Stella Tobagi: l’assassino di Walter mi portò una scatola di cioccolatini
Walter Tobagi (Spoleto, 18 marzo 1947 – Milano, 28 maggio 1980)
di Michele Brambilla
Ci sono tanti modi per cominciare un’intervista con una persona che non ha mai rilasciato interviste eppure ha tante cose da dire. Forse per l’emozione che mi provoca l’incontro (ero al «Corriere d’Informazione» quella mattina del 28 maggio 1980 e ricordo le lacrime del capocronista Mario Palumbo) scelgo il modo più idiota e chiedo a Stella Tobagi: «Come sta?». E come vuoi che stia una persona che sta vivendo il trentesimo anniversario dell’omicidio di suo marito? Ma questa donna – sarà così anche nelle due ore successive di colloquio – è sempre sorridente e ha occhi luminosi. Risponde: «Bene, ci sono comunque tanti motivi per stare bene». Stella Tobagi abita ancora nella casa in cui abitava allora. Le finestre del soggiorno si affacciano sul parco Solari. La vietta qui dietro è via Salaino: è lì che Walter Tobagi, 33 anni, inviato speciale del «Corriere della Sera» e presidente del sindacato lombardo dei giornalisti, fu accoppato da una banda di giovani delinquenti: figli della buona borghesia che volevano giocare alla rivoluzione proletaria.
Che cosa ricorda di quella mattina?
«Tutto, in modo molto nitido. Avevo accompagnato a scuola Luca. Walter era in casa con Benedetta. Quando rientrai era già sveglio, ma ancora a letto. La sera prima, come al solito, aveva fatto molto tardi, era stato a un dibattito. Gli portai, come sempre, la mazzetta dei giornali. Poi uscii con Benedetta, volevo andare in viale Coni Zugna a comperare una torta di verdura».
Chi le disse che avevano ucciso suo marito?
«Non me lo disse nessuno. Lo vidi. Tornando dal parco Solari cominciai a sentire le sirene. Mi misi a correre con Benedetta, non le dico che avevo il cuore in gola perché era più che sentirsi il cuore in gola. Arrivai in via Salaino praticamente insieme con la polizia. Vidi che un agente aveva in mano il tesserino da giornalista di Walter. Gridai: ma è mio marito, fatemi passare!».
Benedetta era lì con lei?
«Sì. Non mi sono mai perdonata di averla portata lì».
Quanti anni aveva Benedetta?
«Tre. L’altro nostro figlio, Luca, ne aveva sei».
Da quanti anni eravate sposati?
«Nove. Ma non so quanto tempo abbiamo passato insieme. Walter faceva l’inviato, lavorava sempre anche la domenica: poi insegnava all’università e faceva il presidente del sindacato, e con i colleghi erano sempre riunioni, riunioni… Quando li sbattevano fuori dall’Associazione lombarda venivano qui a continuare a casa nostra… Parlavano fino a notte fonda, fumavano… Però erano anni intensi, e anche molto belli».
Qual è l’ultimo ricordo sereno di voi due insieme?
«Pochi giorni prima che lo uccidessero, a Venezia. Lui ci andò per lavoro, io volli fargli una sorpresa e mi feci trovare alla stazione. Ma sa che non riuscimmo a pranzare insieme neanche a Venezia? Non so quante volte abbiamo mangiato insieme neppure qui a casa. Lui mi telefonava dal “Corriere” e mi diceva: sto uscendo. Ma arrivava sempre due ore dopo, quanto cibo ho dovuto buttare via».
Lei non ama il mondo del giornalismo.
«No. Non l’ho mai amato. Non mi piaceva neanche il “Corriere”, ero un po’ anarchica e lo consideravo troppo asservito al potere. Poi non mi piaceva la competitività, anzi la rivalità fra i giornalisti: si scannano per una firma in prima pagina. Adesso capisco quanto bene ha fatto Walter con i suoi articoli, ma prima pensavo che il giornalismo mi ha portato via troppo di lui. Quando eravamo fidanzati andavo a prenderlo all’”Avvenire”, cenavamo in orari che per me, che sono mattutina, erano impossibili. E poi non eravamo mai soli: c’erano sempre dei suoi colleghi, io mi sentivo tagliata fuori perché i giornalisti parlano sempre delle loro cose».
Però ha sposato un giornalista.
«Io non ho sposato un giornalista, ho sposato Walter. Io e lui eravamo un tutt’uno. L’ho conosciuto che avevo sedici anni. Tutti lo ricordano oggi come un cronista che voleva capire per spiegare. Ma io l’ho conosciuto come un uomo che amava per capire. Mi ricordo un giorno in cui gli dissi che non capivo i miei suoceri, che abitavano con noi. Walter mi disse: non li devi capire, devi volergli bene. E io compresi che faceva così anche con me».
Signora, posso chiederle perché non ha mai rilasciato un’intervista? Perché non si fida dei giornalisti?
«Non è per quello. È che lei sa bene che cosa è successo dopo la morte di Walter. C’è stata una caccia agli assassini dentro il “Corriere”. Il direttore Franco Di Bella veniva qui e insisteva: Stella, devi raccontarmi che cosa ti confidava Walter, forse capiamo chi lo voleva morto».
Lei non crede che ci siano state complicità all’interno del «Corriere»?
«Ci fu senz’altro un’atmosfera di grande ostilità, una campagna velenosa fatta da alcuni colleghi di sinistra e dalla corrente sindacale di Rinnovamento. Ma non credo che il mandato a uccidere sia partito da via Solferino, né che lì dentro ci siano stati dei complici. Ecco, io tacevo perché temevo strumentalizzazioni politiche».
I socialisti hanno sostenuto a lungo l’ipotesi della «pista interna» al «Corriere», o al sindacato.
«Craxi veniva qui, si sedeva dov’è seduto lei adesso. Mi dava del tu, e io gli davo del lei. Portava dei giocattoli ai bambini, ma io li davo ai poveri, sapevo che Luca e Benedetta non gradivano».
Lei pensa che il Psi abbia strumentalizzato suo marito?
«Non mi piacque quando misero la sua faccia sui manifesti elettorali. Walter, poi, non era neanche più iscritto al partito».
Lei pensa che quei giovani terroristi agirono da soli?
«Io penso che furono loro a decidere di uccidere Walter. Ma ho il sospetto che qualcuno li abbia lasciati fare».
A chi pensa? «Penso alla P2. Ci sono molti elementi che me lo fanno credere».
Ad esempio?
«Senta, erano in molti a sapere che Walter era sotto tiro. Avevano già cercato di rapirlo. Persino io mi ero accorta che lo pedinavano. Non mi faccia dire di più».
Ha mai incontrato Marco Barbone, uno degli assassini?
«Venne qui dopo la sua rapida scarcerazione. Credo che furono i suoi avvocati a consigliargli quel gesto».
Le chiese perdono?
«No. Mi portò una scatola di cioccolatini, che abbiamo lasciato andare a male».
Ha avuto un risarcimento?
«Cento milioni dallo Stato e l’assicurazione sulla vita che il “Corriere” gli stipulò due mesi prima che lo ammazzassero. Dagli imputati niente. Barbone risultava nullatenente. Gli chiedemmo una cifra simbolica, ma ci rispose che se lo avesse fatto avrebbe provocato un trauma ai suoi figli».
Lei non crede al pentimento di Barbone? Ha un giudizio negativo sul suo conto?
«Non lo giudico».
Che rapporto ha oggi con il «Corriere»?
«Ci sono degli amici. E ho molta stima di Ferruccio De Bortoli, ha grandi qualità umane».
Signora, lei prima ha detto che ci sono tante cose che l’aiutano comunque a stare bene. Posso chiederle quali sono?
«Questi due figli meravigliosi. La solidarietà di tanta gente. La condivisione del lavoro di mio marito che ha continuato a dare frutti. La fede, che non ho per nulla perduto, anzi. E poi Walter: per me lui è sempre stato vivo, io lo sento vivo adesso». (La Stampa, 29 maggio 2010)
I figli di Walter Tobagi, Luca e Benedetta, con la madre Stella
Tag:Anni di piombo, Benedetta Tobagi, Bettino Craxi, Brigata 28 Marzo, Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, Luca Pedrazzi, Luca Tobagi, Marco Barbone, P2
SOTTO TIRO

CREDENZE POPOLARI
Nei centri commerciali,
i consumatori credono
di risparmiare.
In democrazia, gli elettori credono di contare.
QUELLO CHE NON HA GIULIANO
«Può darsi che Saviano sia banale e scriva male, ma se non piace
a Giuliano Ferrara qualcosa
di buono ce l’avrà». (Lia Celi)
SIRENE E CENTAURE NELLA GIUNTA BERNAZZOLI
«Giunta con metà donne», titola la Gazzetta di Parma, per significare che Bernazzoli vuole riservare il 50 per cento del suo esecutivo alle assessore. Ma detto così sembra che voglia amministratrici metà carne e metà pesce, metà umane e metà giumente. Strafalcione o lapsus?
MONTI LEI
Vista la situazione, è normale che la rabbia Monti. (Mario Mantovani)
ULTIMA CHIAMATA PER I PARTITITemo che i partiti italiani non abbiano capito il senso e lo scopo della formula adottata dal presidente della Repubblica dopo le dimissioni del governo Berlusconi. Mario Monti e i suoi tecnici avrebbero dovuto restaurare la credibilità finanziaria dell'Italia, riformare il mercato del lavoro, creare le condizioni per una economia più libera e competitiva. I partiti avrebbero dovuto assecondare il governo ma dedicarsi contemporaneamente ad altri compiti che non possono essere, in una democrazia, «tecnici». Avrebbero dovuto modificare la legge elettorale, ridurre il numero dei parlamentari, rompere l'incantesimo del bicameralismo perfetto, dare a se stessi uno statuto giuridico corrispondente alle loro responsabilità, dare al Paese un esempio di rigore finanziario riducendo drasticamente il denaro pubblico di cui si sono spensieratamente serviti dopo un referendum che diceva chiaramente quale fosse, a questo proposito, il pensiero del Paese. Ebbene, nulla di ciò che avevamo il diritto di attenderci in materia di riforme istituzionali è stato fatto. È questa una delle ragioni del malumore del Paese, che soffre la crisi e sopporta il peso delle tasse, e del successo di Grillo. Se i partiti vogliono rimediare, il tempo stringe e la porta attraverso la quale dovranno passare per avviare il cantiere delle riforme non resterà aperta più di tre o quattro settimane. Una riforma costituzionale richiede, infatti, una doppia lettura fra Camera e Senato e mancano dieci mesi alla fine della legislatura. Se non ne approfitteranno, il prossimo voto sarà peggio dell'ultimo. (Sergio Romano, Corriere della Sera, 10 maggio 2012)
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Quella mattina ero anch’io in Via Solferino, di turno. Mario non è stato l’unico a piangere.
Non conoscevo Tobagi se non di vista: ero appena arrivato, troppe cose da imparare, nomi, persone, riti. Uno, soprattutto, il caffè o l’aperitivo all’AlbertOne, il bar all’angolo con Via Moscova.
Gli occhi di chi era lì e tutti scrutava (me, poco, novellino che non ero altro) li ricordai quando si seppe che i pedinamenti spesso proprio da lì partivano. Poi ho conosciuto uno di loro, figlio e fratello di amici.
E ancora adesso non riesco a capire, perdonate, non i servizi, la P2 o chi altro, ma loro, quelli con cui magari, prima di quel giorno (di pioggia, mi par di ricordare) avevo pure bevuto qualcosa, discusso di politica, detto peste e corna di governo o politici.
E mi sento davvero fortunato di aver visto in tempo l’abisso sul cui ciglio abbiamo camminato in tanti, quegli anni.
Scegliendo un’altra strada.
Grazie, ancora, Walter Tobagi.
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Oggi Barbone, convertitosi al cattolicesimo talebano di CL, è responsabile della comunicazione nella Compagnia delle Opere e scrive per “Tempi”, settimanale di “Il Giornale”; e nel commando di assassini c’era anche Paolo Morandini, figlio del critico cinematografico Morando, che oggi rilascia brevi recensioni su Telesette. Non c’è che dire, il delitto paga bene, il giornalismo da strapazzzo accoglie di tutto e di ogni. La pasionaria da parata, di famiglia alto-borghese e straricca , Caterina Rosenzweig, la fidanzatina di Barbone, che aveva dato una generosa mano nell’assassinare il povero Tobagi, suo docente all’Università, chissà come mai se la cavò con un’assoluzione ed ora è sparita nelle vaste aree del Brasile, refugium peccatorum dei peggiori soggetti del pianeta.
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Sono Passati 30 anni,
dall’omicio Tobagi, lo dico dato che fra tre anni avrò la sua età.
Ma sopratutto da parte del fondatore di Prima linea, figlio di Morando Morandini silenzio assoluto.
Mi piacerebeb chiedergli perchè l’ha fatto?.
Marco da Roma
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Michele Brambilla, nel suo articolo riportato dal Vascello Pirata, scrive che Walter Tobagi: ” fu accoppato da una banda di giovani delinquenti: figli della buona borghesia che volevano giocare alla rivoluzione proletaria “.
Più oltre, il giornalista riporta una risposta della moglie di Tobagi, Stella, la quale afferma: “…..erano in molti a sapere che Walter era sotto tiro. Avevano già cercato di rapirlo. Persino io mi ero accorta che lo pedinavano. Non mi faccia dire di più”.
Ecco, a mio parere c’è qualcosa che non torna.
I giovinotti assassini si firmarono Brigata 28 Marzo.
Etichetta molto simile a Brigate Rosse ed altre affini.
Non erano soltanto “una banda di giovani delinquenti” poiché, dal sito de La Storia siamo noi, leggo che: ” I Magistrati milanesi riuscirono, più di due anni dopo, a dare vita a uno dei primi maxi-processi contro il terrorismo “rosso”: in quell’occasione in un’aula bunker dell’ex carcere minorile di Milano, per la prima volta sfilano davanti alle telecamere i giovani assassini di Tobagi, e insieme a loro anche altri 150 imputati per fatti di terrorismo. Durante gli otto mesi di processo ci furono moltissime polemiche legate alla ricerca dei possibili mandanti dell’omicidio, persino negli ambienti vicini allo stesso Corriere della Sera”.
La moglie Stella testimonia che vi era del movimentato interesse (ed occulto, per giunta) attorno a suo marito e pensa alla P2, loggia massonica che esce ed entra nei fatti italiani durante gli anni 70 ed 80 come noi usciamo ed entriamo in casa nostra.
Perché dire solo che erano giovani borghesi che giocavano a fare la rivoluzione?
Perché non commentare quel “non mi faccia dire di più”?
Perché sempre e, poi, sempre fermarsi al “sentito dire”, alle congetture prelevate a spizzichi e bocconi da testimoni e vittime senza mai chiedere a gran voce di aprire e svelare il contenuto delle casseforti nei quali sono rinchiusi quei segreti?
Perché per me è evidente che molti sanno, molti tacciono e qualcuno, complice il tempo che inesorabile scorre, lavora per far scomparire indizi e prove.
Oppure, li sotterra in posti sicuri, pronti ad essere disotterrati per ricattare: la foto ritraente Antonio Di Pietro a cena ( o pranzo) con poliziotti eccellenti ne è una prova (a prescindere dal cosa ci faceva lì l’Antonio).
Il medesimo discorso, a mio parere, si applica al libro di Gian Carlo Caselli, Le Due Guerre.
Verso la fine del libro, il magistrato parla dei sospetti gravanti sul senatore Giulio Andreotti riguardo a delitti politici noti, rapporti con la mafia e deviazioni dei servizi.
Una cosa è dire: “Non possiamo raggiungere un verdetto su Andreotti se, prima, non indaghiamo sulla sua attività antecedente l’anno 1980. Ma su ciò grava la prescrizione dell’eventuale reato”.
Un’altra è dire: “Vi sono gravi indizi pendenti su Andreotti ma non possiamo raggiungere un verdetto su Andreotti se, prima, non indaghiamo sulla sua attività antecedente l’anno 1980. Ma su ciò grava la prescrizione dell’eventuale reato”.
La prima, a mio modo di vedere, è una constatazione legittima e lecita di un collegio giudicante preposto allo scopo.
La seconda, a mio medesimo modo di vedere, o è una mezza sentenza oppure induce a pensarla tale.
Che si tolga, se possibile, la citata prescrizione.
Così si arriverebbe ad un “intorno” piccolo a piacere (per dirla in termini matematici) della verità.
Se no, allora vertiamo ancora una volta sul sospetto, segreto di Pulcinella quanto si vuole ma, e sono i nostri codici ad imporlo, soggetto anche lui a prove ed ad un giusto processo, dibattimento.
Oppure, e qui è il solito Paolo Sirocchi, andare oltre l’anno 1980 significa anche e non solo investigare sul defunto P.C.I.?
Chissà.
Se si continua a privilegiare il sospetto e su questo costruire monche campagne giornalistico-elettorali rimarremo sempre guerci (sono campagne poiché incentrate sul sospetto, altra cosa è l’indagine giornalistica, anche quando viene bloccata).
Non si vede mica tanto bene se si è orbi (che nulla c’entra con l’Urbe, Camilleri docet).
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Su La Stampa di ieri, giovedì 3 giugno 2010, il magistrato Antonio Ingroia rilascia un’intervista sull’emendamento del governo Berlusconi riguardo al segreto di Stato che si potrebbe opporre sulle intercettazioni telefoniche concernenti i nostri 007 segreti.
Ingroia ha ragione, penso io, in linea di principio.
Qualcosa, penso sempre io, non mi convince di tutta l’intervista.
Mi convince la parte riguardante il veto legato alla “ragion di Stato”, che si può leggere come “segreto di Stato”.
L’articolo di Michele Brambilla riportato dal Vascello Pirata è lì a dimostrarlo.
Non mi convince la successiva interpretazione di Ingroia.
Il magistrato afferma che né lui né Gian Carlo Caselli considerarono attendibili le dichiarazioni di Vito Ciancimino sui supposti rapporti e trattative tra Stato e mafia, alla vigilia della cosiddetta offensiva della mafia allo Stato Italiano (attentati a Firenze, Roma e Milano del 92 e 93, mi pare di ricordare).
Ciancimino fece un nome: Antonino Cinà, da lui descritto come l’ambasciatore-mediatore del clan dei Corleonesi incaricato di trattare coi Ros.
Non credemmo a Ciancimino poiché Ciancimino non ammise mai di essere legato a Cosa Nostra o di avere rapporti con essa, dice Ingroia.
Prosegue: che credibilità poteva avere se denigrava Falcone accusandolo di essere manovrato da Andreotti? Come potevamo credergli se negava l’essenza stessa delle sue confessioni e cioè l’appartenenza a Cosa Nostra o impliciti legami con essa?
L’intervistatore incalza e dice: potevate comunque verificare quanto Vito Ciancimino affermava su Cinà.
Cinà non era uno sconosciuto, risponde Ingroia, non eravamo certi della sua appartenenza al clan dei Corleonesi ma sapevamo che era in rapporti con Cosa Nostra.
Perché Ingroia?
Anche se il figlio di Vito dice quello che tu e Caselli sospettavate (e cioè l’appartenenza a Cosa Nostra o rapporti con essa) perché lei fornisce una risposta che a me pare evasiva alla domanda del giornalista?
Si poteva o non si poteva mettere nel cassetto il sospetto, quindi indagare se le dichiarazioni di Vito erano sincere riguardo a Cinà e, poi ed a seguito degli sviluppi dell’indagine, ritirare fuori dal cassetto il sospetto e mettere alle strette Vito.
L’ammissione di essere un mafioso risolveva davvero la quistione?
Non sono le indagini ed i riscontri i pilastri fondamentali per avvicinarsi di un intorno piccolo a piacere alla verità?
In altre parole, dott. Ingroia, lei ed il suo collega dott. Gian Carlo Caselli lavoravate con in mente la vostra missione o professione di inquirenti servitori dello Stato Italiano oppure con altri scopi?
Un’intervista non può dire tutto.
Il tempo passa e si fa fatica a ricordare.
Ma gli interrogativi devono sorgere per capire, anche quando il tema è scottante.
Anche quando si corre il rischio di essere fraintesi.
Cosa successe tra lo Stato e la mafia?
Cosa successe nelle procure?
Rimangono i miei dubbi su una onesta, franca e sincera opera di svelamento dei segreti di Stato da parte di chiunque.
Rimangono certi ed immobili come la certezza i corpi morti ed il loro sangue.
Cornice di loro stessi.
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Devo dire che è sempre strano rileggere di Walter Tobagi..forse perchè sin da bambina ho sentito molte cose su di lui, mia madre me ne ha sempre parlato moltissimo e mi ha descritto il suo modo di comportarsi.
In un certo senso è come se lo avessi conosciuto anche io attraverso i suoi racconti, per questo mi fa sempre effetto leggere di lui o quando si parla di lui.
Credo che Stella Olivieri sia una donna molto forte per aver sopportato tutto senza mai lamentarsi e senza mai lasciarsi piegare dal dolore e da sola. Ci vuole un grande coraggio per affrontare tutto questo, compresa un’intervista al trentesimo anniversario della morte della sua anima gemella.
E’, penso, una di quelle persone che ci insegna ad amare, ad essere coraggiosi e a non farsi schiacciare dalle tragedie della vita!
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