Puro sangue arabo

Sarà una manovra per inquinare la razza? La jihad trasfusa in vena? Siamo seri. Cerchiamo di discuterne qui e ora. Lasciando perdere le opposte dottrine e giudicando dai fatti e dai comportamenti delle persone.
«Donare il sangue è una sensazione unica. Sapere che il tuo sangue va a salvare la vita di un’altra persona, una persona che non hai mai visto, di cui non importa il colore e l’origine, è bellissimo». Ben Jedou, presidente della Comunità tunisina a Parma a causa di un’influenza ha dovuto saltare una seduta di donazione, ma ora non aspetta altro che la «chiamata» dell’Avis. Lui è uno dei tanti immigrati, quasi 200 in tutta la provincia, col tesserino di donatore. Nei giorni scorsi anche Farid Mansouri, presidente della comunità Islamica di Parma e provincia, si è sottoposto alla prima donazione di plasma presso il centro trasfusionale dell’Ospedale Maggiore e nella stessa mattina anche sua moglie, Zemouli Amel, si è iscritta al nucleo dei donatori islamici collegato all’Avis di base Parma Lirica, sottoponendosi alle visite e alle analisi per diventare al più presto donatrice di sangue.
Questo contributo volontario e prezioso alla salute pubblica da parte degli stranieri cresce di anno in anno grazie alle campagne di sensibilizzazione dell’Avis, che opera in stretto contatto con le associazioni di extracomunitari: «I donatori sono donatori, a noi non piace classificarli», spiega il presidente dell’Avis provinciale Giuseppe Scaltriti «ma certamente negli ultimi due anni l’entrata degli stranieri è andata a sopperire il calo degli italiani, che sono sempre meno per questioni demografiche».
Ben Jedou dona plasma da anni. Ha iniziato con una promessa, nella speranza di veder guarire una persona a lui cara. Poi, sei anni fa c’è stato un episodio che lo ha portato a impegnarsi nel «reclutamento» dei suoi connazionali: un giovane tunisino senzatetto venne orribilmente mutilato da un decespugliatore mentre dormiva tra gli arbusti del greto del torrente Parma. La vita gli fu salvata anche grazie alla gara di solidarietà dei donatori di sangue. «Da allora la nostra associazione organizza iniziative di sensibilizzazione. Abbiamo scelto come data simbolica l’8 marzo per coinvolgere le donne: è la terza volta che ripetiamo l’iniziativa ed è stato un grande successo».
Davvero. Una quarantina di donne arabe sabato scorso si sono sottoposte al prelievo di sangue e alla visita medica necessari per poter diventare donatori di sangue. Ma le richieste sono ancora molte: «Tante connazionali hanno saputo dell’iniziativa dalla stampa e adesso vogliono partecipare – spiega Ben – abbiamo già una lista di venti nominativi. Pensiamo di organizzare un’altra Giornata del dono il 25 marzo, una data importante per i cristiani ma anche per i musulmani. È il giorno in cui l’angelo Gabriele è apparso a Maria, che è una figura molto rispettata nella nostra religione. Sarebbe un modo bellissimo per onorare la madre di Gesù».
Il dono del sangue non conosce barriere religiose, spiega il presidente Scaltriti, infatti le ultime campagne di sensibilizzazione sono state fatte nella moschea di via Campanini, con materiale informativo scritto in arabo. Le uniche difficoltà riguardano la lingua e il ritorno degli immigrati nelle terre d’o rigine: «Chi dona il sangue deve sapere l’italiano, perché deve interagire spesso con i medici e deve capire perfettamente quello che dicono – dice Scaltriti – poi, c’è il problema del ritorno in aree colpite da malattie endemiche, soprattutto nell’Africa subsahariana. Chi torna da quei viaggi non può donare per un mese. Noi però speriamo sempre di coinvolgere e sensibilizzare più persone possibili: il sangue non ha colore».
(Maria Chiara Perri su Repubblica Parma on line, 11 marzo 2010)













Dentro le sacche di sangue o di plasma, la nostra linfa vitale è tutta dello stesso colore; quindi, non penso che nessuno si lamenterà per essere stato sottoposto ad una trasfusione “islamica”. Ricordo, quand’ero piccino, di aver letto di persone, nei civilissimi USA, che rifiutavano di sottoporsi a donazioni di sangue da parte di un nero; allora si facevano ancora con il travaso diretto da vena del donatore a quella del ricevente, si vedeva bene chi era il donatore. Del resto, ancora oggi, ci sono pazienti, sempre negli USA, che rifiutano l’assistenza di medici e di personale paramedico di colore.
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