Unnatural amplexus in Pnom Penh
Nella capitale cambogiana gli uomini ricchi e potenti si accoppiano con le Lexus. Pochi di meno preferiscono le Landcruiser. Amplessi che olezzano di disinfettante e saldatura di bara. Le Lexus sono nero carro da morto, le Landcruiser bianco ambulanza. Rare volte, viceversa. Sarà amore e Tanatos? No, sono i soldi e le stesse foto ammirate sulle riviste di auto. Lo stesso cattivo gusto. Certi Suv, hanno pure le tendine, identiche a quelle dei furgoni funebri. Ma chi le guida non si rende conto.

Nella città dove, negli anni Settanta, si è perpetrata una delle più sconcertanti carneficine fratricide pompate dall’ideologia, il lezzo di cadavere deve essere ancora sopportabile. Chissà che il signore ritratto qui sotto, in orgogliosa posa accanto al suo idolo, non usi la pistola (l’ha nascosta con la maglietta un attimo prima che scattassi la foto) per fulminare l’incauto malintenzionato che osasse flirtare, pomiciare o fare una fuitina in compagnia della sua sposa di lamiera e acciaio.

Di sabato non so, ma di lunedì mattina (e non è detto che non succeda tutti i giorni), qui a Pnom Penh i famuli degli abbienti lavano, innaffiano, lisciano, lustrano, spolverano, carezzano i Suv dei loro boss. Idoli più adorati dei Budda nei templi e più rispettati dei bonzi per strada.

Non so da che dipenda tanta venerazione, ma la ritrovo anche nel posto più impensato, appena nascosta, ma facile da intravedere. Per esempio, nel cortile del Toul Sleng, il museo del genocidio, l’ex liceo trasformato nel mattatoio S-21 dagli aguzzini di Pol Pot.

Quattro macchinone protette da un involucro argentato. Incongrue. Di chi saranno e perché proprio lì, camuffate appena dalla guaina che ne rivela i costosi contorni? Che qualcuno si stia facendo i soldi anche con la storia delle torture e dei massacri? Che il cortile sia un comodo parcheggio per qualche riccastro della zona? Difficile che siano auto dei dipendenti o di una fondazione. Al luogo del massimo dolore nazionale sarebbe congeniale il pudore e la rimozione dei Suv incappucciati. I simboli dei neoricchi sono quantomeno imbarazzanti.

Moralismo? Forse. Ma non più di quello contenuto nel cartello che invita i visitatori del museo del genocidio a non sghignazzare. A chi mai verrebbe in mente di ridere come gli infami in un posto del genere?













