallone o un torace.

Se il calcio continuerà a essere sregolato come la guerra che ci raccontano ogni giorno i giornali, ha ragione Roux a dire che il catino dello stadio contiene tutta la società, guerrafondai e terroristi compresi. Presente non solo sugli spalti, ma anche sul terreno di gioco.

Da come si giocherà e vincerà nei prossimi giorni capiremo non tanto quel che intendeva Cappello mostrando quel filmato, ma come è stato decifrato e messo in pratica il messaggio ricevuto dal fronte dove si spara e si muore. Senza neanche il sogno di una coppa.

Ivano Sartori


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6 Commenti

  • avatar frank spada scrive:

    Finché la “guerra” non diventerà uno spot pubblicitario, come il calcio, il “mercato” vincerà senz’altro, mondiale dopo mondiale.

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  • avatar fb scrive:

    Il calcio, i giocatori di pallone, gli allenatori, le squadre, le società di football, le varie federazioni non mi hanno mai minimamente toccato. Trovo assurdo l’interesse e gli interessi che ruotano attorno a questo sport nazional-popolare, che forse un tempo aveva le sue ragioni di esistere, ora invece è ridotto ad uno sciocco rito da officiare una volta a settimana e da continuare poi in chiacchiere da bar, insulse e futili, tra personaggi saccenti e presuntuosi, tutti quanti allenatori e goleadores da strapazzo, sportivi da poltrona e da divano, con Peroni ghiacciata al fianco e rutto libero, alla Fantozzi, dinnanzi allo schermo TV, od urlanti e baccaianti allo stadio, quello zoo in cui vengono rinchiusi, la domenica, diecine di migliaia di bipedi fanatici e strepitanti. Per me il calcio è qualche cosa per cui che ci sia o che non ci sia, il mondo reale non perde nulla di positivo e niente di negativo; meglio comunque se non ci fosse. Si risparmierebbero denaro a fiumi, energie mal sprecate, tolte all’agricoltutra ed all’allevamento ed al posto degli stadi potrebbero sorgere stupendi parchi, naturali o tematici, per il sereno e quieto vivere e la gioia e la sodisfazione di grandi e piccini.

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  • avatar giuliana scrive:

    Ho trovato la firma di Ivano Sartori e ho letto il suo articolo, pur non interessandomi assolutamente di calcio. Sapevo che avrei trovato delle riflessioni imperdibili. Alla base di tutto ho intravisto il tormento di un angosciante interrogativo. Sarà il tempo, forse, ad aiutarci a capire.
    Vorrei, caro Ivano, metterLa al corrente di una notizia che non mi pare abbia trovato molto spazio sulla stampa, ma permette di fornire un ulteriore tassello al mosaico dei dubbi che lacerano tutti noi.
    —Guardavano in tv Argentina-Nigeria: sono stati uccisi dai talebani somali per i quali il calcio è roba da infedeli e deve essere assolutamente bandito dalla nuova società che i fanatici musulmani stanno costruendo nel Corno d’Africa a colpi di barbarie.—
    E’ successo sabato scorso, nel quartiere di Huruwaa, zona nordorientale di Mogadiscio, controllata dal movimento Shebab. Dodici appassionati di calcio si erano ritrovati per seguire la partita fra la nazionale di Maradona e quella africana, decisa dal gol di Heinze. Credevano di essere al sicuro, invece sono stati scoperti da una banda di miliziani che, con una raffica di kalashnikov, hanno assassinato due dei ragazzi, non appena hanno tentato al fuga.
    Tutti gli altri sono stati arrestati e saranno giudicati dal tribunale islamico. Lo sceicco Abu Yahya Al Iraqi, prima che si iniziasse il mondiale, era stato intransigente: “Il calcio discende dalle antiche culture cristiane e la nostra amministrazione islamica non permetterà mai alla gente di seguirlo”. E un altro sceicco, Mohamed Ibrahim, ha dichiarato all’agenzia France Presse: ” Il calcio è una perdita di tempo. Se qualcuno vuole esercitarsi può farlo per conto suo, ma andare al cimema e guardare le partite è vietato dall’Islam. Il calcio è stato creato per accecare le giovani generazioni e impedire che preghino Allah”.
    Ecco, i ragazzi che partecipano alla missione stanno anche difendendo il diritto assoluto di altri ragazzi di decidere autonomamente se assistere o no ad una partita di calcio. Si chiama libertà.

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    • avatar ivano sartori scrive:

      Non amo il calcio, ma sono sicuro che lo amerei se lo avessi giocato da bambino. Ero negato e perciò non ha fatto parte della mia crescita, dei miei miti infantili e adolescenziali. Da questi miei limiti non ho mai fatto discendere alcuna condanna verso chi tira calci a un pallone e facendole si diverte. Pure a me sarebbe piaciuto sudare e coprirmi di gloria a quella maniera. In un modesto e polveroso campetto parrocchiale, va da sé, non al Maracanà, che pure ho visitato (spoglio di spettatori), facendomi spiegare dalla mia guida la sua importanza e osservandolo come si fa con una cattedrale. Perché tutto ciò che l’uomo ha costruito e venera attraverso i secoli o i decenni una qualche ragione e bellezza dovrà pur averla e chi non lo capisce sono problemi suoi.
      Standomene in panchina (quella dei giardinetti), ho avuto modo di leggere e amare chi ha scritto del calcio con accenti epici. Dai divertenti racconti sul futbòl di Osvaldo Soriano alla prosa gaddiana di Gianni Brera. Morti entrambi, ma c’è chi li ha validamente sostituiti.
      Chissà se tra i feroci talebani somali c’erano giovanotti che non amavano il calcio perché erano delle schiappe e per reazione si erano dedicati alla lettura fanatica del Corano o campioni mancati, strappati al terreno di gioco dall’imam. Qualsiasi religione, ideologia, teologia o teocrazia che impedisca di conoscere se stessi, le potenzialità del proprio corpo e della propria intelligenza, è una religione o un’ideologia da boia.
      Continuerò sempre a chiedermi se è dalla fede estrema che nasce la crudeltà o se è un’indole violenta innata a farti approdare alle fedi cieche. Ma credo sia un dilemma ozioso, come chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina.
      Più che qualcosa da odiare o amare, penso che il calcio sia uno sport e un fenomeno da comprendere. La comprensione, che grande traguardo! Aldous Huxley, autore inglese noto soprattutto per avere scritto «Il mondo nuovo», negli ultimi anni di vita fece una confessione che sapeva di tardiva scoperta: «È un po’ imbarazzante aver passato una vita intera a occuparsi del genere umano e accorgersi alla fine che l’unico consiglio da offrire è “cercate di essere un po’ più comprensivi”».
      Ecco, penso che la parola «comprensione» non figuri sul manuale del perfetto fondamentalista somalo.

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  • avatar fb scrive:

    Anch’io non ho mai praticato alcuno sport, e tantomeno il football, per una forma di esclusione educativa familiare, che prediligeva lo studio e la lettura , anteponendoli in modo quasi esclusivo agli esercizi del fisico. Umanisti e gentiliani nelle scelte scolastiche per la prole, i miei disdegnavano, per noi figli, il motto latino “mens sana in corpore sano. Onde io, primogenito e votato, nelle aspettative genitoriali, solo ai risultati brillanti negli studi da tavolino e da scrivania, mi rifugiavo in letture seriose, tristi, pessimistiche, da Schopenauer a Leopardi, dai pensatori esistenzialisti ai nichilisti di ogni tempo e paese. Trascuravo i campetti di gioco del pallone e mi immergevo in elucubrazioni mentali, deleterie per il fisico e per la psiche. Sottolineo comunque che non considero sports degni di tal nome, ad esempio, la caccia, la pesca, la boxe e le corride, anche se da secoli e millenni praticate e tali denominate e considerate. Quanto poi a religioni e violenza ed alle loro mutue correlazioni, noto che i politeismi sono molto più tolleranti ed aperti dei monoteismi; si aggiunge un idolo non a tavola, ma su un altare ed il gioco è fatto. Le fedi monoteiste hanno lasciato dietro di sè lunghe scie di sangue ed odorano di morte e di crudeltà; per un Dio unico, monocorde, monotematico, monadico non c’è spazio che per Se stesso ed anche Allah è il solo degno di tal nome. Nell’adesione incondizionata alla causa del proselitismo, si perde ogni atteggiamento critico, persuadendosi dell’assoluta incontestabilità e dell’incontrovertibile legittimità di ogni azione intesa a realizzarla. E’ un delirio paranoico a catena, in cui la violenza è attribuita alla divinità, così da esorcizzarla ed espellerla dal consorzio umano. Ogni società nasce consapevolmente alla storia nel momento in cui inizia a narrare la sua violenza, imponendo credenze e valori, vedi tutto il Vecchio Testamento. Violenza e fede rimangono come la principale forma di espressione della pulsione di morte, riconducendoci allo stato inorganico, agendo prima come autodistruzione di ciò che in noi connota e denota l’umanità e poi rivolgendosi al nostro prossimo, come pulsione di aggressione e di distruzione; il tutto sempre e dovunque nel nome di un Dio egotico, egocentrico, egoistico.

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  • avatar giuliana scrive:

    fb- Forse non si è accorto della polvere che ricopre il polveroso Antico Testamento, o, meglio, lo deve riporre in soffitta. La Chiesa l’ha fatto da un pezzo inquadrandolo in una dimensione storica equivalente ad una “preistoria” ed estrapolandone brani come strumenti di meditazione, non fonti di ispirazione per comportamenti violenti. Lo stesso Nuovo Testamento ha dichiarato “superato” il Vecchio, perchè, dunque, tirarlo sempre in ballo? Il Santo Padre non parla mai di conflitti tra ragione e fede, di miscuglio tra Stato e Chiesa. Ognuno nel proprio ambito, anche se in comune ci sono dei valori che entrambi considerano fondamentali. Oggi il Santo Padre ha usato parole forti, come sta facendo da quando ha iniziato il suo pontificato. C’è, secondo me, un’unica chiave di lettura che collega molti suoi discorsi, da quello di Ratisbona, a quello di Cipro, a quello di oggi. E’ un grande Pontefice che purtroppo non ha l’attenzione che merita. Lancia continuamente appelli accorati…sempre più accorati…e noi non lo ascoltiamo, per cui non li sappiamo cogliere in tutta la loro gravità. Dovremmo cominciare ad ascoltarlo con più attenzione, anche se fosse solo per la sua età, la sua mitezza, la sua grande cultura, la sua saggezza.

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