Il padre del commissario Kurt Wallander vuol boicottare Israele
Henning Mankell (nella foto), che era a bordo di una delle navi che hanno cercato di forzare il blocco di Gaza, è stato uno dei primi svedesi rilasciati dagli israeliani. Il giornale di Stoccolma Dagens Nyheter lo ha intervistato a casa sua, nel centro di Göteborg. Vestito di nero, con le scarpette della compagnia aerea ancora ai piedi, si è sistemato sul canapé del suo studio. Tutto i suoi effetti personali sono infatti spariti quando i soldati israeliani hanno preso d’assalto l’imbarcazione a bordo della quale si trovava per tentare di raggiungere Gaza.
Lo scrittore racconta che, dopo aver passato 72 ore senza chiudere occhio, ha potuto dormire infine a sazietà e che, a dispetto delle circostanze, si sente bene. In compenso, nutre unba grande collera nei confronti degli avvenimenti, del governo e dell’esercito israeliani. «Mai Israele era stata tanto condannata nel mondo. Lo Stato ebraico si è infilato in un vicolo cieco. Da oggi il mondo non è più quello che era la settimana scorsa», assicura. «Ciò che mi turba maggiormente è la stupidità israeliana. Se avessero voluto fermarci senza perdere la faccia, sarebbe bastato che distruggessero le eliche o i timoni e rimorchiare le navi al largo. Ma impegnarsi consapevolmente in uno scontro violento e uccidere persone, questo va oltre la mia capacità di capire», aggiunge. Poi racconta quel che è successo a bordo. «Ero di guardia da mezzanotte alle tre. C’era calma. Sono andato a coricarmi, ma non ho fatto in tempo ad addormentarmi che qualcuno è venuto a dirmi che stava succedendo qualcosa. Abbiamo visto degli elicotteri che calavano degli uomini e abbiamo sentito delle raffiche. Erano le 4,30. Alle 4,35 hanno abbordato la nostra imbarcazione. Eravamo riuniti sul ponte, e ci hanno detto di scendere sottocoperta. Forse qualcuno se l’è presa comoda e allora sono stati colpiti con pistole tipo Taser. Un altro si è preso una pallottola di gomma», spiega.
«Subito dopo, un soldato incappucciato è venuto a dirci che avevano scoperto delle armi. E questo perfetto cretino ha mostrato il mio rasoio e un taglierino che aveva trovato in cucina. Quindi ha dichiarato che doveva portarci con lui, perché eravamo dei terroristi».
Quando gli chiediamo se ha avuto paura, Henning Mankell risponde di no. «Io non ho particolarmente paura per la mia persona. Io posso sempre affidarmi all’esperienza della violenza che ho conosciuto in Africa. Tuttavia, esiste sempre la paura di essere maltrattati, anche se io ero certo che loro sapessero chi io fossi: era chiaro», afferma. Nel corso dell’attacco il romanziere ha smarrito, tra le altre cose, il suo computer, il suo cellulare, il suo portafoglio e le sue carte di credito. Non esita perciò a considerare i militari israeliani come dei ladri.
Alla vigilia della partenza aveva lavorato sul manoscritto della quarta parte delle serie televisiva su Ingmar Bergman che sta scrivendo. Sul seguito da dare a questa vicenda, lo scrittore ha la sua idea. «Naturalmente bisogna prendere in considerazione seriamente la possibilità di trascinare Israele davanti alla Corte penale internazionale, ma credo che sia importante affrontare una cosa dopo l’altra», spiega. E aggiunge: «Io vendo parecchi libri in Israele e voglio vedere se proibisco la traduzione dei miei romanzi in ebraico. Bisogna che io rifletta».
Un blocco letterario contro Israele, insomma, per rispondere al blocco imposto alla striscia di Gaza? La portata simbolica di un simile gesto non sfugge all’inventore del commissario Kurt Wallander, che d’altra parte può permettersi di perdere qualche lettore: a 62 anni, ha venduto oltre 25 milioni dei suoi libri in tutto il mondo.
Henning Mankell al momento del suo arrivo all’aeroporto di Landvetter (Svezia), il 1° giugno 2010.













