Il delfino di Visconti Venosta e la trota di Bossi
Figlio d’arte. La «trota» Renzo Bossi.
Si è discusso, in questo sito, nei giorni scorsi, di nepotismo e familismo in politica. Qualcuno ha mosso accuse, qualcuno ha reagito piccato. Caso vuole che Sergio Romano si sia interessato di questo stesso problema sul Corriere rispondendo alla lettera di un lettore. Potrebbe essere un utile spunto per riflettere in maniera più posata e, volendo, continuare la discussione. Alzando il livello, come ci suggerisce Romano.
Nepotismo, vecchia prassi non sempre da buttare via
di Sergio Romano
Vorrei un suo parere sui nepotismi politici. Esistevano anche un tempo? Esempio: chi sarebbero un La Malfa, un Segni, una Mussolini se non portassero questi nomi? Lei pensa che se si fossero chiamati/e Brambilla, Colombo ecc. avrebbero potuto apparire su un giornale o su una tv o addirittura accedere agli scranni di Roma? Bruno Nunziati b.nunziati@tele2.it
Caro Nunziati, Sto leggendo un libro sulla formazione dei diplomatici e dei politici pubblicato a cura di Arianna Arisi Rota presso l’ editore Franco Angeli. È una raccolta di saggi in cui alcuni autori, storici e politologi, ricostruiscono l’ evoluzione del profilo professionale di due mestieri indissolubilmente collegati alla nascita dello Stato moderno. In un saggio sulla diplomazia che s’ intitola «Dalla raccomandazione al concorso», Arianna Arisi Rota cita un passaggio della lettera che il marchese de Rivière, ambasciatore di Luigi XVIII a Costantinopoli, inviò nel 1816 al suo ministro degli Esteri: «Ho qui a Costantinopoli un nipote, persona a modo e ragazzo carino, che parla italiano ed è abbastanza studioso. Se Vostra Eccellenza volesse inserirlo nell’ organico dell’ ambasciata, gliene sarei molto grato». Il ministro ritenne che la raccomandazione di una persona competente e stimabile come Rivière fosse più che sufficiente e autorizzò l’ inquadramento del ragazzo nei ruoli dell’ Ambasciata di Francia. Novant’ anni dopo, nel 1906, quando il problema delle mire francesi sul Marocco provocò una crisi internazionale e la convocazione di una conferenza nella città di Algeciras, il governo italiano volle essere rappresentato da Emilio Visconti Venosta, un ex mazziniano che era stato più volte ministro degli Esteri e aveva servito il suo Paese con grande intelligenza soprattutto durante la guerra franco-prussiana del 1870. Il vecchio Visconti Venosta (era nato nel 1829) accettò, ma volle portare con sé, come segretario, suo figlio: una circostanza che fece storcere il naso a uno storico australiano, Richard Bosworth, autore tra l’ altro di un libro del 1979 intitolato «Italy the least of the Great Powers. Italian Foreign Policy before World War One» (Italia, la minore della grandi potenze. La politica estera italiana prima della Grande guerra). Si trattò in ambedue i casi di nepotismo? Certamente. Ma sarà bene ricordare che vi sono occasioni e circostanze in cui la scelta di un uomo o di una donna non dipende soltanto dal loro profilo professionale ma anche dal clima di sintonia, di affinità culturale e di fiducia reciproca che occorre creare sul luogo di lavoro. Vi sono mestieri, come per l’ appunto la diplomazia e la politica, in cui questi ingredienti non sono meno importanti di una competenza professionale che dipende comunque, in buona parte, dalla pratica quotidiana. La trasmissione di un mestiere da una generazione all’ altra non è soltanto nepotismo. È anche il risultato di quella scuola informale che il giovane frequenta quando cresce in una famiglia in cui il padre o la madre parlano quotidianamente del loro lavoro o invitano nella loro casa persone da cui è possibile imparare molto. Non vorrei essere frainteso. Per le carriere delle pubbliche amministrazioni i concorsi sono necessari e ai governi spetta l’ obbligo di garantire a tutti, nella misura del possibile, la parità degli accessi. Ma l’ eliminazione di ogni forma di nepotismo è soltanto una inutile utopia. Ancora una osservazione, caro Nunziati. Lei ha citato tre persone (Giorgio La Malfa, Alessandra Mussolini, Mario Segni) che hanno personalmente meritato i galloni della politica. Se avesse citato il giovane Bossi, il suo argomento sarebbe stato più convincente. (Dalla rubrica «Risponde Sergio Romano», Il Corriere della Sera, 22 febbraio 2010)













Sergio Romano giustamente ci ricorda che il fenomeno è vecchio, quanto il potere mi permetto di aggiungere. Ci ricorda anche che non sempre ha promosso l’incapace. Siamo comunque lontani da una definizione da codice penale. In altre parole nepotismo e familismo sono una forma di selezione d’élite come il metodo meritocratico o come il metodo democratico. Difficile poi definire certe situazioni, del tipo Letta ad esempio. Altre sono più facili da definire, del tipo Leone ad esempio.
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L’errore ( perche di errore a mio avviso si tratta) sta proprio nel porre “la questione” sotto questa angolazione. Mi spiego meglio…
Il problema non è infatti il nepotismo in se, sconfessando il quale si andrebbe anche contro la natura umana stessa, quanto piuttosto l’agiatezza degli “scranni” di potere che questo induce ad occupare. Se le seggiole del comando PUBBLICO, anziché satollare l’occupante gli scottassero il culo, in quanto pregne di responsabilità vere (es. chi sbaglia, ruba, o fa donno, paga e va in galera) e fossero sottoposte al costante controllo da parte di TUTTI i cittadini, liberi di criticare, denunciare pubblicamente, destituire in tempo reale e magari “a calci nel culo”,,, credo che il nepotismo, per sua stessa natura, agirebbe da se nel tener lontano i malintenzionati (se non i poco motivati) dalle “stanze dei bottoni”.
Primo fra tutti sarebbe da rivedere il discorso dei compensi,,, degli stipendi, tanto per capirci.
A questo proposito voglio allegare, a mero titolo di contributo, quanto dichiarato pochi giorni fa dal candidato per la lista a cinque stelle Giovanni Favia:
“NON VOGLIO PRIVILEGI, PER ME CHIEDEREI SOLO 1.300 EURO”
LANCIO D’AGENZIA 01 03 2010:
(DIRE) Bologna, 1 mar. – Stipendio da consigliere regionale? No grazie: Giovanni Favia, candidato in Regione con la lista Grillo, annuncia che se approdera’ sui banchi dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna non intaschera’ per intero il compenso che gli spetterebbe. “Non ci penso neanche”, ha detto il ‘grillino’ questa mattina ai microfoni di Radio Citta’ del Capo durante uno dei suoi affondi contro la ‘casta’ dei politici.
L’indennità economica riconosciuta ai consiglieri regionali “e’ un privilegio della casta della politica, mentre io sono solo un semplice cittadino che vuole farsi portavoce di altri cittadini. Quindi, intendo rimettere la mia indennita’ al servizio del movimento”, spiega Favia. Per lui, se eletto consigliere regionale, chiederà solo “uno stipendio per vivere dignitosamente”: circa 1.300 euro al mese, stima il candidato anche se a decidere saranno gli aderenti al movimento ‘a 5 stelle’ che lo sostiene nella corsa a viale Aldo Moro.
Favia e’ convinto che versando gran parte dello stipendio da consigliere in realta’ “quei soldi tornano a cittadini perche’ vanno a un gruppo di persone che porta avanti politiche per il bene della comunita’ e che fa attivita’ di controllo per la trasparenza della politica. Quei soldi vanno spesi per la comunità, non per arricchire qualcuno”. Favia promette anche che il suo primo atto da consigliere sarà una proposta di legge regionale “anti-casta” fondata su tre capisaldi: il divieto di cumulo di cariche nelle partecipate, un “tetto agli stipendi d’oro dei consiglieri regionali” e la scelta dei manager “per curricula e con concorsi pubblici, con libertà di autocandidatura per tutti i professionisti; cosi’ si può spezzare la ‘casta’ dell’Emilia-Romagna fatta di nomine decise da sindaci e partiti”.
Questo tizio è controllato quotidianamente in rete da migliaia di persone, in tutto ciò che dice o che fa. E’ obbligato a pubblicare in anteprima ogni intenzione consultandosi in diretta con il proprio elettorato (ovvero con i suoi datori di lavoro)… Se piscia fuori dal vaso,,, lo sbranano.
E’ una cosa un pò inconsueta in questo paese per i signori della polica, ma non mi sembra una cattiva idea.
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la discesa in campo della trota ci voleva per completare la gamma di questo circo/zoo che è la politica italiana, non sono neanche capaci di depositare in tempo i documenti per la presentazione delle liste……..
c’è da ridere per non piangere………..
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Il cardinale Martini, intervistato da Eugenio Scalfari poche settimane or sono, ha detto che il problema più grande del mondo è l’ingiustizia. In fatto di nepotismo poi la TV amplifica le ingiustizie, il nome oggi conta troppissimo (vedi E. Filiberto) e in tutti i modi il nepotismo è una grande ingiustizia. Chiediamoci quand’è che l’Italia potrà avere un Barak Obama….
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Scusate se devio un tantino dalla retta via, da deviante e deviato qual sono; ma, a proposito di nepotismi, favoritismi e clientelismi, mi pare che, nel curriculum vitae di un certo monsignore parmigiano -osannato e glorificato, come del resto più che logico, in apologìe e panegirici dalla cara Gazzettona di Parma- recentissimamente scomparso, siano riscontrabili nepotismi e clientelismi a non finire. L’ho sempre sentito nominare,benedetto o maledetto, più che come sacerdos Dei, come dirigente massimo ed onnipotente dell’uffico di collocamento vescovile di Parma, dai frequetanti le varie sagrestìe, gli uffici dei parroci e curatoli, i menadri secreti del vescovado dell’Urbe Ducale. Si era forse dedicato molto al lato occupazionale dei fedeli, più che a quello spirituale. Sicuramente tanti lo hanno benedetto ed ancora lo ricorderanno ad vitam per i benefici ricevuti, altri invece lo malediranno di tutto cuore, invidiosi per non averne potuto godere. Sic transit gloria mundi!
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