Cambogia, cartoline da Angkor
Alla maniera di Totò. Una spaghettata di prima mattina nel monastero buddista di Banteay Kdei (Angkor, Cambogia).
Meditazione o insolazione? Turista in sosta all’ingresso dell’impegnativo complesso di Roluos (Angkor, Cambogia).
Posa plastica. Se non sono giapponesi, sono coreane. Foto ricordo davanti al complesso di Roluos (Angkor, Cambogia).
Mutua assistenza. Cane da guardia o elefante protettore? L’opera di un artigiano sulla strada per Roluos (Angkor, Cambogia).
Nota stonata. Il nuovo monastero, che sarà pronto a maggio, è una macchia bianca che sminuisce l’imponente effetto delle pietre nere di Bakong (Angkor, Cambogia).
Il fumo fa male. Il primo da sinistra stava accendendosi una sigaretta. L’ha nascosta non appena l’ho inquadrato. Poco più in là, una cassetta delle offerte con la richiesta di contributi per curare i monaci malati. Tempio e monastero di Lolei (Angkor, Cambogia),













Guardando l’ultima foto, mi sono posto la domanda su quale sia la vita quotidiana di un monaco buddista; che fa, pensa e dice, che dialogo intrattiene con i fedeli, quali attività o passività sociali, civili e politiche sono sottese al suo giornaliero ritmo di vita? Avevo letto, più di 30 anni fa, un sacco di testi, di una casa editrice specializzata in edizioni di psicologia, psichiatria e pubblicazioni di religione e filosofie dell’Estremo Oriente. Proponevano uno stile di vita praticamente impossibile qui da noi in Europa, essenzialmente basato sulla meditazione trascendentale, su esercizi psicofisici complicati, che presupponevano una tranquillità ed una serenità esistenziale impossibile in Occidente, basata su silenzii ambientali prolungati, diete ferree, periodi di digiuno assoluto. Oltre a tutto ciò, ammesso che ne siano costantemente capaci, che fanno questi monaci buddisti, avvolti nei loro sgargianti mantelli gialli, aranciati o rossi? Propongono uno stile di vita veramente alternativo e costruttivo, od anche solo decostruttivo, o vivono in un mondo a parte, avulso completamente da quello reale e concreto nel quale si trovano immersi gli altri miliardi di esseri umani? Il loro è solo un egoismo sublimato da pretesti religiosi, la rinuncia alla vita pratica, sudata attraverso un lavoro quotidiano, un’occupazione socialmente utile, il rifiuto a costituire una famiglia per raggiungere ideali superiori e prefiggersi la disincarnazione ed il raffinamento spirituale? O si tratta solo di un rifugio da ogni responsabilità di vita ammantato di pretestuose giustificazioni di rinuncia alla realtà quotidiana?
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