Centostazioni, ma un’unica grande truffa

Stazione di Lambrate, giovedì 15 ottobre. Il crocchio con le tute arancione catarifrangente non ne vuol saperne di fare una foto. Teme chissà quale ritorsione. Non ha tutti i torti. Sono una mezza dozzina tra ciarlieri sudamericane e pachistani (o indiani o del Bangladesh, insomma originari del subcontinente indiano) e un nostrano con i cappelli da paggio Fernando che fuma, se ne sta zitto e mi scruta come uno che la sa lunga su poliziotti e provocatori.
Sì, certo che sono qui per fare pulizia, forse, se arriva l’ordine, non si sa bene da chi perché sono il subappalto di un subappalto e loro conoscono solo il percorso che conduce all’immondizia sparsa ai contenitori della medesima.
Non è loro che devo fotografare, mi spiegano, ma quel ritaglio di giornale (Corriere della Sera) appiccicato su una porta a vetri della stazione, sotto una delle parole più abusate, ma anche più calzanti per tante faccende di questo nostro Stivale maleodorante: vergogna!

Leggo e confermo: c’è da vergognarsi per queste scatole cinesi che sono diventate le ex Ferrovie dello Stato, ora smembrate tra chi mangia sui i binari, chi mangia sui treni e su chi vuol trarre profitto dal nostro passaggio obbligato nelle stazioni e venderci ciò di cui non abbiamo bisogno con la scusa di fornirci un servizio, e al massimo sono bibite e panini che rotolano (a volte sì a volte no) da un distributore automatico, sono gioiellerie e profumerie incongrue, che poi svendono al 50 per cento o sono addirittura costrette a chiudere.

È la grande bufala di Centostazioni, l’espulsione dei viaggiatori dalle sale d’aspetto, il loro parcheggio in corridoi e androni pieni di spifferi, per riconvertire gli spazi pubblici in macchine del profitto privato. Di sicuro inutili, spesso fallimentari. Molti già falliti. E questo uso consumistico delle stazioni spiega anche perché dagli altoparlanti continuino a chiamarci clienti, cioè gente in attesa di treni che non arrivano, da dissetare, da sfamare, da spolpare o soltanto da rosicchiare da quando non ce n’è per nessuno e men che meno per le cianfrusaglie da suq con la puzza al naso e il pattume da scavalcare per entrare in bottega, pardon boutique.
Una cartolarizzazione di beni pubblici, un’occupazione abusiva, che si sta disfacendo tra le mani di chi l’ha architettata e dei gonzi che vi hanno abboccato aprendo commerci impossibili.
Con il risultato che ora i manager della pensata truffaldina non hanno neppure i soldi per pagare chi fa le pulizie. Ci lasciano nuotare nella spazzatura prodotta con la complicità degli italo-idioti convinti di avere sempre alle spalle la mamma o l’angelo custode che gli raccoglie i calzini e le cartacce.
Quando la misura è stata colma, come abbiamo documentato, è scattata la solita emergenza. Sono arrivati i soccorsi dal Terzo Mondo. Di chi è venuto fin qui per trovare un mondo migliore e l’ha trovato solo più ricco e più sporco
Come si diceva una volta, che vadano a scopare il mare, i signori di Centostazioni. Ma non prima di avere dato una mano a ramazzare l’immondizia che hanno contribuito a creare e a spargere in giro.
Gente smarrita nel gelido androne


Oggetti smarriti



Raccoglitore solitario


Raccoglitori associati



Un abbondante raccolto


Sottopassaggio dopo il raccolto

Venditori di niente




Silenzio stampa














ci sono caduta anche io..purtroppo
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Può spiegarci come? Grazie
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stipulando un contratto per un locale commerciale non accatastato ma esistente … ancora oggi dal 2008 pronto all’apertura ma non in regola.. per grande merito di centostazioni…(stato)… quindi pure noi… zzxzxxjerionoigadufomnpcmpwokvfpoirhvobnfoirsinmovmkmòfdmv prs………
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