In Cambogia, mai cedere alla tentazione dell’«uan dollàr»
Scorcio di un villaggio cambogiano a due passi dalle rinomate spiagge di Sihanoukville.
Viaggiare nella povertà mette a dura prova la resistenza di noi ricchi occidentali. E fa affiorare tutte le nostre fragilità. Questuanti ne ho incontrati in tutte le parti del mondo, ma mai così tenaci e pressanti come in Cambogia. Sia dentro che ai margini delle rotte turistiche. Ad Angkor come nei villaggi più remoti e nei tuguri attorno a Sihanoukville.
Tutto per un dollaro: la guida turistica taroccata che in libreria ne costa 28, uno zufolo, una raccolta di cartoline, un sorriso, una scarna conversazione tra l’indigeno e il neocolonialista. L’incipit è sempre quello: «Hello, where are you from?» Eccetera.
La prima parola che i bambini cambogiani imparano dopo mamma è «uan dollàr» e a poco più di un anno sanno già a chi indirizzarla.
Chi risponde è perduto. E anche se non rispondi, il bambino o la bambina ti tallonano, non ti mollano, ti pedinano, ti stanno alle costole per centinaia di metri. Se ti fermi a bere, ti osservano. Se ti fermi a mangiare ti osservano. E ti fanno andare di traverso l’acqua e il panino e l’escursione diventa un incubo. Stai facendo solo il turista, stai visitando il loro Paese, qualcosa dovrebbe venirne in tasca pure a loro, ma ti fanno sentire come se stessi commettendo chissà quale irriferibile ignominia.
A Siem Reap, la città a ridosso dei templi di Angkor, mentre scegli un ristorante in Pub Street, incroci almeno una dozzina di mutilati, gambe e braccia tranciate magari dalle mine Valsella prodotte dalla Fiat e disseminate dagli americani. Non cenerai in pace.
After hour sul lungomare di Sihanoukville in faccia al tramonto. Un boccale di birra tre quarti di dollaro. Da ricco occidentale, puoi permettertene due. Ma non ti godi neppure il primo sorso, la famosa première gorgée di Philippe Delerm, perché subito comincia la sfilata delle mamme con bimbo che chiedono «uan dollàr for gnam» (sì, mangiare si dice proprio gnam), poi fiotti inarrestabili di bambini e bambine e persino giovani nel pieno delle forze ma con il cappello in mano.
Inforcare gli occhiali a specchio e fare il viso truce non serve. Loro ti vedono dentro. Leggono i trasalimenti, i dubbi, i rimorsi. Aspettano e chiedono. Chiedono e aspettano. Prima o poi qualcosa cede. O i nervi o il portamonete. È una guerra di logoramento che mi ricorda la guerriglia khmer. Quella finì in un bagno di sangue e questa può tradursi in una piccola disfatta economica del turista con il portafoglio dalla parte del cuore.
Cerco l’assoluzione. La chiedo a padre John Visser, olandese, 76 anni, uno e novantaquattro di statura, salesiano, rettore della scuola Don Bosco (cinquecento allievi) di Sihanoukville. Me la concede.
Mi spiega che l’elemosina non li aiuta a uscire dalla povertà. Li vizia. Li tiene nella costante dipendenza dall’uomo bianco. Sa di che parla. Da diciotto anni è in Cambogia dopo trenta di Tailandia e due di India. Il Don Bosco, quello che da noi è il ricordo di un oratorio, qui è una formidabile organizzazione con scuole, laboratori, fattoria, albergo e ristorante distribuiti su un’area di otto ettari. A migliaia di ragazzi venuti dalle campagne e dalla povertà urbana non dà solo una preparazione professionale ma anche un’educazione senza chiedere nulla in cambio. Neppure una dichiarazione di fede, neppure il battesimo. I salesiani, qui a Sihanoukville, come a Pnom Penh e in altre località della Cambogia, investono sui giovani perché non si umilino a tendere la mano chiedendo «uan dollàr». Formano tornitori e saldatori, tecnici della comunicazione ed elettrotecnici, albergatori e segretarie. Sono ong ben prima che le ong esistessero. Fanno del bene e lo fanno bene. Anche questa è Chiesa, ma di frontiera. Lontana distanze siderali dai complotto vaticani e dai preti pedofili.
Ho la coscienza più leggera dopo aver parlato con padre Visser. Ora so che c’è qualcuno che fa la carità anche per me. Non l’elemosina, ma opere di Carità.
«Le donazioni della Provvidenza arrivano attraverso il lavoro dei volontari o via internet», mi dice padre Visser salutandomi. Capito il messaggio.
E allora apriamo anche noi un piccolo sentiero alle infinite vie della Provvidenza pubblicando i recapiti di padre John Visser, un vero amico dei cambogiani.
Padre John Visser, rettore della scuola Don Bosco di Sihanoukville.
L’editing room della scuola Don Bosco.
La Don Bosco Hotel School diretta da Fratel Roberto Panetto.






Studenti della scuola Don Bosco di Sihanoukville durante la pausa pranzo.













Devo dire, da sedentario per necessità o probabilmente per scelta, che viaggiare fa bene. Grazie Ivano di questi servizi.
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Ma ecco a chi ed a che cosa si è ispirata la preside Agnese Pieti del Bertarelli menghino, pardiàna!
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l’ho letto con un ritardo clamoroso ma è un servizio interessantissimo.
Grazie e mille ….. pubblicane più spesso e magari anch’io mi impegno a leggerli il prima possibile.
Ciao Marco
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