I quattro che, in sette anni, cambiarono il corso della musica

Pubblicato da Redazione il 10 aprile 2010 in Costume, Il juke box di Nave Corsara, Musica & Spettacolo |

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1 Commento

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    Sono passati solo sette anni dalle immagini in bianco e nero dei primi concerti a quelle a colori, ma sbiadite, dell’ultimo improvvisato live sul tetto degli studi Apple di Londra. In quei sette anni era già cambiato tutto. E più di tutto era cambiato il pubblico. Le paffutelle dei primi Sessanta, quelle ancora chiuse in grembiuloni adolescenti o impostate in tailleur da ladies premature sostituite da ragazze in minigonna con le gambe perfette che accorrono verso il luogo dell’imprevista apparizione, ma senza quella sollecitudine che vi avrebbero impresso le girls in bianco e nero. Già stanche di Beatles, già sature di quella felicità distillata in tre minuti e anche meno da due chitarre, un basso e una batteria percossa come un incudine dal miracolato Ringo che agitava le bacchette con lo stile del taglialegna? Può essere. Perché in quei sette anni molto era accaduto e stava accadendo e anche la musica, dal Mersey beat al rock, dal blues alle gighe irlandesi rifatte, leva della sollevazione giovanile nei primi Sessanta, stava per essere declassata ad accessorio. Se ne stesse relegata nel mangiadischi, in strada c’era da fare la rivoluzione, erano richiesti street fighting men. E i Beatles che non potevano accettare di essere messi in disparte tentarono la meditazione e anche la rivoluzione.
    Il loro abbandono non fu però un suicidio orientato da chissà quale ideologia o nuova convinzione. Nell’ultimo filmato, l’operatore inquadra con malcelata malizia un volto femminile contornato da lunghi e spettinati capelli corvini, con il naso sottile e adunco, incarnato giallastro. Yoko Ono, la nuova musa di John Lennon. È lei la strega cattiva che ha fatto litigare gettando la mela avvelenata tra i Quattro? Molti lo insinuano. E non del tutto a torto. Erano cambiate anche le donne, le tentazioni, le ambizioni, in quei sette anni. E fu così che i quattro, aiutati anche dal vento che aveva cambiato direzione, compirono il gesto estremo e irreparabile. Da cui sarebbero germinati altri litigi, nuove disgrazie e lutti.
    Per essere sicuro che tutto quel trambusto musicale, ma pure sociale, non fu invano mi basterebbe sapere che in quelle ragazze in bianco e nero con i lucciconi, che si mordevano le lingua e si strappavano i capelli, che piangevano e si dimenavano, che si soffiavano il naso e scuotevano la testa come tarantolate, è rimasta un po’ di quella felicità esplosiva, compressa dentro un ricordo, in una foto, in un frammento di visione, in un flash di memoria, in un neurone, in non so quale riposto angolo della memoria.
    Mai, prima di allora, avevo visto ragazze e ragazzi così felici, e mai più li avrei rivisti in seguito. Mi auguro che tutta quella dilagante contentezza, quell’esultanza molto simile all’euforia e prossima all’esaltazione collettiva di un rito orgiastico, contagiosa anche solo per chi la osserva da lontano con occhi vecchi e sciupati dal cinismo, non sia andata del tutto perduta. Che sopravviva come seme di felicità futura.
    Ovunque esse siano, con noi o senza di noi, è importante che queste ragazze (ma molti erano anche i ragazzi) sappiano che hanno goduto di una delle stagioni più belle e intense della loro vita. E per di più con il privilegio della presa diretta. Se un briciolo di questa beatitudine, che rimanda all’erotismo estatico scolpito dal Bernini sul volto di santa Teresa, è rimasto nelle menti e nei cuori di chi l’ha vissuta tra i cinquanta e i quarant’anni fa, beh, allora tutto è perdonato ai Quattro litigiosi. Anche la loro prematura scomparsa. Dalla scena musicale e dal mondo. In sette anni ci hanno regalato abbastanza gioia per tirare avanti una vita intera.

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