Riuscirà il profeta Gianfranco Fini a evadere dalla galera del Pdl?
Il boss e la matricola.
Ho visto un bel film, ieri sera, all’Odeon di Salsomaggiore: Il profeta di Jacques Audiard, ambientato in un carcere francese. Lungo quasi quanto il periodo di detenzione del protagonista, sei anni, ma bello anche per questo.
Perché così lo spettatore si acclimata, partecipa in tempo quasi reale, alla metamorfosi-evoluzione del protagonista, l’«arabo» Malik, detenuto all’inizio sbalordito e spaesato.
Non si tratta della solita favola morale hollywoodiana sul colpevole che grazie alla pena si redime. La rappresentazione del percorso carcerario è realistica: entri per una colpa da poco e, mentre lotti per sopravvivere alla ferocia dell’ambiente, se sei scaltro, intelligente e senza scrupoli, fai il tuo apprendistato ed esci criminale fatto e finito, magari con i soldi guadagnati gestendo business malandrini da una cella superaccessoriata.
Il film racconta la storia di un pesce piccolo, condannato per aver picchiato un poliziotto, che si trasforma in trafficante collaudato e riverito. Naturalmente, la sua iniziazione, alla quale cerca dapprincipio di resistere, non è una passeggiata.
Oltre a essere una metafora della vita sociale, la cruenta vicenda penitenziaria serve a capire quel che sta accadendo in queste ore nel carcere di massima insicurezza del Pdl, dove «l’arabo» Gianfranco Fini, disconosciuto dai suoi, cerca di fare le scarpe all’anziano capoclan che continua però a ringhiare incutendo timore e soggezione.
Dall’inizio della storia al suo epilogo, i rapporti di forza si invertono e Malik, dapprima «donna», sicario e servo pastore, riuscirà a rivalersi sul suo padrone-aguzzino. Favorito in questo dall’età e dall’apprendimento dell’arte di governare con il raggiro. Spodesterà e umilierà il vecchio César Luciani, il boss imbolsito ormai privo di tirapiedi, ombra di se stesso e vittima del proprio smisurato ego («Senza di me tu non esisteresti»).
Domanda extracinematografica: a quale punto della sua scalata-metamorfosi è giunto il rinnegato Fini? È vicino alla conclusione, quando Malik fa picchiare il suo ex «padrone» o poco prima, quando finge di dargli retta anche se non lo teme più e la sua sudditanza si è trasformata in odio?
Quanto deve attendere perché si spalanchino le porte di quel partito-carcere che il direttore del medesimo ha beffardamente chiamato Popolo della libertà?
Chi non ha visto il film, non se lo perda. Tornerà con un briciolo di speranza sui vantaggi della vecchiaia. Soprattutto quando serve a mettere in ginocchio il cattivo. Il capo del clan dei vincitori. Prossimamente sconfitti?
La solitudine dello sconfitto.
La locandina del film.













Mi scuso se qui riporto solo un commento apolitico, di sincere congratulazioni per chi ha redatto la recensione del film in questione. E’ questa una passione che avevo fin da ragazzo; riuscivo fin da allora a dare giudizii ben particolareggiati su quanto era dietro le pieghe, le quinte, le apparenze spettacolari e di primo impatto di un film; anche ora confeziono e spedisco recensioni agli amici, per i films che ho seguito. Quanto scritto per la pellicola succitata è veramente esemplare e non si limita alle apparenze vuote,al primo impatto, alla superficie, alla vernice esteriore, alla confezione da presentare a quell’inclito pubblico che segue lo spettatcolo ciancicando rumorosamente secchi di pop-corn ed ingurgitando damigiane di Coca-Cola, ruttando poi fragorosamente i gas in eccesso. Veramente splendido questo ragguaglio critico, chiaro, efficace e tale da indurre chi non ha mai visto il film a fare il possibile per poterne finalmente godere. Sono quasi invidioso e geloso dell’autore…
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