Dov’era quest’uomo il 12 dicembre 1969?

Pubblicato da Redazione il 13 dicembre 2009 in Cronaca nera, Politica, Storia |

ROMA - PARATA MILITARE PER LA FESTA DEL 2 GIUGNO

Dov’era quest’uomo quando le bombe dei neofascisti di Ordine Nuovo, sponsorizzati dai servizi segreti dello Stato italiano, provocarono la morte di 17 persone e il ferimento di numerose altre che si trovavano all’interno della Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, a Milano?

Probabilmente era a casa sua o nel suo ufficciètto a far soldi con i condomini della sua Edilnord costituita l’anno precedente.

Aveva 33 anni e faceva parte della maggioranza silenziosa cui non piaceva lo Statuto dei lavoratori che sarebbe stato approvato il 20 maggio dell’anno successivo. Troppe garanzie per la libertà e dignità di operai e affini. Muratori (ma non liberi) compresi.

Una maggioranza silenziosa che, suonando l’allarme di una fantomatica rivoluzione comunista, temeva in realtà ben altro. E cioè che il Paese facesse qualche passo avanti sulla strada della democrazia e delle riforme.

Una maggioranza silenziosa che non sfilava, ma tramava. Montava la testa a garzoncelli dinamitardi abilmente manovrati da servitori infedeli dello Stato, che volevano non solo mantenere l’allerta per impedire la democratizzazione del Paese, ma per giustificare i loro privilegi parassitari. Volevano far credere che senza di loro, il Paese sarebbe caduto nella mani dei comunisti.

Ammazzare gente inerme inventandosi un pericolo che non c’è dà la misura del marcio delle nostre istituzioni, della miseria morale della classe dirigente e del criminale cinismo di certi alti papaveri, sia funzionari sia politici. Questi mostri diedero fuoco alle polveri affinché il trambusto provocato dallo scoppio permettesse di assestare il colpo di grazia ai «rivoluzionari» scaturiti dal ’68, ma soprattutto per dare una lezione a chi pretendeva di essere più libero e trattato da eguale. All’opposizione più battagliera, dal Partito comunista ai sindacati, doveva essere rifilata un’indimenticabile mazzata.

Per quanto smascherato, allora e nel corso del tempo, il piano è riuscito in parecchi punti. Attraverso l’assassinio di Aldo Moro e la cospirazione massonica della P2 si è inceppata l’emancipazione democratica di un Paese che voleva uscire dai gangheri della guerra fredda ben prima del 1989.

Tutta questa è storia, scritta e riscritta su tanti libri. Ma è una verità storica che non ha mai avuto seguito giudiziario. Le vittime, i familiari, l’intero popolo italiano non hanno mai ottenuto giustizia. E questo paradosso rinnova il dolore e la rabbia in un Paese dove si appone il segreto di Stato per proteggere gli assassini. Dove la stessa sinistra,  evidentemente vittima di minacce e ricatti, non è riuscita a fare luce sulle stragi neppure negli anni in cui è stata al governo.

La prova che non si è fatto un passo avanti l’abbiamo proprio in questi giorni. Se, a quarant’anni di distanza dalla strage giustamente definita «di Stato», il capo del governo continua a gridare al pericolo rosso e agita lo spettro della guerra civile cercando però di attribuirne la responsabilità agli avversari, siamo autorizzati a considerare questi avvertimenti come ammonimenti. Provocazioni che sanno di antico e di agognato ordine nuovo. E se non ci spingiamo più in là è solo perché, a tale livello di scontro, le ritorsioni possono colpire duro e sotto la cintura.

Ma se un ex democristiano come Pierferdinando Casini e un ex fascista come Gianfranco Fini, già leali  alleati dell’attuale capo del governo, chiamano a raccolta per costituire un fronte anti-premier che difenda la democrazia, vuol dire che l’ora è grave. Forse stiamo correndo pericoli superiori a quelli che traversammo nei tanti anni seguiti al 12 dicembre 1969, quando un piccolo imprenditore meneghino che aveva iniziato a costruire Milano 2, si mise in testa di costruire la seconda Italia iscrivendosi alla P2.

Se per P2 si intende Penisola 2, una via di mezzo tra San Felice e la caserma mentale descritta nel Mondo Nuovo di Aldous Huxley, costoro vadano a costruire la loro Utopia in qualche appendice di Siberia. Noi vorremmo restare felici e indisturbati a Penisola 1.

Ma crediamo che il tempo per le garbate richieste, per le tiratine d’orecchie del presidente Giorgio Napolitano e per altri educati rimbrotti sia scaduto. È ora di dichiarare fuorilegge chi non rispetta la legge.

La via legale non è un surrogato della strada politica, se lo metta bene in testa Pierluigi Bersani. È la Via. L’unica percorribile. Perché è dal Diritto che nasce la convivenza civile, non da un accordo tra partiti.

piazza_fontana

La foto «ufficiale» scattata all’interno della Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana subito dopo l’esplosione. Il 12 dicembre 1969 è stato il big bang della strategia della tensione, il primo anello di una lunga catena di morti ammazzati con la complicità dei servizi segreti dello Stato italiano e degli Usa.

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2 Commenti

  • avatar sciacallo scrive:

    Lui non so, io ero a Milano in pizzale Nizza (zona Niguarda) a fare la spesa e ho contato le sirene di ben 13 ambulanze, credo fossero in fila. Da gelare il sangue.

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  • avatar Ambrogio scrive:

    Se mi permetti, addossare un ruolo così importante alla componente interna italiana definita maggioranza silenziosa è eccessivo e nel contempo limitativo. Eccessivo perché la maggioranza silenziosa, certamente esposta alla strumentalizzazione, era composta dalla massa degli impiegati e della borghesia che allora votava per partiti di governo. Una massa che si opponeva più o meno spontaneamente al disordine ed alla messa in discussione dei privilegi di cui godeva da circa cinquantanni. Limitativo perché in quel periodo dall’esterno è stato condotto un tentativo di portare l’Italia in una situazione sudamericana e questo fu certamente un tentativo non improvvisato ma da lungo tempo preparato, almeno dal 1962 quando la Dc si saldò col PSI ed Aldo Moro e Amintore Fanfani acconsentirono alla nazionalizzazione dell’energia elettrica che fu vista oltre atlantico come una battaglia anticapitalista. Il fallimento del famoso ed oscuro “golpe del generale De Lorenzo” mirava agli stessi risultati che gli strateghi della tensione perseguirono in altro e cruento modo.
    Non ce la siamo giocata tra noi la battaglia così come d’importazione sono molti personaggi che hanno animato la scena negli anni successivi. Che frange di estrema destra siano state più che strumentalizzate pagate è un altro tassello della vicenda.
    Inserire poi un riferimento a Berlusconi in queste vicende degli anni sessanta è certamente forzato e non penso sia utile e corretto strumentalizzare la Storia.

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