Una legge per vietare il burqa e difendere i Lumi

Pubblicato da Redazione il 12 marzo 2010 in Società |

Il volto e la maschera. Venditrice di riviste femminili in una via di Kabul (Afghanistan).

di Bernard-Henri Levy

Si dice: «Il burqa è un abito; tutt’ al più, un travestimento; non ci metteremo a far leggi sugli abiti e i travestimenti». Errore. Il burqa non è un abito, è un messaggio. Ed è un messaggio che esprime l’ assoggettamento, l’ asservimento, la repressione, la sconfitta, delle donne. Si dice: «È forse un assoggettamento, ma consentito; toglietevi dalla testa la vostra idea di un burqa imposto da mariti cattivi, da padri possessivi, a donne che non lo vorrebbero»… Sia pure. Solo che la schiavitù volontaria non è mai stata un argomento valido; lo schiavo felice, o la schiava felice, non ha mai giustificato l’infamia congenita, essenziale, ontologica, della schiavitù; dagli stoici fino a Jean-Jacques Elisée Reclus, da Victor Schoelcher a Lamartine passando per Tocqueville, tutti gli antischiavisti del mondo ci offrono ogni possibile argomentazione contro la piccola infamia supplementare che consiste nel fare delle vittime gli autori della propria disgrazia.

Si dice: «Libertà di culto e di coscienza; libertà, per ognuno, di esercitare e manifestare la religione di propria scelta; in nome di che cosa ci si permetterebbe di proibire a un fedele di onorare Dio nel modo prescritto dai testi sacri?». È un sofisma. Infatti, non si ripeterà mai abbastanza che indossare il burqa non è una prescrizione coranica. Non esiste alcun passo che obblighi le donne a vivere nella prigione di ferraglia e tessuto che è un velo integrale. Non esiste un solo sapiente di principi coranici che non sappia che il volto, come le mani, non sono considerati dal Corano una «nudità». E non parlo di chi oggi, come Hassan Chalghoumi, il coraggioso imam della moschea di Drancy, dichiara a gran voce ai propri fedeli che indossare il velo integrale è decisamente antislamico.

Si dice: «Stiamo attenti a non mescolare tutto! Stiamo attenti, focalizzando l’ interesse sul burqa, a non alimentare un’islamofobia che altro non chiede se non di scatenarsi e che sarebbe essa stessa una forma celata di razzismo: è stato impedito, a questo razzismo, di infiltrarsi attraverso la grande porta del dibattito sull’ identità nazionale; e adesso lo lasciamo tornare attraverso la finestra della discussione sul burqa?». Ancora un sofisma. Un indistruttibile ma assurdo sofisma. Perché si tratta di cose ben diverse. L’islamofobia, vale la pena rammentarlo, non è evidentemente una forma di razzismo. Quanto a me, non sono islamofobo. Tengo troppo ai valori spirituali, e al dialogo delle spiritualità, per essere ostile a tale o a talaltra religione. Ma la libertà di critica nei confronti di tutte le religioni, il diritto di sbeffeggiare i loro dogmi o le loro credenze, il diritto alla miscredenza, alla blasfemia, all’apostasia, sono diritti acquisiti a un prezzo troppo alto per lasciare che una setta, che terroristi del pensiero, li annullino o li rendano più fragili. Qui è in discussione Voltaire, non il burqa. Sono in discussione i Lumi di ieri e di oggi, e la loro eredità non meno sacra di quella dei tre monoteismi. Un arretramento su questo fronte e sarebbe come dare un segnale a tutti gli oscurantismi, a tutti i fanatismi, a tutti i veri pensieri di odio e di violenza.

Infine, si dice: «Ma di cosa si tratta, dopotutto? Di quanti casi? Di quanti burqa? Per qualche migliaio, forse qualche centinaio, di burqa registrati sull’ insieme del territorio francese, vale la pena far tanto baccano, tirar fuori un arsenale di regolamenti, fare una legge?». È il tema più ricorrente. Per alcuni, il più convincente. Solo che, in realtà, è specioso quanto i primi. Infatti, delle due l’ una. O si tratta soltanto di un gioco, di un modo particolare di vestirsi, di un travestimento (vedi sopra) e allora, in effetti, è la tolleranza che dovrebbe essere di rigore. Oppure si tratta di un’offesa alle donne, di un oltraggio alla loro dignità, si tratta di una messa in causa diretta della regola repubblicana fondamentale – anch’ essa pagata a caro prezzo – di uguaglianza fra i sessi: allora è una questione di principio; e il numero, quando si parla di principi, non influisce sul problema. È immaginabile rimettere in causa la legge francese del 1881 sulla libertà di stampa col pretesto che gli attacchi a tale libertà si fanno rari? E cosa diremmo se qualcuno, osservando che la quantità di attacchi razzisti o antisemiti contro le persone diminuiscono, pensasse di abolire, o alleggerire, le legislazioni che vigono in materia?

Se veramente il burqa è un insulto alle donne, se è un’ ingiuria, per di più, nei confronti delle donne che in Iran sfilano con il volto scoperto contro un regime di assassini di cui uno dei simboli è il burqa; insomma, se questo simbolo significa che l’ umanità si divide fra quelli il cui corpo è glorioso e dotato di un non meno glorioso volto e quelle i cui corpi e volti sono oltraggi viventi, scandali che bisognerebbe nascondere o neutralizzare, allora, se anche una sola donna, in Francia, si presentasse all’ ospedale o in municipio ingabbiata nel suo velo, bisognerebbe liberarla.

È per tutti questi problemi di principio che sono favorevole a una legge, netta e chiara, che dichiari contrario ai valori della Repubblica indossare il burqa nei luoghi pubblici.

(Corriere della Sera, 23 febbraio 2010)

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2 Commenti

  • avatar fb scrive:

    La venditrice di riviste femminili deve essere grata all’imam della locale moschea ed ai familiari maschi, che le hanno permesso di mostrare le mani nude e di vendere riviste in cui sono raffigurate, penso, icone di cagne infedeli senza velo.

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  • avatar fb scrive:

    La foto in anteprima, però, mi suscita qualche perplessità; non so se era legata all’articolo del Corsera o quale ne sia la fonte, ma gli arredi urbani sullo sfondo ed in primo piano non mi paiono riconducibili ad una città-fantasma con casupole a due piani, strade dissestate e piene di dtriti, come Kabul, gli alberi mi sembrano nostrani, i lampioni sono troppo raffinati, come quel tendone giallo a proteggere una vetrina. Le auto mi sembrano riferibili a modelli troppo costosi e recenti, di gusto occidentale. La scritta CAT che campeggia su quell’insegna, appesa per aria, non si riferisce a quella ditta di prodotti calzaturieri americani, la CAT Footwear? E poi, ma sarebbe davvero consentito ad una donna, in burqa, vendere riviste di stampo occidentale, in Afghanistan? Non è che si tratta di una provocazione voluta, per tastare il polso alle reazioni di eventuali acquirenti di fronte ad una strillona abbigliata a quel modo, architettatta qui da noi,in Europa? Rimango un poco dubbioso.

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