La Chiesa cattolica benedice i Simpson

Pubblicato da Redazione il 30 dicembre 2009 in Chiesa, Costume, Cultura |

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Teneri e irriverenti, scandalosi e ironici, sgangherati e profondi, filosofici e a tratti perfino teologici, sintesi impazzita della cultura pop e della tiepida e nichilista middle class americana. Su di loro è stato detto e scritto di tutto e di più, ma di certo quella tribù di facce gialle non ce la dimenticheremo facilmente. Li si ami o li si odi, Homer J. Simpson e la sua stralunata famiglia hanno lasciato il segno, e non solo nel piccolo mondo dei cartoons. Perché, forse, senza la mitica esclamazione «D’oh!» del grasso Homer con la birra «Duff» in mano – magari seduto al bar Moe’s a perdere tempo – senza le disavventure dei suoi figli, l’impenitente Bart e la saputella ecologista Lisa, senza i continui rimproveri della moglie, la casalinga disperata e azzurrocrinita Marge, e senza il leggendario «certo certosino!» dell’odiato bigotto Ned «Neddy» Flanders, forse, senza tutta la spudorata mediocrità degli abitanti di Springfield (Kentucky?), oggi molti non saprebbero ridere.

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Da esattamente vent’anni (il debutto televisivo risale al dicembre 1989 sulla Fox) il fenomeno Simpson impazza sulle televisioni di tutto il mondo: dagli Stati Uniti – dove sono nati grazie alla matita del fumettista Matt Groening – all’Europa, dalla Russia alla Cina, fino al Medio Oriente.

Homer & Company hanno sdoganato il cartone animato dall’essere soltanto un prodotto per bambini, aprendolo a una vastità di pubblico inattesa. Un successo suggellato da ben 23 Emmy Awards, tanto che nel 1999 «Time» la definì «la miglior serie televisiva del secolo» e, nello stesso numero del magazine, Bart fu inserito nella lista dei 100 personaggi più influenti del mondo (al 46° posto). L’anno dopo, le ciambelle di Springfield conquistavano una stella nella Hollywood Walk of Fame. Diciannove  stagioni,  quasi  400  episodi,  i Simpson sono la serie animata più lunga mai trasmessa. E anche quella più discussa e studiata. I rigidi censori spengono il televisore, ma gli analisti più seri lodano il realismo e l’intelligenza dei testi, anche se spesso attaccano – giustamente – il linguaggio fin troppo crudo e la violenza di certi episodi, o le scelte talvolta estreme degli sceneggiatori. Non sono poi mancate le censure in Russia, in Cina, in Giappone, in Venezuela, in Argentina, in Gran Bretagna. Rumors che hanno avuto echi anche a livelli più alti: nel 2001 tre serissimi filosofi statunitensi hanno dato alle stampe il ponderoso volume The Simpsons and Philosophy (Chicago, Open Court, 2001, pagine 256, dollari 17,95) nel quale – con l’uso di strumenti analitici presi in prestito da Kant, Marx e Barthes – Bart è associato all’ideale nietzscheano dell’uomo nichilista e Marge alla concezione aristotelica della virtù. Non mancano inoltre le letture sociologiche o «scientiste» della serie, come quella tentata dal giornalista Marco Malaspina con «La scienza dei Simpson. Guida non autorizzata all’Universo di una ciambella» (Milano, Sironi, 2007).  E  c’è  addirittura  chi si è  spinto  fino ad  abbozzare  le  tracce  di  una  teologia simpsoniana.

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Sì, teologia. Perché tra i tanti temi che entrano in gioco nella vita della scanzonata comunità di Springfield quello di Dio, e del rapporto tra l’uomo e Dio, è uno dei più importanti (e più seri). Dalle interminabili prediche del reverendo evangelico Lovejoy – alle quali corrispondono regolarmente i sonni di Homer nei banchi in prima fila – al radicalismo ingenuo di Flanders e dei suoi figli biblisti maniacali, fino ai monologhi dei protagonisti che si rivolgono direttamente all’Altissimo. Anche se, in linea con lo stile della serie, non mancano i riferimenti pungenti alla confusione religiosa e spirituale dei nostri tempi, come quando Homer in preda al panico si chiede: «Ma Marge, e se avessimo scelto la religione sbagliata? Ogni settimana faremmo solo diventare Dio più furioso!». Specchio insieme dell’indifferenza e della necessità che l’uomo moderno prova nei confronti del sacro, Homer trova in Dio il suo ultimo rifugio, anche se a volte ne sbaglia clamorosamente il nome: «Di solito non sono un uomo religioso, ma se tu sei lassù, salvami… Superman!». 
Errori di percorso, perché in realtà i due si conoscono bene. In un episodio, mentre la sua casa sta bruciando e Springfield è minacciata dai demoni, Homer decide di chiedere udienza proprio a Lui. Una scala mobile tra le nuvole lo porta al Suo ufficio, dove campeggia, in bella mostra sulla scrivania, la scritta:  I believe in Me.

(«Le virtù di Aristotele 
e la ciambella di Homer» di Luca M. Possati, L’Osservatore Romano, 23 dicembre 2009)

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1 Commento

  • avatar fb scrive:

    La Chiesa cattolica, apostolica e romana ha benedetto, da 17 secoli, tante di quelle cose e di quelle persone, che persino i personaggi, per me assurdi ed idioti, dei Simpson, adatti ad un pubblico di bamboccioni yankees, possono trovare un degno posto; al peggio non c’è mai fine! Dopo Pio XII sulla via della santificazione, Marcinkus, Renatino De Pedis sepolto in una paleobasilica crstiana, anche Homer si può riscattare dalla sua insulsaggine paraumanoide con l’imprimatur dello staff dell’Osservatore Romano, che osserva sempre gli altri e non mai se stesso.

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