A Fidenza si è perso l’equilibrio tra città e campagna
FOTO DI RENZO BELLINI
Flavio Caroli dedica una copia del suo libro all’assessore Carduccio Parizzi.
Nella sua conferenza tenuta al Centro interparrocchiale di San Michele il 14 gennaio, il professor Flavio Caroli ha ben illustrato il percorso dell’arte occidentale dal Quattrocento al Novecento in rapporto al paesaggio portandoci ad una lettura non banale o incompleta di un’opera d’arte. Quattrocento o cinquecento anni sono tutto sommato una breve stagione che l’ultima tela mostrata, di Pollock, sembra concludere. Anche una foresta è diventata terra bruciata dalla desertificazione ambientale, sociale e spirituale.
Non solo nell’arte il paesaggio è morto, è morto o moribondo il paesaggio attorno a noi e ce ne accorgiamo generazione dopo generazione anche nei modi in cui lo godiamo e lo vediamo. Oggi non riusciamo a vedere un paesaggio se non abbiamo percorso un tratto di strada in auto, accompagnati da una guida turistica o da un avviso pubblicitario. Oggi non ci accorgiamo di ammirare un paesaggio se questo non è confinato in un parco o in una riserva ed abbiamo completamente perso il paesaggio urbano.
Diventa sempre più problematico ammirare un paesaggio rurale o urbano perché le forme di utilizzo del territorio non sono più in sinergia col territorio stesso per durare e dunque naturalmente sostenibili e non impattanti. Il paesaggio della nostra città, chiamala Borgo chiamala Fidenza, si fondava su un rapporto equilibrato e armonico fra centro urbano e campagna, tra ambiente collinare, di pianura e fluviale. Oggi questo equilibrio è venuto meno.
Qualcuno, molti, troppi, hanno pensato che il «benessere», il futuro di Fidenza potesse realizzarsi solo a detrimento del suo territorio e che, per mantenere lo sviluppo nell’età della globalizzazione e competizione, il paesaggio dovesse essere sacrificato alla creazione delle infrastrutture e della costruzione di abitazioni
Così abbiamo distrutto e continuiamo a distruggere l’ambiente fluviale dello Stirone con una tangenziale mal concepita ancorché necessaria e un ponte Sigerico perfetto nella sua inutilità, il tutto non nel paesaggio ma contro il paesaggio.
Così tracceremo una tangenziale che modificherà quello spazio precollinare e ne faciliterà l’urbanizzazione come se non bastassero i dormitori di recente costruzione a sud della città.
Alle infrastrutture create a sostegno della speculazione edilizia privata non è sfuggito il centro abitato. Alla tristezza delle architetture in zona stazione seguirà il palazzo nell’area ex-Esso per non citare che il peggio.
I progetti che potrebbero rendere più vivibile la città migliorandone anche l’aspetto restano nel cassetto, come la conversione della vecchia circonvallazione in un sistema di viali cittadini.
E che dire poi delle nuove prospettive urbane di via Gramsci e via Berenini la cui diversa concezione architettonica è solo indice che le cose possono essere malfatte in modi diversi?
Non ripeteremo per questo l’atto estremo di Pollock ma quei fidentini che hanno creduto di mirare alto e di gestire da piazza Garibaldi il bene comune hanno deluso.
Ambrogio Ponzi














Fumava e firmava, firmava e fumava.. Flavio Caroli dopo quasi due ore di lucida follia narrativa, fumava e firmava.
Tornato a casa, mi son perso, tra un Cristo crocifisso di Friedrich in comunione con l’allucinata megalopoli di Ridleyy Scott, nell’affanosa ricerca della “foresta imbalsamata”.
Trovata: Pagina 98, Max Ernst.
Premessa: In sala, sullo schermo alle spalle dei relatori, appare l’immagine, la diapo, de “La foresta imbalsamata”. Caroli: quel quadro, mi dicono, è stato dipinto a Fidenza nel Castelo di Vigoleno… e annacqua un poco la realtà di quel quadro e la sua storia.
Meglio lasciarla raccontare allo stesso Max Ernst.
Nell’estate del 1933 Ernst stava trascorrendo un periodo di vacanza proprio a Vigoleno su invito della principessa Maria Ruspoli, duchessa di Grammond che negli anni Venti aveva riportato il castello agli antichi splendori ospitando personalità di spicco del mondo artistico e culturale.
“Nella sala da pranzo del castello -ricordava Ernst in un intervista pubblicata nel giugno del 1971 da Bolaffi arte- c’era un S.Giorgio assolutamente mediocre appeso alla parete. Andai allora a Milano a comprare una tela delle stesse dimensioni. E dipinsi quella “Foresta” in una sola giornata. Maria era molto spaventata, temeva che le facessi una farsa surrealista,ma di fronte al risultato si entusiasmò.”
Aveva giustamente intuito la duchessa Ruspoli la grandezza dell’opera di Ernst; il quadro, olio su tela di cm.162×253, oggi è conservato a Houston (Menil Collection), è un “frottage”in cui la perfetta fusione dei verdi, dei gialli e dei blu delle piante in primo piano con l’azzurro e il verde smeraldo del cielo crea un’atmosfera mistica e inquietante.
Davanti alla vegetazione compare un uccello, spesso presente nei quadri di Ernst, è Loplop un gioco libero dell’immaginazione, sosteneva l’autore. Il quadro dipinto a Vigoleno offre spunto anche per una seconda osservazione; furono infatti gli impiegati del castello a battezzare la tela di Ernst “La foresta imbalsamata”, titolo che conserva ancora oggi. Quell’anno la compagnia della Scala dava l’Aida di Verdi a Busseto, “nel luogo dove il grande compositore era nato, lo spettacolo era magnifico”,esclamava Ernst. Nell’Aida nel terzo atto c’è il duetto Aida-Amonastro, nel quale Amonastro descrive alla figlia i boschi profumati del suo paese natio: “Rivedrai le foreste imbalsamate, le fresche valli…”. Gli impiegati del castello, che avevano assistito alla rappresentazione, quando videro il quadro esclamarono:”La foresta imbalsamata!”.
“La gente con lo sguardo innocente- diceva Ernst- non ha difficoltà a vederci chiaro. Fu così che il quadro ebbe il suo titolo”.
L’autore di “Oedipus Rex” di allucinanti e sconvolgenti visioni come “L’Angelo della casa”, “Il vestito della sposa” e la “Tentazione di S.Antonio”, conobbe e apprezzò dunque la dolce e soffusa serenità dei colli piacentini, dei suoi abitanti, dei suoi castelli, della sua cultura,lasciando traccia grandissima e indelebile del suo genio, con un omaggio che pochi luoghi possono vantare.
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Dopo questo commento, che definisco bellissimo in carenza di miglior aggettivazione, auspico che Carduccio sia nominato assessore all’ambiente (quello della cultura è già ben coperto). In questa veste non si sentirà più obbligato a difendere le cazzate di altri.
Senza offesa per Chicchessia, io auspico e basta.
P.S.: vedo sotto ancora la scritta “il commento è in coda di moderazione”, mi chiedo: se moderiamo Carluccio non rischiamo di sprofondare nella noia per altri 64 anni?
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Gentile Assessore Parizzi,
noto con piacere che nel Suo intervento del 16 gennaio riprende su Max Ernst quanto da me scritto anni fa sulle pagine culturali della Gazzetta di Parma e de la Libertà di Piacenza. Quegli articoli furono i primi, dopo tanto tempo, a rievocare l’affascinante vicenda de “La foresta imbalsamata” di Ernst e a riportare l’attenzione sull’intervista che Lei cita. Dal momento però che il mio lavoro è stato in più occasioni ampiamente utilizzato senza che venissi mai citato come autore Le chiedo per correttezza di indicare, d’ora in poi, le Sue fonti.
Cordialmente,
Simone Ponzi
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Assessore o Plagiatore?
Qualche anno fa sarebbe stato impensabile. Ma nell’era della mob mentality sono bastate solo 8 ore per sbugiardare l’Assessore da parte dell’autore dello scritto riprodotto dal primo (sino a prova contraria, ovviamamente).
Ma a quel punto qualcuno dovra’ rivedere i propri recenti auspici, perche’ l’assessore all’ambiente del comune di Fidenza non si puo’ fare utilizzando solo la tecnica del copia/incolla. Non basta. Per dirla alla Max Ernst, … il mio lavoro rispecchia il mio comportamento …
Tana libera per tutti
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Scusate se,dopo il pregevole e doveroso elogio della “Foresta imbalsamata”, interrompo l’incantesimo per ritornare alla politica imbalsamata non in senso statico ma in senso dinamico, cioè nel senso dell’aggressione al territorio e quindi anche del paesaggio, da parte della politica di sinistra, di destra e di centro. Sto utilizzando sia ben chiaro, l’irrazionale linguaggio della politica attuale. Non ho sentito nessuna parola da parte del Prof. Caroli sul tema. Forse mi è sfuggito. Come non ho sentita nessuna spiegazione sul “buco” storico per cui dai dipinti romani ai dipinti medioevali, l’uomo non ha più dipinto. Se come giustamente Caroli ha definito la pittura come “contemplazione”, dobbiamo dire che in quei 13 secoli l’uomo ha perso la sua capacità contemplativa. Quindi un collegamento tra il”sociale” e l’arte come la pittura sia sufficientemente chiara. Ovviamente sono d’accordo con Ambrogio e in nome della sua diagnosi credo che dobbiamo interrogarci sui meccanismi che presiedono a tale aggressione e sulle terapie possibili. As soon as possible, il più presto possibile. Oggi non ho tempo, torneremo sul tema, ovviamente….
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Il maglione indossato dal prof.Caroli, quale che ne sia la materia, senz’altro pregevole che lo compone, è certamente in sintonia mirabile con le tonalità grigie della sua bizzarra chioma mod. Andrew Warhola, riprese, in modo istrionico, non so bene se voluto od involontario, dalle tinte dello sciarpone pendulo di Carduccio. Ma non indosserei mai, manco morto,un capo composto da quei medesimi segmenti ortogonali, secondo quei disegni e quelle sfumature cromatiche! Voltando pagina, a Fetonti potrei rispondere che intelletti come quello dell’accademico prof. Caroli esulano dall paludi della politica quotidiana in cui ci troviamo invischiati noi comuni mortali, sono al di sopra di queste miserevoli righe, volano per zone iperuraniche e per cieli adamantini e puri, scevri e sgombri, per fortuna, da pesi nelle stive e scheletri negli armadi di natura politichese e partitica. Non si può chiedere ad un violino di fornirci le medesime note di un trombone o di un sassofono.
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Sapevo di riportare, in parte, il lavoro di altri; non ricordavo chi, credevo di cavarmela scrivendo: “Meglio lasciarla raccontare a Max Ernst stesso” e mettere le virgolette… Chiedo scusa, il pezzo, per gran parte un file recuperato dal mio archivio, è di una quindicina d’anni fa; anche se in parte modificato, effettivamente era stato ripreso da una pagina, credo della Gazzetta di Parma.
Ora so che devo scusarmi e dare a Simone Ponzi quello che è di Simone Ponzi.
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Sull’argomento del “buco” medioevale nella rappresentazione del paesaggio mi permetto segnalare la lettura di un intervento di Chiara Frugoni che troviamo anche pubblicato alla pagina http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/novena_racc_8.php del sito dedicato a San Francesco. L’articolo è interessante perché farebbe risalire a San Francesco il cambiamento del modo di sentire e quindi vedere il paesaggio. Questo ci spinge alla curiosità di rivedere in questa luce anche le opere di Giotto in cui la rappresentazione del paesaggio si affranca dalle regole pittoriche precedenti.
L’attualizzazione che troviamo nello scritto della Frugoni è poi pertinente a questo post.
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Chiara FRUGONI – Insegna Storia medievale all’Università di Roma II e si è occupata in particolare e della figura di Francesco d’Assisi e dell’iconografia medievale.
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