Appunti da Bangkok, peccato che a noi si sia fermato lo sviluppo

Se ti senti un atomo gocciolante di una gigantesca zuppa thai, fai un salto ai piani alti. È lì che gira l’aria. Per esempio, nelle stazioni della metropolitana sopraelevata. In queste foto, la fermata di Saphan Taksin e quel che si vede dalla sua piattaforma. Da un lato, solo sezioni e schiene di grattacieli. Fai controcampo e scorgi pagode e palazzi riccioluti nel verde insieme, naturalmente, a un’infilata di torri. Un giro di metro e ti porti a casa, oltre alla rinfrescata, un colpo d’occhio sulla città. In particolare, capisci la differenza tra la metro milanese, per dire, e quella di un Paese in via di sviluppo.
Assapori i piaceri di un vero servizio pubblico. Ti godi l’aria gelida e il nitore delle carrozze, le macchinette automatiche che sarebbero la norma insufficiente, se dietro uno sportello non ci fossero delle fatine con il compito di tramutare le banconote in spiccioli. E c’è pure una sorridente ragazza accanto agli ingressi per mostrare anche ai più imbranati come si infila il biglietto nell’«obliteratrice». Lungo i binari, uomini in divisa controllano la salita e la discesa dei passeggeri, e come capistazione fischiano il via ai macchinisti. Insomma, un dispiego di personale che fa della metropolitana di Bangkok un mezzo di trasporto di lusso. Per quanto sia sempre affollata (a livelli giapponesi nell’ora di punta), i 30 bath della corsa (circa 70 centesimi di euro) non possono permetterseli tutti. Va da sé che le fermate sono annunciate, prima e durante, da una voce suadente, in thai e inglese.
L’Ufficio Biglietti e Spiccioli.



















Mio Dio, perchè,purtroppo e non certo per fortuna, mi hai fatto nascere in Italia? Mi consola solo il fatto che qui, on my little own again, posso godere di parmigiano, salumi, tagliatelle, lasagne e tortellini al ragù con ripieno di stracotto e bere fortanina e lambrusco. Piaceri del ventre, certo, non dell’anima; mi consolo meditando tristemente sulla bella bimba, dal visino delicato e dall’epidermide color di pesca, che vedo seduta su una panchina, intenta nelle medesime operazioni al cellulare delle nostrane. Tutto il mondo è Nokia! E mi fa una certa pena quella,ppovera pagoda,”striccata” dai grattacieli, che sembra voler pigolare, somemssamente: “Oh, ragàs, ag sum’anca me,’m racmànd, anca s’a sum misa mel, che tsè. Ansi, propia par vrerla dir tuta, ag s’era prima me,ah!”
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