Che cosa vuol dire ripensare il senso della missione italiana in Afghanistan?
Quel che resta dell’autobomba esplosa oggi vicino al parlamento di Kabul. Nello scoppio, che ha coinvolto alcuni veicoli della Nato, sono rimasti uccisi oltre venti civili, secondo il comandante medico dell’esercito afgano.
di Fabio Mini *
«Ripensare» è un bel verbo, politicamente corretto, garbato, che in genere non comporta grossi sacrifici se il nuovo pensiero si ferma lì. Tuttavia «ripensare» le missioni militari, come si è ripreso a dire in questi giorni con l’Afghanistan, non è mai un semplice esercizio di pensiero. Con uomini sul campo che hanno una missione da compiere e che la conducono credendoci e credendo che tutti ci credano, anche il solo parlare di «ripensamenti» comporta rischi aggiuntivi. Inoltre si aprono spazi per le speculazioni e i «ripensamenti» possono essere presi per debolezze, paure, tentennamenti, disimpegno unilaterale, fuga, tradimento, connivenza con il nemico e così via. «Ripensare» è perciò in questi casi qualcosa che deve partire da un quadro di situazione chiaro e ne deve determinare uno altrettanto inequivocabile.
Significa che quando se ne parla si hanno già una strategia e un piano operativo che tengono conto dei rischi e delle conseguenze. Significa che si sono già superate tre fasi preliminari: 1) analisi della missione, dei risultati, del suo contributo alla stabilità e dei suoi costi; 2) analisi delle prospettive della sua continuazione; 3) discussione sulla fattibilità e i rischi delle eventuali alternative.
Afghanistan Compact. Fra pochi giorni cadrà il primo anniversario dell’Accordo siglato lo scorso anno a Londra: l’Afghanistan Compact, il patto congiunto tra l’Afghanistan di Karzai, da una parte, e la Comunità internazionale, compresa la Nato, dall’altra. Fra poco comincerà la serie di valutazioni sui primi risultati. Tutto scontato: grandi successi sul piano amministrativo e della democrazia, sul piano della legalità, dell’impianto di un nuovo sistema giudiziario. Grandi successi nella sicurezza interna e nella cooperazione internazionale. Grandi successi nella repressione del terrorismo (ormai scomparso) e della guerriglia dei Talebani. Grazie alla Nato e a «Enduring Freedom», l’operazione americana che conferma la prima parte del nome (infatti «dura» da tanto) con qualche dubbio sulla seconda. Qualche problemino di sicurezza può essere risolto con più truppe da combattimento della Nato; qualche difficoltà economica può essere superata con più fondi e i danni collaterali delle vittime civili o militari coinvolte in azioni di fuoco, sono appunto collaterali.
Il bicchiere mezzo pieno. Le vittime civili innocenti stanno tuttavia diminuendo perché i morti sono comunque tutti colpevoli di essere o Taliban o terroristi o ribelli soltanto perché morti. A prescindere dal sesso e dall’età.
Qualche problemino di droga, di corruzione, di criminalità e di dissidenza è in via di risoluzione con una maggiore forza e determinazione dei servizi segreti, delle forze armate e di quelle di polizia puntualmente assistite da esperti stranieri. Stranieri, e in quanto tali «esperti» e «democratici», sono anche gli estensori di tutti i rapporti che, per giustificare la paga, non possono che citare i successi: la classica metà piena del bicchiere. Poco importa se l’altra metà (il 50 percento) è fatto di rischi e d’insuccessi. Nella corte dei miracoli degli osservatori internazionali la matematica conta poco. In qualsiasi ambito il 50 percento di rischi maggiori o di fallimenti sarebbe un disastro, nelle aree di crisi è un «incredibile successo».
Una pietra tombale. Nessuno si azzarderà a dire che ad appena un anno dalla sua nascita il Compact già presenta il più grave dei suoi effetti collaterali: la presenza pesante degli americani, il nuovo ruolo della Nato, l’appalto della sicurezza interna a forze straniere, di stato e private, e l’appoggio incondizionato a un governo che sopravvive soltanto per la presenza straniera ha posto una pietra tombale, più che miliare, su qualsiasi prospettiva di autonomia dell’Afghanistan da interessi e interferenze esterne. Il Compact era stato presentato dalle Nazioni Unite di Annan, dalla Gran Bretagna di Blair e dagli Stati Uniti di Bush come una svolta decisiva per l’Afghanistan, che avrebbe dovuto gradualmente fare da solo. Questo processo non è neppure incominciato. E dove è cominciato ha visto l’autonomia delle bande e dei produttori di droga. Kofi Annan se n’è andato, Blair e Bush stanno uscendo, i falchi dell’antitalebanismo sono in minoranza e Karzai rappresenta sempre meno l’Afghanistan, ma il paese è più che mai dipendente dall’intervento straniero.
Cambiare gli equilibri. Il tipo d’intervento è ciò su cui verte il «ripensamento», ma non è semplice neppure proporlo, perché il rischio più grave di qualsiasi proposta è che sia ritenuta velleitaria dagli stessi alleati, se non proprio offensiva, che venga archiviata come tentativo di sciacallaggio politico o compatita con sufficienza.
La prospettiva di cambiare la natura e gli equilibri dei vari contributi nazionali ha senso, ma è irta di difficoltà. Per farla in armonia, interna e internazionale, occorrerebbe che la Nato cambiasse la propria strategia e si riportasse sull’assistenza e la cooperazione piuttosto che sulla repressione. Le prime hanno qualche prospettiva di modificare le condizioni che causano le ribellioni e il cosiddetto terrorismo mentre la seconda non può che aggravarle. In caso di rifiuto (prevedibile) bisogna avere il coraggio di restare o andarsene. Restare con la Nato significa però riconoscere di aver assunto un impegno comune che richiede la nostra parte: da pari e non da «paria». Significa condividere le strategie e le operazioni; significa dare gli uomini e i mezzi che servono per fare ciò che viene stabilito dall’Alleanza e che noi condividiamo.
A testa alta. Se invece decidiamo di uscire dall’Afghanistan non dobbiamo cercare formule meschine o scuse da scolaretti. Dobbiamo dire chiaramente di essere stati coinvolti in un allargamento di compiti e in una nuova fase della missione che non condividiamo. Non tanto come italiani, ma come membri della Nato e dell’Unione Europea; non tanto per beghe interne ma per il rispetto della lettera e dello spirito delle norme sancite dalla nostra Costituzione e dalle organizzazioni di cui facciamo parte. Se lo crediamo, dobbiamo dirlo chiaramente e andarcene, a testa alta e sbattendo la porta. Ne avremmo il diritto e saremmo rispettati.
Gli strateghi di piombo. Le altre soluzioni alle quali pensano molti nostri «strateghi di piombo» (dall’equivalenza in peso specifico a ciò che li tiene in poltrona) sono tutte improponibili. Rimanere e non fare quello che fanno gli altri ci isola ulteriormente e mortifica il lavoro di quei soldati che a parole si dice di sostenere. Rimanere e vedersi tagliare i fondi aumenta i rischi e l’usura dei mezzi e degli uomini senza benefici per la missione. Rimanere e non avere la responsabilità di un’area determinata, ci fa correre gli stessi rischi e ci qualifica come «mezzo servizio». Avere un’area di responsabilità e pensare di condurvi «strategie» diverse da quelle degli altri significa contribuire alla divisione del paese.
Civilizzare le missioni. Pensare in termini di missione esclusivamente «civile» significa tentare qualcosa mai tentato da nessun paese. Può essere un’innovazione salutare che però si prevede di sperimentare sulla pelle degli altri. Come spirito umanitario, non è un buon inizio. Chi dice che in Afghanistan i problemi di sicurezza sono causati dalle stesse forze di sicurezza dice una mezza verità (o mezza menzogna). Chi, invece, predica la «civilizzazione delle missioni», dicendo che senza forze di sicurezza non ci sarebbero problemi, salvo rarissime eccezioni mente sapendo di mentire. Si potrebbe tentare di convincerlo togliendo qualsiasi controllo dal territorio in cui opera e vedere quanto dura fisicamente. Oppure vedere quanto dura senza dover ricorrere alla corruzione, alla connivenza con i banditi e i criminali o senza sottostare ai ricatti. Poi ci sono i problemi organizzativi, anche questi tutti inesplorati. Non basta quantificare e qualificare il nuovo impegno sostitutivo: in soldoni e in progetti concreti.
Due dei feriti nell’attentato del 18 maggio 2010 a Kabul.
Mille rivoli di denaro. Bisogna fare attenzione a non toccare i feudi consolidati delle agenzie internazionali e delle decine (e poi saranno centinaia e migliaia come accaduto in Kosovo) di organizzazioni non governative che si presentano sullo stesso territorio. Bisogna fare attenzione ai «profittatori di dopoguerra», ai mercenari, agli squadroni della morte, alla criminalità, alle bande e milizie private che inevitabilmente sono attratte dall’afflusso di «aiuti» e dalla presenza di stranieri da «mungere». Bisogna controllare gli aiuti stessi e capire le intenzioni delle ONG islamiche, o di quelle evangeliste, quacchere e perfino cattoliche. Occorre non cadere nel vizio globale della «concorrenza sleale a fini umanitari». Pensare di affidare tutto alle Organizzazioni non governative può essere una novità dura da far digerire alla Nato e una sfida concettuale e organizzativa per gli apparati militari abituati a una visione mono-dimensionale degli interventi di peace-keeping e cooperazione. Ma potrebbe anche non piacere all’Onu, per la frammentazione delle iniziative e delle risorse, e allo stesso Karzai che vedrebbe sparire in mille rivoli (di cui molti diretti verso i suoi avversari) il fiume di denaro proveniente dall’estero.
Fattore Afghanistan. E’ evidente che la «strategia del ripensamento» richiede coraggio e idee chiare, ma non assicura il successo e rischia di provocare guai in Afghanistan, nella Nato, all’Onu, in Europa e a casa nostra dove il clima è tutt’altro che improntato alla comprensione dei problemi o alla soluzione concordata.
Un soldato americano colpito a morte in Afghanistan. La diffusione di questa immagine fece parecchio discutere sull’opportunità della sua pubblicazione.
Occorre però considerare un ultimo e non insignificante fattore: l’Afghanistan. Perché è la gente di questo paese a richiedere un cambiamento di strategia. Per il popolo afgano il Compact è già fallito al 100 percento, se gli aiuti esterni non consentono la crescita interna, l’autonomia, il diritto di affrontare i propri problemi con le proprie forze.
L’Afghanistan forse vuole anche un cambiamento di guida politica; di certo vuole che il cambiamento interno e l’atteggiamento delle forze esterne si manifestino anche nel rispetto per la gente, per i suoi diritti e per la sua cultura. L’aiuto internazionale non è commerciabile con la dignità e allora l’Afghanistan ha bisogno di una strategia complessa e articolata, fuori dagli schemi e lontana dalle ricette ritenute valide per ogni situazione e dalle formule magiche che la politica riesce a esprimere quando non sa che pesci pigliare.
Ha bisogno di un cocktail di provvedimenti di sicurezza e di aiuti coordinati e condivisi da tutta la comunità internazionale. Aiuti che non si qualifichino soltanto per la compassione o la pietà (o la mancanza di compassione e pietà), ma che puntino a uno scopo ormai dimenticato e via via più difficile: rendere l’Afghanistan protagonista della costruzione del suo futuro. Avanti, quindi, con giudizio!
(Era il 22 gennaio 2007 quando il generale Fabio Mini scrisse questo testo per Peace Reporter)



















Credo che a favore del generale vada soprattutto l’aver comandato la Brigata Legnano contro la mafia siciliana, anche se, specie in quel caso, i limiti erano già ab initio imposti dai tanti bravi parlamentario italioti, inviati speciali, a Roma, dei varii pezzi da 90 della mafia. Dopo aver letto la lunga disquisizione dell’alto graduato, mi chiedo però che succederà mai dopo che tutti i militari straneri, come mi pare anche giusto, abbandoneranno l’Afghanistan, seguiti dall’orda underground dei soliti faccendieri ed approfittatori. Quel Paese, come l’Iran o l’Iraq, cadrà nelle mani di una banda di coltivatori di oppio, assassini, torturatori, impiccatori, tagliatori di teste e mani, guidati da barbottoni infami in camicione e bragoni larghi, che gestiscono una specie particolare di Islam, di grado deteriore e deteriorato, in nome del loro Dio, che non è quello del Corano, anche se gli può esteriormente assomigliare, ma ne è solo una brutta copia, nata da interpretazioni maligne e disumane del concetto di divinità. Torneranno le lapidazioni, le bastonate, le fustigazioni pubblche, ancora una volta non si potrà giocare, cantare, ascoltare musica; tutti a recitare a memoria versetti del Corano, specie quelli in cui si inneggia alla violenza pubblica e privata. Prospettiva esemplare, stupenda, non c’è che dire, propria di un Paese in via di sviluppo e di progresso politico, civile, etico, economico e sociale. E tutto il resto del mondo se ne laverà pilatescamente le mani e pure i piedi ed altro, adducendo, come scusa, che quelle sono le loro tradizioni. Anche Hitler, Stalin, Mao, Pol-Pot, papà Doc, Bokassa, Amin Dada e compagnia bella avevano le loro tradizioni…
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…torniamocene a casa, che è meglio.
In tempo di crisi, non possiamo più permetterci di destinare tutte le risorse economiche a favore della guerra.
Far tornare i nostri soldati a casa, in Italia, ed impiegarli in tanti ruoli civili dove c’e’ tanto bisogno.
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Qualcuno è riuscito a sentire le parole d’amore e pace pronunciate dalll’ordinario militare mons. Vincenzo Pelvi, Vincent the Pelvis, al funerale dei due alpini, senza provare un moto irreferenbile di buttarlo giù dal pulpito? Con quella cantilena mesta e lamentosa, poi, prettamente pretesca, da seminario old times, col capino piegato su una spalluccia. Ma perchè non va a fare il cappellano privato di La Russa e di Berlusconi; ha pronunciato un elogio della guerra presente e di tutte le missioni di pace, includenti perdite di vite umane, come se fossero zuccherini, cosucce di ordinaria amministrazione e soprattutto frutto di amore, di dedizione, di coraggio e via dicendo. Un fatto indegno, non so come lo possono aver sopportato degli alpini!
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