Che Guevara pescatore

Pubblicato da Redazione il 25 febbraio 2010 in Foto, Storia |

Questa foto del mitico comandante, firmata Alexander Korda, lo stesso autore del ritratto-icona del Che, sarà battuta all’asta a Londra. Il suo valore supera i tremila dollari.

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6 Commenti

  • avatar fb scrive:

    Il Che, al di là delle mitizzazioni delle varie sinistre mondiali e delle denigrazioni della parte opposta, rimane un personaggio molto controverso, misterioso, chiuso in un suo bozzolo di sofferenze umane personali ed anche di quelle provocate al prossimo. Avevo letto molto, ai tempi, su di lui, ed ho seguito alcun docu-films recenti, con interventi di testimoni dell’epoca, non solo compagni di partito e di lotta, ma anche amici di famiglia. Mi son fatto, come parecchi di loro, l’idea di un uomo tormentato da dubbi ed ondivago tra idealismi ed utopie e concretizzazioni, anche violente, di un comunismo ancorato a residuati trotzkisti di rivoluzione marxista globale e permanente. Aveva avuto anche storie d’amore roventi e tormentate, soffriva di periodi di depressione, conseguenti a sensi di colpa di varia eziologia. Fra l’altro, su di lui sono nati e si sono accumulati leggende e miti, come la fola che il Che, durante una riunione di barbudos, alla domanda di Castro se ci fosse tra di loro un economista, avrebbe capito invece comunista ed abbia alzato la manina per candidarsi. Trovo plausibile che sia tato allontanato di proposito da Cuba, perchè era un elemento destabilizzante ed anche troppo critico di certi sistemi, rozzi ed improvvisati, nel continuare la rivoluzione nell’isola. A lui ed a Castro preferisco comunque rivoluzionari come Mandela, Gandhi, M.L. King.

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  • avatar fb scrive:

    Korda è sempre colui che immortalò il Che in quella famosa foto che divenne un’icona irrininuciabile, idolatrata da tanti giovani 68ini, e che è stata riportata su t-shirts e manifesti in milioni di copie. Però Korda non ne ricavò alcun guadagno; fu solo nel 2000 che ricevette dalla ditta di vodke Smirnoff un indennizzo, pare di 50mila dollari, perchè tale foto era stata indebitamente utilizzata per una campagna pubblicitaria di quel superalcoolico e la cosa era sembrata assolutamente blasfema, volgare ed indecente al mondo degli intellettuali gauchistes planetari. Ma anche in questo caso, Korda aveva devoluto la cifra al servizio sanitario cubano

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  • avatar Paolo Sirocchi scrive:

    Franco, me a gò l’impresion ca nuetar, me e te, a sume la kusciensa di post-komuniste, di komuniste d’incò e di komuniste ed ier.
    Parchè na cose a lè esar Comuniste (presempi, al cumpagn Mansinon), n’etra a lè esar Komuniste (presempi i sessantotten e i sessantottenni ca adesa i gan propria pù ed s’antan. Ma che du sferi ia fat gnir).
    Tant par ciaper n’etra saca: a te it piasevan el sessantottenni? I gheven al sutani longhi ma quelca vota is vedevan di beli gambi.

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  • avatar Luca P. scrive:

    “Che”: un rivoluzianario scomodo

    Un fantasma continua ad imperversare per l’europa, è il manifesto del Che. Uscito fuori dagli scaffali polverosi, in cui lo avevano collocato, è trasformato in un mito da consumare e da sfruttare, adattandolo al gusto di ogni palato. Quello che ne viene fuori è quanto di più surreale si possa immaginare: “un James Dean” latino-americano, un “beat” senza chitarra, “una Teresa di Calcutta” di sinistra, un “esistenzialista” un po’ romantico.

    Quando era vivo, lo chiamavano “rivoluzionario da farmacia”, “avventuriero individualista”, venivi espulso dal PCI per guevarismo. Un bel po’ di tempo dopo la sua morte lo hanno rivalutato per trasformarlo nel rivoluzionario buono da contrapporre a quelli cattivi, cioè a quelli che, come lui, hanno provato a fare la rivoluzione.

    Stimati falsi intellettuali hanno potuto pubblicare le loro cazzate, e persino farci i soldi, rincorrendo e alimentando questa moda. Ridicoli voltagabbana più o meno telegenici, per agguantare un pizzico di notorietà, urlano insulse asinate contando su di un ascolto garantito e, spesso, complice.

    Ma il “Che” non era democratico come vogliono farci credere, il “Che” non era neppure un pacifista, un ecologista, un femminista o un gay. Non si era dissociato, non si pentì, non è stato un voltagabbana e, oggi come oggi, non avrebbe votato “partito democratico” e letto Liberazione nella sala d’attesa di una organizzazione umanitaria. Se qualcuno leggesse veramente le opere del “Che”, non quelle degli illustri biografi, magari potrebbe cominciare a dubitare e poi indignarsi, e poi ancora pensare che per trasformare il mondo ci vuole il mitra. Mi dispiace sottolinearlo, il “Che” non ha mai scritto poesie o canzoni, ma si è soffermato soprattutto sulle tecniche guerrigliere e sulle motivazioni che spingono, un uomo a trasformarsi in un soldato e a combattere.

    Il pensiero del “Che”, una volta compiuta la rivoluzione cubana, strategicamente si articola su due livelli: la rivoluzione latino-americana e la lotta dei popoli contro l’imperialismo. Occorre ricordare che Guevara è stato essenzialmente un comandante guerrigliero e che il suo maggiore contributo al marxismo-leninismo è stato quello di aver sviluppato la teoria della “guerra rivoluzionaria”.

    La “teoria del foco”, cioè del focolaio guerrigliero, a suo tempo fece discutere e ricevette numerose critiche ma anche altrettante adesioni. Almeno due generazioni di latino-americani hanno sentito come supremo dovere non quello di girare il continente in motocicletta, ma quello di dare inizio ad una lotta armata che si trasformasse in una guerra di liberazione. E molti di questi sono morti dopo aver imbracciato il fucile.

    L’esempio del “Che” ha portato uomini e donne anche in Occidente non a dedicarsi alla riproduzione delle magliette con il volto barbuto del comandante, ma a cercare di creare le condizioni per impiantare una guerra popolare nei loro paesi. Possono aver commesso errori, ma non certo quello di aver tentato di aprire un processo rivoluzionario nel cuore del dominio imperialista. E’ la strategia che lui stesso condensò in una frase: “creare due, tre, molti Vietnam”.

    Dice il Che “la rivoluzione nel continente latino-americano (la “Patria Grande”), pur mantenendo una specificità paese per paese, è un unico processo, dato che i tratti comuni sono e restano forti e presenti. Unico è il dominio dettato dall’imperialismo statunitense e dai loro servi che occupano posizioni di potere nelle varie nazioni. Comune è il passato coloniale, le forme di sfruttamento e di oppressione. Comune è, in larga parte, la lingua, la cultura, i valori, la fame e la sofferenza. Come comune fu, in larga parte, la lotta di indipendenza dal dominio coloniale, e ora l’ansia di rivolta e di riscatto. Comune è il senso di appartenenza, tra i vari popoli e individui che abitano questo grande continente.”

    A proposito degli interrogativi … “che fare per gli iracheni? …. E per l’Iran? … Dobbiamo manifestare contro i Talebani o sostenere il Papa?” … crediamo che non bisogna inseguire, belando, i disastri provocati dalla logica del dominio e del profitto, poiché a un certo punto, senza saperlo uno si trovi a combattere sullo stesso fronte insieme al …. nemico! L’aridità intellettuale, la mancanza di curiosità, portano dei mostri alla testa del pensiero debole, e si finisce a pensare ad una costruzione del capitalismo democratico, un ossimoro che solo le de-menti perverse dei ds (o dei sirocchi di turno) possono immaginare.

    Contro l’equivoco ecumenico delle associazioni, contro il pacifismo ipocrita, contro la solidarietà fasulla, conviene ricordare che l’internazionalismo proletario consiste nell’individuazione del nemico comune, che oggi è sempre lo stesso di ieri: l’imperialismo, in primo luogo nord americano, e nella lotta contro di esso.

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  • avatar fb scrive:

    Set sa ghe, Paolo, che me a ven da na famija che ‘d sinistra ieran mia ad cert; da part de me pèdar ieran ad destra, anca s’ieran mia sfegatè; da part ad me mèdra, non-comunisti e stop. Me msà ki ian sempàr vude par la DC, ca l’era la diga contra al pericul d’al PCI, tut lè. Me go vì di entusiasm adulescensièl par el Duce, po dopa a vreva iscrivam al PCI, sui vint’an, donca, pensa te! Dopa aiò sempar vudè sucialista, fen al mumènt che Craxi al m’ha trat sò al pertì, con mio grande dolore. Dèsa am pièsa Di Pietro e l’IDV, ma dopa vesar stè scutè na vòta da Craxi, ag vag cunt i pè ad piomb. L’unica vota c”aiò tot na tèsera, in t’la me vita, d’un pertì, a lè stè ai temp del Craxi, a s’era cunvint d’la buntè ad cl’oman là; pò basta! In italico:la foto di Korda mi ha richiamato alla mente quei passi del Vangelo di Luca, 5, 1-11, dove Gesù Cristo convince Pietro&Co. a metter le barche in acqua per la pesca e tiran su tanto di qual pesce da riempire tre barconi; poi, sulla riva, mentre Pietro gli si prostra dinnanzi, confuso e pentito,perchè, al momento dell’invito a prendere il largo, aveva praticamente mandato Cristo affanc…, Gesù gli predice che lo farà pescatore di uomini. Forse qui si possono sostituire Cristo con Castro e Pietro con il Che, che diverrà pescatore di comunisti; o di economisti? Bisognerebbe interpellare l’otorino del Che di allora, per sapere se aveva le orecchie ancora “impomate” o gliele aveva già sturate. Non è che poi è passato a lavorare alle Terme di Tabiano?

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  • avatar Paolo Sirocchi scrive:

    Luca P., io vendo armi. Fai un salto da me?

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