Perché il Pd ha perso

Pubblicato da Redazione il 5 aprile 2010 in Dibattiti e Polemiche, Opinioni, Rassegna stampa, Riflessioni |


di Sergio Caroli

Sia lodato Pagnoncelli! Nel gran sabba del «Ho vinto io!!», il direttore del’Ipsos, ha spiegato, da puro tecnico, come sono andate le cose. Dalle tabelle ufficiali del Viminale emerge che la prima formazione politica italiana è costituita dagli astenuti. Rispetto poi alle elezioni europee del 2009, Il Pdl ha perso l’8% del suo elettorato (2 milioni e 442 mila voti in meno); Il Pd ha perso il 4% (un milione e centomila), l’Idv ha perso 400 mila voti, la Lega 200 mila. Avendo perso meno di tutti gli altri partiti, la lega è la trionfatrice di queste elezioni. Ma c’è un dato ancor più stupefacente. Dal computo delle schede risulta che fra quanti sono andati alle urne solo il 53% ha votato per le liste di partito.

Questi dati fanno a pezzi trionfalismi partitici d’ogni specie. È tuttavia un fatto che le elezioni sono state soprattutto una sconfitta per il Pd. Se le astensioni, Di Pietro e Grillo sono le tre fonti che hanno asciugato il partito di Bersani, se Berlusconi appare vincitore solo grazie alla Lega che si impone attingendo abbondantemente al serbatoio del Pdl, qualche ragione ci sarà. Come qualche ragione deve esserci se nell’Emilia Romagna, storica roccaforte della sinistra italiana, il Pd ha dovuto salutare il 10% del suo elettorato, se il movimento di Grillo – mai apparso in tv – ha ottenuto il 7% dei voti (e il 4% in Piemonte) e se ad avanzare, a sinistra, su scala nazionale è solo il partito di Di Pietro.

Che cosa ha indotto milioni di italiani a disertare le urne? Basta il disgusto provocato dallo spettacolo offerto dalla politica a motivare un atteggiamento così diffuso e generalizzato? Le ragioni che hanno indotto i ceti operai e medio-bassi del Nord a non votare i tradizionali partiti di sinistra o a starsene a casa sono sotto gli occhi di tutti. Tre anni fa è uscito il libro di Stella e Rizzo «La casta», denuncia precisa e circostanziata dell’incredibile assalto alla diligenza che prende nome di «costi della politica». Come ha reagito la sinistra a quell’atto di accusa? Col silenzio. Nessuna battaglia, nessuna informazione dell’opinione pubblica. Ha funzionato il silenzio omertoso di tutti, dal Pd al Pdl, alla Lega.

L’unico movimento che ha contrastato le assurde retribuzioni dei parlamentari è stato quello di Grillo, costituito da gente giovane che non ha messo radici nelle poltrone. Operai e ceti medio-bassi del Nord assistono, impotenti e rassegnati, allo spettacolo dei loro «rappresentanti» che intascano 10.000 euro al mese per uno scanno regionale, mentre loro debbono arrabattarsi tutti i giorni per sbarcare il lunario; osservano una classe politica tronfia e sicura di sé che non sa cosa siano licenziamenti, cassa integrazione e pensioni miserevoli. Che entusiasmo volete che avessero quei milioni di persone per andare a votare?

Almeno il vecchio Pci, pur con tutti i suoi limiti, non aveva mai perso il contatto con i bisogni degli strati popolari. Il Pd è divenuto un partito «aristocratico», sensibile agli interessi di professionisti – con tutto il rispetto per gli architetti, docenti universitari, direttori di cooperative e simili – ma lontano dalle famiglie che stentano ad arrivare al 27.

(Pubblicato nella rubrica Opinioni della Gazzetta di Parma del 1° aprile 2010)

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