Che cosa ha in testa Ahmadinejad?
L’Iran ha concluso ieri un accordo con la Turchia e il Brasile per lo scambio di uranio in territorio turco. Teheran tenta così di risolvere la crisi con le grandi potenze nata attorno al suo programma nucleare, pur mostrandosi determinato a proseguire l’arricchimento dell’uranio. Sulla natura di questa intesa proponiamo l’opinione di Vittorio da Rold, pubblicata dal Sole 24 Ore di lunedì 17 maggio.
L’accordo firmato lunedì a Teheran in pompa magna dal presidente iraniano Mahamud Ahamdinejad, quello brasiliano Luiz Iñacio Lula da Silva e il premier turco Recep Tayyip Erdogan per trasportare in Turchia 1.200 kg di uranio iraniano a basso arricchimento (3,5%) in cambio di 120 kg. di combustibile nucleare al 20% è pieno di contraddizioni e non convince. Innanzitutto l’Iran non sospende l’arricchimento dell’uranio: nella centrale di Natanz e nel centro ad acqua pesante di Arak si continua a produrre combustibile atomico al ritmo di 125 kg al mese.
La proposta fatta dall’Aiea, l’agenzia dell’Onu per il nucleare, nell’ottobre scorso di consegnare la maggior parte dell’uranio iraniano serviva come elemento su cui costruire la fiducia reciproca. Ma se l’Iran promette di consegnare a maggio 2010 circa 1.200 kg di uranio mentre dopo sei mesi ne ho prodotti altrettanti viene meno lo spirito dell’intesa originaria che prevedeva il blocco della produzione e la consegna della maggior parte del materiale nucleare arricchito al 3,5%.
Consegnare 1.200 kg di uranio a ottobre, pari al 90% di quello che hai in deposito, non è la stessa cosa che consegnarne 1.200 a maggio quando questo rappresenta il 50% di tutto quello che hai in magazzino. Altra grave contraddizione: l’intesa a tre di Brasile, Turchia e Iran prevede che i 120 kg. di uranio arricchito siano consegnati non da uno dei contraenti (che peraltro non ne avrebbero nemmeno le possibilità tecnica) e nemmeno dal gruppo dei 5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, e Germania), ma dal Gruppo di Vienna (Stati Uniti, Russia, Francia e Aiea) che comunque nell’intesa non è nemmeno stato messo al corrente. Si è deciso che qualcun altro, il Gruppo di Vienna, appunto «dovrebbe consegnare» dice il comunicato finale dell’inedita troika, usando non a caso il condizionale, «120 kg di uranio arricchito entro un anno».
Quindi nasce il sospetto che Ahmadinejad voglia prendere tempo e magari vantarsi di uno pseudo-successo internazionale per bloccare le sanzioni Onu in arrivo (con i cinesi e russi che non aspettano altro che un pretesto per fermarle nel Consiglio di sicurezza) e superare così la data per lui molto pericolosa del 12 giugno, ricorrenza del giorno in cui un anno fa venne riletto a presidente tra tumulti e proteste di massa che hanno incrinato definitivamente l’unità del regime.
Il nucleare sarebbe un pretesto, creando un nemico esterno, per poter schiacciare le possibili proteste di piazza e la dissidenza dell’Onda verde, il movimento politico che con coraggio chiede da dodici mesi di aprire la prigione in cui il regime iraniano ha rinchiuso il paese.
















Io non mi chiedo tanto quanto abbia in testa Ahmadinejad; di sicuro,nell’interno, è ripieno fino a scoppiare di intenzioni omicide e genocide, anche se filoguidato sapientemente dai suoi perfidi capi religiosi, che di religioso non hanno nulla. Sicuramente, data la simpatia che nutro per lui, sempre con quel sorriso che mostra una chiostra di denti da lupo affamato di carne umana, mi auguro solo che gli capiti qualche cosa di molto penetrante in mezzo alla testa, più presto che tardi, magari di origine, marca e provenienza israeliana.
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