Ricordate Renato «Cipputi» Benigni? Lettera aperta agli ex Pci al di sopra dei 50 anni

Pubblicato da Redazione il 27 febbraio 2010 in Fidenza, Politica, Società |

L’immagine, puramente emblematica, non ha nessuna relazione con la persona, realmente esistita, citata nel testo.

Eravamo ragazzi indisciplinati, qualche volta irrispettosi degli anziani (politicamente parlando), ma bastava poco a rimetterci in carreggiata e indurci a miti consigli.

A volte bastava l’operaio delle Officine Massenza Renato Benigni, canottiera blu anche al di fuori dell’orario di lavoro non appena la temperatura lo permetteva. Guardandoci dal basso all’alto, per conferire autorevolezza e severità allo sguardo, ci fissava con quei suoi occhi bovini e ci stampava nelle orecchie queste parole: m’rcmand, ragass (scusate se non so scrivere in pidgin come Paolo Sirocchi).

Erano sufficienti, quelle parole esoteriche, pronunciate come una formula eucaristica, a farci riflettere sulla corbelleria che avremmo potuto commettere in virtù della nostra romantica leggerezza.

L’invito di Benigni era di non lasciare la casa del partito padre e padrone nel momento del bisogno, cioè della conta elettorale, quando si dovevano accantonare gli scherzi e i giochi per fare sul serio. L’ora in cui i figli scapestrati dovevano ritrovare un briciolo di concretezza per marciare uniti con il proletariato. Era l’invito a non lasciarci sedurre da Lucignolo Magri, Rossana Rossanda e Luigi Pintor cocchieri delle carrozze dirette al Paese dei balocchi e ai regni della perdizione. Colpi di testa che avrebbero disperso voti, danneggiato la sinistra tutta e fatto crescere le orecchie asinine del rimorso.

Esortati e intimoriti da quelle parole, riflettevamo. Poi agivamo secondo coscienza più che per calcolo. Ma almeno avevamo riflettuto e ci eravamo riflessi nel dilemma «voto utile o voto di principio?». Dietro la tendina della cabina elettorale, qualcuno s’inteneriva e tornava all’ovile.

Renato Benigni, l’operaio metalmeccanico che è stato pure assessore ma soprattutto riassumeva in sé i tanti Cipputi delle fabbriche di via Marconi, riusciva a indurci al ripensamento, istillava il dubbio, racimolava qualche consenso. Insomma, ci costringeva a valutare come investire nella maniera più oculata e redditizia quel nostro piccolo tesoro che era la croce su di un simbolo.

Ora, a trenta-quarant’anni di distanza perché ci verrebbe da sorridere se una simile raccomandazione di fosse rivolta da un dirigente del Pd? Siamo forse più cinici e più  incoscienti di quando avevamo vent’anni?

Perché ascoltavamo Benigni a capo chino, mentre oggi il capo lo chineremmo per nascondere il ghigno beffardo che potrebbe offendere l’odierno propagandista?

Mi impegno a riflettere su qualsiasi ipotesi mi venga fornita per spiegare questa spiacevole metamorfosi. Ringrazio anticipatamente.

Paolo Frambati

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3 Commenti

  • avatar Paolo Sirocchi scrive:

    Paolo, mi spiace vedere che il tuo post sia rimasto a zero commenti.
    Poiché poni una questione importante e non sottovalutabile, secondo me.
    Ti dico questo.
    La Finocchiaro Anna, durante un governo Prodi, assurse a notorietà poiché era riuscita a compattare la coalizione attorno ad un provvedimento presentato dal governo di Romano. Aveva convinto i partiti della coalizione progressista che favorirlo senza ricorrere al voto di fiducia avrebbe dato un segno forte di compattezza e di trionfo della politica.
    Ciò avrebbe smentito il centro destra che soffiava sulle divisione interne al centrosinistra.
    Pazienza e mediazioni, come l’Enrico ebbe insegnato.
    Due giorni dopo, e si parlava già di Anna come di una futura segretaria del maggior partito (DS credo), il provvedimento passò col voto di fiducia.
    Il PCI degli anni ’70 arrivò a meno di 15 giorni dal voto sul referendum per il divorzio coi suoi manifesti elettorali a favore. Prima, non se n’erano visti nemmeno uno. Profondo fu il travaglio di quella decisione ma, una volta scelto, il partito si presentò agli italiani compatto e risoluto per il “no”.
    Ci abbiamo messo del tempo, è stata una decisione sofferta ma adesso siamo qui.
    Il senso della responsabilità che Enrico insegnò.
    Enrico mai eppoi mai avrebbe fatto un errore come quello di Anna.
    Nelle tue parole, Paolo, colgo un’angoscia: l’angoscia della verità, del re che è nudo, nonostante non si voglia ammetterlo: di avere dei dirigenti non all’altezza.
    Non sarebbe poi un male. Peggio è avere dirigenti che, per dirla con Lenin, balbettano puerilmente, referenti di sé stessi.
    Questa è la mia angoscia.
    Forse, anche la tua.

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  • avatar CHINA65 scrive:

    Balbettano puerilmente, referenti di sè stessi.
    Ieri parlavo con un monumento del PCI di Fidenza, di cui non perderanno il voto perchè lui ci nacque, 80 anni fà. Parlando dei ragazzi mi è sembrato seriamente preoccupato, perchè a suo dire non è sicuro che alle parole faranno seguire i fatti, e non è stando in segreteria che si possono fare le cose (la festa dell’Unità, o quella del primo Maggio, ad esempio).
    E anche se non lo disse, mi ha fatto capire che è anche preoccupato per lo scarso ascolto di cui godono le persone di esperienza. Chi ascolta e si raffronta, chi invece parte per la crociata per sconfiggere il nemico. Sono scelte, che volete fare.

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  • avatar paolo scrive:

    Lo ricordo, settembre 1977, le cosiddette giornate contro la repressione. Andati là con il sindacato, non sapere bene se a fare servizio d’ ordine calmare gli animi e da che parte stare. Alle 15 Renato (cuffia e sciarpa rossa) sparisce. Metto il naso dentro alla assemblea autogestita sotto un tendone sportivo, gli Autonomi dibattono su cosa fare, vedo letteralmente volare le seggiole contro il palco, le bottiglie volano. Sento che qualcosa è finito, o almeno mi è estraneo. Troppo piccolo nel ’68 e già troppo vecchio e disilluso nel ’77. Alle 19 Renato salta fuori, gli occhi illuminati e tutto contento: “sono andato all’ assemblea sotto il tendone, dicevano delle cose interessanti…”
    Cipputi non era solo solidità, certezze, disincanto, realismo e disciplina di partito. Sapeva ascoltare, cosa che forse non sapevamo fare noi con tutte le arie amletiche, esistenzialiste, rompicoglioni che ci davamo.

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