Susanna, i vecchioni e gli eterni galleggianti

Pubblicato da Redazione il 16 gennaio 2010 in Politica |

Susanna e i vecchioni di Guido Reni.

Che cosa spinge una persona che va verso i sessant’anni a buttarsi o ributtarsi in politica dopo anni di assenza? La constatazione che la vita attiva si è allungata? La convinzione che la politica è caduta così in basso al punto che chiunque può raccattarla? La paura della pensione, cioè una specie di stage dell’università della terza età? Un atteggiamento protettivo verso i figli e i nipoti? Ossia la prosecuzione della bambagia famigliare con altri mezzi?

Può darsi che l’ingresso o il reingresso nella politica delle teste d’argento e delle pantere grigie sia dettato da uno o più d’uno di questi incentivi, da un impasto di vari ingredienti oppure da pulsioni più difficili a definirsi e, soprattutto, ad ammettersi.

Ci siamo posti questi interrogativi da blanda sociologia e imitazione di antropologia culturale quando Mario Cantini ha deciso di scendere in campo; quando Carduccio Parizzi ha deciso di scavalcare la balaustra che separa gli elettori dagli eletti e dai nominati; quando Roberto Bacchini, espulso dai terreni da gioco, è rientrato in pompa magna nell’aula consiliare; quando Giovanni Carancini è disceso sulla terrra borghigiana come ufo proveniente da ignota pianeta. Sono solo esempi, sforzandoci potremmo trovarne altri. Poi ci sono quelli che hanno fatto un passo indietro dopo aver manifestato una timida intenzione di riapparire. Può darsi che questi casi, insieme ad altri, non facciano fenomeno però fanno tendenza o indizio di tendenza. Non titoleremo «a volte tornano», non parleremo di redivivi e revenant, però consentitici la sorpresa, lasciate che ci poniamo delle domande e che ci sorga persino qualche dubbio sulla bontà di tale andazzo.

Un Paese che manda in guerra i propri figli, cioè gli anziani che mandano a morire i giovani, non è indice di sanità. Da che mondo è mondo, sono sempre stati i figli adulti a sostenere i genitori anziani, alla maniera di Enea che fugge da Troia con il vecchio Anchise sulle spalle. Sono miti eterni, questi, indicativi di realtà durate secoli, millenni. Ora però succede il contrario. Padri e madri stampelle di figli adulti.

La protezione dei vecchi verso i giovani sta uscendo dall’alveo famigliare per allargarsi all’intera società. I ragazzi non trovano lavoro? Restano in famiglia, restano in casa. La soluzione non piace ai figli e non piace ai genitori, ma si impone: c’è un mondo ostile e senza lavoro là fuori.

I ventenni non si lasciano sedurre dalla politica? Ci pensano i genitori, magari sessantottini (non importa da quale parte della barricata) che, rimproverando ai figli di non avere coltivato i loro stessi ideali, fanno loro da supplenti e surrogati.

La mancanza di nuove leve, la trasformazione dei partiti da eserciti di massa in commando sempre più professionali induce i vecchi combattenti a intervenire per riempire le falle anagrafiche e surrogare i disertori. Largo ai giovani in fuga e avanti i vecchi.

Se i ventenni e i trentenni latitano, non rispondono alla chiamata alle armi della militanza, è irrilevante chiedersi se siano inefficaci gli appelli alla mobilitazione o se prevalga la viltà dei renitenti alla leva. È un fatto che messaggi intitolati allo «spirito di servizio» o slogan come «I care» non fanno né presa né proseliti. E allora entrano (o rientrano) in pista i padri e i nonni, reduci da antiche battaglie, con ferite ormai rimarginate, forse dimenticate. E la nave va. O così sembra.

Ho ricordi di oltre trent’anni fa. Avevamo vent’anni, eravamo in un piccolo partito di sinistra da tempo scomparso. Volevamo fare politica in grande, non davamo peso alle elezioni locali. Eravamo i pinocchi perfetti per essere avvicinati da vecchie volpi e gatti finti ciechi. Circolavano cinquanta-sessantenni (ma a noi sembravano decrepiti) che, scottati da partiti in cui non potevano più rientrare, ci avvicinarono per convincerci a sotterrare le monete dei nostri ideali. Ci dissero con parole mielate che bisognava presentarsi alle elezioni locali e loro sarebbero stati in testa alla lista, naturalmente. Ci fu subito chiaro che volevano profittare della nostra supposta ingenuità. Li considerammo per quel che erano: piombi nel disperato tentativo di trasformarsi in sugheri. Ci avrebbero tirato a fondo. Resistemmo alle loro avances, perdemmo entrambi. Però salvammo la politica locale da alcuni eterni galleggianti.

Da allora ho sempre diffidato degli anziani che rimettono piede in un partito o in una lista dopo assenze troppo prolungate. Gatta ci cova. Pochi giovani sottobraccio a rari vecchi mi danno l’impressione di qualcosa di innaturale e vagamente immorale (politicamente parlando, s’intende). Come la Susanna e i vecchioni. Una storia biblica così affascinante da aver interessato tanti pittori, da Artemisia Gentileschi a Rubens, dal Tintoretto a Guido Reni, per non parlare di Alessandro Allori.  E sempre attuale.

(i. s.)

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4 Commenti

  • avatar marco del freo scrive:

    Caro Ivano (sei tu i.s., immagino),

    un ricordo da aggiungere, le parole di una vecchia canzone di Lucio Dalla
    “come si fa… a morire a vent’anni anche se campi fino a cento?”
    Il guaio è che forse avremmo dovuto deciderci prima di arrivare almeno ai trenta per aiutare i giovani a rimanere a venti…
    Un abbraccio dal QdL

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  • … il perché, caro Ivano, è negli occhi di Susanna

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    • avatar ivano Sartori scrive:

      Ah, ecco. Ma basta, come dire, a creare la corrispondenza di amorosi sensi? Non è che ti confondi con Dino (scusa lo sfoggio di cultura) che cantava «te lo leggo negli occhi, tu lo leggi nei miei»?

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  • avatar fb scrive:

    Susanna mi fa pensare un tantino a Noemi Letizia e i due anzianotti a Silvio e a Calderoli; lei gli ha già disvelato qualche cosina delle partes honestae, come recitava il trattato di Dogmatica e Morale cattolica, che mi era sbobbato, per quattro anni di seguito, per quattro esami OBBLIGATORI, alla Cattolica a Milano in cui dovevi meritare almeno 26\30 o ti si bloccava l’anno accademico. Ora, per le partes minus honestae et non honestae, vorrebbe anche una piccola offerta. Invece che Date obolum Belisario, Date obolum Susannae vel Laetitiae. Lei sta dicendo a quello meno attempato: “Veh, belindo, dèsa basta e tèna i man a cà tua, chera el me nanòn; e vèra la scarsèla, ca che tsè an l’è mia na pesca ad beneficènsa, an ghe nienta a gratis!” E lui. “Mo sta mia a sbraièr, cl’am senta me muièra, ca gh’eva dit atsè ca vgniva sò in cantèina a tor su un buciòn ‘d Lambrusc! Sta mia a fer la carugnèta, va là, cat tle bela fata vèdar a tut al mond!” “At l’ho bela che dit na vòta, sarà anca stè tut el mond, ma mia a gratis1″ L’altro ivece è caduto in estasi mistica alla visione dei due massimi sistemi pettorali della bella bimba e sta pensando: “Mo Dio, mo guèrda mle blèina, an n’eva mai vist prima che dèsa dù pomm atsè tond e madùr! Se pò la spustìs anca ‘sta sarvièta da lè pu sùta, sarìs anca al chès…”

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