Il Po, la Gazzetta di Parma e l’incertezza dei metri cubi

Pubblicato da Redazione il 26 febbraio 2010 in Ambiente |

Foto di Marco Gualazzini.

Per un «nativo rivierasco» (quale io sono) del Grande Fiume leggere di 600 mila litri di petrolio sversati è come aggiungere beffa al danno.  La Gazzetta di Parma di ieri 25 febbraio riporta impunemente questa cifra (nel titolo in prima pagina).  Non ha bisogno il Po di questi violenti attacchi a mezzo stampa.

Non posso non ricordare che quando ero bambino (a Coltaro), ho visto scendere i cadaveri dei pescegatti e delle anguille nel canale Milanino che confluisce nel Po.  Lo scarico delle acque reflue dello stabilimento Eridania ha killerato il canale portando alla superficie carogne di pesci di grossa taglia che nemmeno immaginavo potessero vivere in tanta poca acqua.  In quel tempo frequentavo la scuola «elementare» di Coltaro e la maestra Francesca (Franca) Costadoni ci insegnava le tabelline, le equivalenze e ci spiegava che il grande fiume porta 11 mila metri cubi di acqua al secondo all’Adriatico (oggi verifico sul sito ufficiale della Autorità di bacino che parla di 10.300 metri cubi di portata massima a Pontelagoscuro, ma se ben ricordo lessi che durante l’alluvione del 1951 alla Becca, in provincia di Pavia, la portata era dieci volte superiore).

Quindi le equivalenze (ci insegnava la maestra); i 600 mila litri (di cui parla la Gazzetta) sono 600 metri cubi e a me che ancora spero nella vitalità del Po è apparso subito improbabile che un simile  danno sia catastrofico come i Tg hanno raccontato.

Indagando quindi leggo su Repubblica di 8 mila metri cubi.  Quindi 7.400 metri cubi che fanno la differenza tra una corretta informazione e la faciloneria di una presunta (e presuntuosa) informazione. A tanto ammonta la distanza tra la Gazzetta di Parma e la verità. Infine, una preghiera per il Fiume Lambro che «attraversavo» ogni giorno andando a scuola (Milano – Lodi), circa quaranta anni or sono, in treno e già allora era la fogna di Milano che scorreva in una conca completamente priva di vegetazione, diserbata dagli scarichi, e del quale la cronaca spiega che attualmente era in fase di bonifica (che immagino lenta e difficoltosa), un’altra preghiera per quei depuratori che non riceveranno questa marea nera o saranno sterilizzati dal suo passaggio.

I depuratori hanno batteri aerobici, col compito di assaltare le masse biologiche che arrivano dagli scarichi dell’uomo e degli animali, destinati a morire con l’arrivo del petrolio che toglie lo scambio di ossigeno aria/acqua. Assistere impotenti a questa ennesimo scempio è fonte di immenso dolore e la speranza, peraltro flebile, che qualcuno paghi per questo non è di grande conforto.

Aggiungo una piccola chiosa; la legge «Merli» risale al 1976, ed ha rappresentato il primo, peraltro timido, strumento di tutela delle acque.  Per contro, non prevedeva sanzioni, quindi accontentava gli ambientalisti e contemporaneamente gli industriali. Prima di allora i «pretori d’assalto» (ad esempio il dottor Gianfranco Amendola) potevano solo incriminare chi «danneggiava la fauna».

Mario Mantovani



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