Berlusconi e D’Alema hanno un nemico in comune: gli antiberlusconiani
Massimo D’Alema primo della classe all’asilo.
È contro l’Italia chi parla male di Berlusconi. Normale se lo dice Berlusconi. E lo ha detto. È antitaliano chi parla male di Berlusconi. Stravagante se lo dice Massimo D’Alema. E lo ha detto. Più o meno nelle stesse ore. Con gli stressi accenti. Spazientiti. Caspita!
E aveva detto qualcosa del genere Pierluigi Bersani, tempo fa, allorché invitò la sinistra tutta, non solo i suoi elettori, ad astenersi dall’«antiberlusconismo sciocco». Doppio caspita! Ma quanti amici, difensori, fiancheggiatori ha Berlusconi tra le schiere avverse, in partibus infidelium? Eh, sì. Sostenitori.
Perché, vedete, checché ne pensi e ne dica quel gran furbo di D’Alema, esimio stratega della Bicamerale che ci ha messo una vita per arrivare al governo e non appena c’è arrivato è rimasto giusto il tempo sufficiente a bombardare Belgrado e restituire Oçalan ai torturatori turchi, l’invito a non demonizzare Berlusconi non è sensata realpolitik, è rinuncia a un progetto antagonista. È resa al modello vigente e al regime imperante. È zappa sui piedi, forse non in termini elettorali, ma sicuramente di principio. Perché presuppone un elettorato di sinistra cinico, teso solo alla conquista del potere non importa come e per che cosa.
Quel furbo di tre cotte non considera che una parte di italiani continua ad avere ideali, oltre che mire: ama le regole e l’onestà personale sui cui si fondano; desidera vivere in un Paese civile (il «Paese normale» del libro di D’Alema pubblicato da Mondadori); disprezza l’uso a senso unico e cioè amorale dell’etica pubblica; è attenta alla coincidenza tra quanto i politici predicano in campagna elettorale e come razzolano una volta eletti; ripudia il partito come comitato d’affari; non pensa (come Berlusconi e D’Alema, appunto) che i giornali siamo carta straccia imbrattata da gente malevola e la tivù l’unico media degno di essere alimentato e frequentato…

Massimo D’Alema primo della classe alle elementari.
Insomma, molti elettori di sinistra pensano ingenuamente ma in buona fede che l’antiberlusconismo sia, o dovrebbe diventare, l’ingrediente numero uno di un’altra filosofia politica, il manifesto di un’Italia di cui non ci si debba vergognare a causa della sua classe politica dirigente plasmata a immagine e somiglianza dell’uomo solo al comando.
Ma simili aspirazioni devono apparire poco meno che fanciullaggini a quel navigato del D’Alema, che, in fatto di presa del potere ne sa una più di Lenin e, quanto a conservazione del medesimo, non è certo inferiore a Stalin.
Se questi sono sogni infantili, ci si chiede che cosa abbia attratto a suo tempo D’Alema e molti altri, oggi attorno ai sessanta, nella sfera della sinistra.
Mera eredità o ereditarietà, visto che Massimo è figlio di Giuseppe (antifascista, partigiano, deputato del Pci dal 1968 al 1983)? È forse perché Palmiro Togliatti lo lodò fin dai tempi in cui portava il grembiulino nero delle elementari? O maturò questa scelta quando era studente della Normale di Pisa e gli parve di avere trovato nell’adesione al Pci via Fgci la chiave del successo? Bisognerebbe saperne di più sulla storia delle persone per sapere com’è che anche le idee più belle non funzionano quasi mai.
Sia come sia, più lo ascoltiamo e più rileviamo l’estraneità di D’Alema a una certa idea di sinistra. Una sinistra da costruire con il resto della sinistra, se non ci si fosse impantanati in quel marchingegno cervellotico che è il Pd.
Di D’Alema si diceva un tempo che non era gradevole ascoltarlo, e tanto meno assistere alle sue smorfie. Ma si diceva altresì che era la testa più lucida di tutta la nidiata, il migliore dopo il Migliore. Una ragione sufficiente per mandarlo giù alla maniera dei ricostituenti imbevibili. Ci faceva bene, era vitaminico come una cucchiaiata di olio di fegato di merluzzo. Era il rancio di via Botteghe Oscure, era comunismo di guerra. Si trangugiava e pazienza per i conati di vomito.
Costatato che con simile medicina non siamo né cresciuti né diventati più forti, ci verrebbe da concludere che la cura D’Alema-olio di fegato di merluzzo non è stata poi tanto efficace. E ci poniamo delle domande. Sarà vero che D’Alema è il più astuto della congrega e il suo delfino Bersani lo è di riflesso? E la furbizia è un mezzo che giustifica il fine? E qual è il fine?
Si è mai preso in considerazione che ci sarebbe la fila per iscriversi, davanti alla sede del Pd, se solo lui infilasse l’uscio del retro per andarsene? Ma andarsene davvero, non questa furbata di mandare avanti un altro neanche fosse la polena del suo Ikarus o la trovata della fondazione che non si sa bene a che serva. E lasciasse perdere quelle sue sparate sarcastiche che hanno l’effetto dispersivo e lacrimevole dei candelotti fumogeni.

Massimo D’Alema fuoriclasse assoluto.
Con questo non voglio dire che il Pd debba mettere gente più giovane o eclettica al posto dei sessantenni di matrice Pci passati per il Pds e i Ds (tali sono D’Alema e Bersani), non è un problema di età o di restyling, di partite tra scapoli o ammogliati per dirla alla maniera rustica ma efficace di Bersani. Voglio dire che in questo momento il Pd, oltre che di un programma e di uomini degni di rappresentarlo, ha bisogno di un’anima, cioè di attrarre simpatizzanti e iscritti ed elettori proponendo un modello di società e di solidarietà che sia alternativo a quello di Berlusconi.
Chiunque bazzichi nel centro sinistra come semplice peone sa che questa è la faccenda più urgente. Ma temiamo che non lo capisca chi, orfano della Grande Madre Urss, del suo modello, non sa bene che altro proporre. Oppure si è rifugiato nella piccola patria dell’Emilia Romagna come nell’ultima ridotta in cui asserragliarsi e da cui far partire la riscossa.
E allora discutiamo del format Emilia Romagna, di cui Bersani è stato uno degli artefici, delle sue coop, di quegli altri furbacchioni dell’Unipol che tentarono di scalare le banche, dell’ideologia che tutto quello che si fa qui è oro colato o poco ci manca. Forse i servizi, come le mitiche scuole materne di Reggio Emilia, la sanità e molto altro, ma anche in questo caso non tutto funziona come si dice e non più come prima.

Massimo D’Alema fuori posto.
In ogni caso, non è quello dei servizi il Pd che vediamo a fianco di Bersani. È piuttosto quello delle potentissime coop che vendono e fabbricano di tutto. In alleanza con tutti, anche con gli avversari politici. È il Pd del consociativismo, che non disturba affatto Berlusconi, se non come rivale in affari, ma lascia freddi i ragazzi che non siano nati con l’anima del bancario, del commercialista o dell’immobiliarista.
Ma non è di affari, mi pare, che si dovrà discutere al congresso. E tanto meno di duelli tra affaristi. Chi ha scelto la politica, vi si attenga. Non si lasci sedurre né distrarre dagli omini di burro.
Per fortuna, non siamo i soli a pensarla in questa stramba maniera. Sull’incapacità della sinistra italiana di suggerire modelli alternativi ha scritto un bel saggio Guido Crainz: Autobiografia di una Repubblica. Le radici dell’Italia attuale, edito da Donzelli. E poi ci sono tanti sfoghi in circolazione. Per esempio quelli di Michele Serra. Le sue Amache. Come questa.
Comunque vada, e per quanto sparuta sia la compagnia, meglio strambi che insieme agli indifferenti. Incuranti dei mezzi per arrivare al fine. E incapaci, per giunta, di elaborare una strategia per giungervi. (pf)
Hanno ancora un senso le bandiere? Il tradimento degli ideali è un sabotaggio che comincia quasi sempre dall’alto.













volevo sapere, per cortesia, se veramente queste foto sono di D’alema bambino.
e se sono coperte da c.right.
grazie, molto cortesi.
saluti
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