Quando i generali piangono, è ora di tornare a casa

Kabul. Il luogo dell’attentato in cui sono morti i sei parà della Folgore.
La sera del giorno dedicato alle solenni onoranze funebri dei sei parà morti a Kabul La 7 ha trasmesso Tutti a casa, il bellissimo film di Luigi Comencini che, sullo sfondo della disfatta seguita all’8 settembre, racconta la piccola anabasi, il ritorno a casa, di un gruppetto di sbandati con a capo un tenente pavido e disorientato impersonato da Alberto Sordi.
Non so se l’emittente di Telecom Italia abbia inserito il film nel palinsesto con consapevole malizia o intenti pedagogici. In ogni caso, la coincidenza si presta ad alcune considerazioni. A un parallelo tra i militari italiani a Kabul e i soldati del 1943 lasciati in balia di se stessi in seguito all’armistizio tra Italia e anglo-americani.
Il dilemma fu allora tra la continuazione della guerra a fianco degli ex alleati tedeschi o prendere la strada della montagna, cioè della Resistenza. Sappiamo come andò: i più tornarono a casa, ridiscendendo l’Italia faticosamente percorsa in senso contrario dai liberatori.

Un soldato americano monta la guardia.
Il dilemma di oggi, che non coinvolge i soldati semplici, ma gli alti gradi e chi li comanda, ossia i politici, è come tornare a casa senza lasciarci la faccia. Con onore, direbbero gli interessati. Uscire dal pantano afgano da soli, come suggerisce qualche partito di governo (la Lega), o insieme alle altre forze della Nato? Entro Natale o chissà quando? E, in questo secondo caso, a che prezzo?
Fino a che la missione non sarà compiuta e non sarà stata ristabilita la democrazia, rispondono i politici, boia chi molla. I sottoposti si fanno spesso contagiare da questo coraggio da scrivania e ottimismo da fureria.
Dire che questi politici sono irresponsabili è fargli un complimento e accordare loro le attenuanti della seminfermità mentale o quantomeno dell’ignoranza storica e geografica. Costoro non sanno nulla del Paese in cui sono andati a cacciarsi, di chi lo abita e lo difende. Non sanno che a loro della nostra democrazia non importa proprio nulla. Non sanno che sono disposti a giocarsi mille delle loro vite per una delle nostre. Non sanno. Pensate che siano disposti a imparare?

È l’alba a Kabul. Un ragazzo osserva la città dall’alto.
I nostri ministri e i nostri generali che vogliono fare la guerra, e va loro riconosciuto il merito che qualcuno comincia a chiamare questa missione con il suo vero nome, stanno infilandosi nel gioco pericoloso del rialzo. Più uomini e mezzi getteranno nella mischia, più alto sarà il costo di vite umane. Procrastinare il disimpegno vuol dire renderlo sempre più oneroso e soprattutto più difficile da disdire quando verrà il momento in cui saremo obbligati a venircene via. E allora sì che sarà disonorevole battere in ritirata. Perché sarà dura rivendere una sconfitta e una rotta come exit strategy.
Se fossero dei veri duri, i nostri militari e i nostri ministri, direbbero l’unica cosa che è sensato dire: non ci stiamo bene, qui in Afghanistan, però dovremo starci decenni prima che la situazione si normalizzi, perché della democrazia come la intendiamo noi non vogliono proprio saperne e non gliela possiamo certo imporre sparando dai Tornado, tirando bombe ai talebani e pazienza se ci va di mezzo la popolazione civile.
Già, solo la presenza militare a tempo indeterminato, sul modello dell’impero romano o del colonialismo britannico, seguita dalle salmerie dell’imperialismo culturale, dalla Coca Cola alla pizza alle scuole, può creare un lascito durevole. Questo sarebbe ragionare concretamente. Ma anche gli imperi non sono più quelli di una volta. Ora sono effimeri e fragili e gli alleati, come l’Italia, sono più che altro dei valletti tremebondi. E allora una botta e via, chi resta si arrangi. Per questo le sagge donne afgane hanno conservato il burqa appeso al chiodo e giorno verrà che dovranno rimetterselo, anzi in certe zone del Paese dove la democrazia occidentale non è mai arrivata non se lo sono mai tolto.

Una strada di Kabul di prima mattina. In apparenza, la calma regna sovrana.
Una volta a casa, poi, ogni governo racconterà al proprio popolo la balla che ritiene più conveniente per darsi un tono e darci a intendere che la missione è riuscita. Il nostro ci spiegherà che abbiamo tirato su una scuoletta e curato dei mutilatini. E chi li ha fatti a pezzi prima di ricucirli? Ah, noi no!
Dunque, restare non si può, venirne via in tempi brevi neppure (pena il disonore), difendersi sì, attaccare forse, staremo a vedere le nuove regole d’ingaggio decise dalla collusione Pdl-Pd.
Qualsiasi soluzione sarà un ripiego. La fine degna di un dramma prevedibile. La conseguenza di un progetto folle: combattere con eserciti regolari un nemico che non si sa dove stia, da che forze è costituito, dove si nasconda e se ha delle basi fisse queste non sono in Afghanista ma in Pakistan, Paese formalmente alleato degli Stati Uniti. Non si poteva immaginare pasticcio peggiore. Del regalo che Bush ha fatto al suo successore, una bomba a scoppio ritardato, un veleno ad azione lenta, moriremo tutti. A cominciare dai sei parà cui vanno aggiunti i carabinieri di Nassirya, cioè a cominciare dai caduti innocenti, cui sfuggono la logica e l’utilità di questo gioco inutile e crudele.

Soldati dell’esercito regolare afgano pronti a partire per il fronte. Sui loro volti, la rassegnazione e foschi presentimenti.
Ma fino a quando potrà durare lo spregevole inganno che per ora ha colpito un numero notevolmente ridotto di famiglie italiane rispetto ai morti americani che sono ormai più di quattromila?
Il giorno dei funerali e delle condoglianze ci ha fatto capire che basta poco a far vacillare le granitiche certezze degli alti comandi. Basterebbe un altro colpo degli insorti a far cadere gli ultimi birilli e i castelli di carte degli sbruffoni del governo.
Gli eventuali lettori maligni stiano bene attenti a quel che abbiamo scritto e se non hanno capito bene, rileggano. Qui non si invoca, qui si analizza e si teme. Qui non si sbraita per farsi coraggio, qui si cerca di capire.
Tra le cose che abbiamo capito seguendo le immagini della cerimonia, senza farci distrarre dalla retorica di basso conio di presentatori e commentatori, azzerando l’audio, c’è che i militari, siano essi soldati semplici o graduati, non sono quelle indistruttibili macchine da guerra che vogliono farci credere. Non sono folgori accecanti e nembi minacciosi. Non sono né eroi né guerrieri. Non sono le figure indomite accreditate dalla propaganda. Grazie a Dio, sono pieni di difetti e difettosi come noi tutti. Lo abbiamo capito non solo osservando le loro reazioni, ma dal tenore dei loro messaggi, dalla loro prosa o dalla carta da lettera su cui scrivevano a mogli e figli. Dalla tenerezza che mal si accorda con le grida di autoincitamento, dal bisogno che hanno di farsi scorrere adrenalina nel sangue.
Abbiamo capito che sono fatti della nostra stessa pasta, quella di chi non ha ragioni profonde per andare a combattere altrove (a parte il soldo, e ciò sia detto senza disprezzo in questi tempi di vacche magre), più che della pasta dei loro avversari. I quali sono scalzi e senza il soldo, mandati al suicidio da una religione assassina e da uno sceicco stramiliardario.

Abitanti di Kabul in coda per il voto durante le ultime elezioni presidenziali.
Sono più coraggiosi i talebani? Sono più motivati? Limitiamoci a registrare un dato oggettivo: loro giocano in casa. Vogliamo aggiungere che giocano per la loro casa e persino per una causa? Vedete voi. Bisognava saperlo prima di partire. Bisogna che lo sappia chi intende partire.
Ma a dirglielo non saranno certo i ministri, asini in storia, geografia e morale. Asini e basta.
La leggenda del militare guerriero, catafratto e invincibile, va rigettata. Va sbeffeggiata. Non per oltraggio ai ragazzi morti. Ma per il loro bene e a detrimento di chi li ha trasformati in pompose caricature.
Perché quel che ci ha più convinto della diretta dei funerali sono state le facce dei commilitoni e dei superiori. Li abbiamo visti commuoversi, singhiozzare, tirare su con il naso e piangere senza ritegno. Li abbiamo visti per quel che sono, senza la maschera e i pennacchi.
Anche i generali erano commossi. E quando i generali piangono vuol dire che la guerra è persa da un pezzo. Quindi, tanto vale tornare a casa, ragazzi. Tutti a casa. Non c’è ignominia a ritirarsi dopo aver capito che non c’è gara. Non c’è causa. Non c’è democrazia da esportazione che valga una vita.
Ci sono altri campi su cui battersi. Per far vedere di che stoffa si è fatti. E l’onore civile non è inferiore a quello militare. (pf)

È ancora notte a Kabul. E anche una strada all’apparenza tranquilla come questa può nascondere un’insidia mortale.













Missione di pace o stato di guerra: possiamo disquisire ma a scegliere non siamo soli, c’è qualcun altro che come nemico usa le armi e non possiamo impedirlo, non sappiamo come. Non lo sanno i generali che combattono sempre la guerra precedente e non capiscono quella nuova, non lo sanno i politici d’oggi che la guerra l’hanno sempre e solo parlata e in qualche modo se ne servono come si servono delle parate e dei cortei. Nel paese di Badoglio e di Graziani di generali ne abbiamo uno ogni chilometro di frontiera, nel paese della corvetta Baionetta di politici ne abbiamo ancora di più.
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I nostri ragazzi che vanno a combattere senza potersi difendere in modo adeguato in questa guerra-non guerra, come i ragazzi americani, sono stati educati alla cultura della vita, amano la vita e offrono la loro disponibilità per la difesa di una migliore qualità di vita (che è vivere sentendosi liberi) in paesi dove purtroppo non esiste la stessa cultura. (e non operano dietro iniziativa unilaterale dell’Italia)
Quando siamo in presenza di madri che arrivano a desiderare che i loro figli si riempiano di esplosivo per farsi saltare in aria e causare il più alto numero di vittime, non possiamo non inorridire e chiederci che cosa ci accomuna. Non piangono, queste madri, ma sono orgogliose e festeggiano.
Riusciamo invece a comprendere benissimo e a condividere la commozione e le lacrime trattenute a stento dai nostri militari, sia soldati semplici che generali.
Le differenze culturali tra due mondi che nulla hanno in comune sono sempre state sottovalutate, ma proprio perché ora c’è più consapevolezza dell’esistenza di differenze inconciliabili, non si capisce come, nei paesi occidentali, si inneggi e si esalti il multiculturalismo.
Se sosteniamo, ormai a ragion veduta, che la democrazia non si esporta, continua ad essere incomprensibile come ci si possa illudere di poterla imporre a quei milioni di immigrati che, proveniente dalle stesse culture, la rifiuterebbero nei loro paesi.
Sono stati fatti entrare nel nostro paese milioni di persone che si abbeverano alla stessa fonte di odio e di morte, permettiamo che continuino a farlo sotto i nostri occhi, tanto che non esitano a farci capire, con prove di forza delle quali non vogliamo vedere l’intento ricattatore, che saranno presto le loro leggi non democratiche a prevalere sulle nostre.
Su http://www.lisistrata.com c’è la preoccupante immagine di una delle ultime provocazioni che si stanno moltiplicando ovunque in Italia. La trovate sotto il titolo:”Se ne sono strafottuti del divieto del sindaco di Roma”. Ma ne ho visto una ancora più eloquente e simbolica. E’ il raduno di centinaia di mussulmani provenienti dai Balcani sul greto del Piave, il fiume sacro della 1a guerra mondiale, a Ponte della Priula, frazione del comune trevigiano di Susegana.
Le nostre non risposte sono segno di debolezza. E loro, per tastare il terreno, si spingono ogni volta sempre più in là. Sono partiti dall’occupazione di viali e strade delle nostre città, poi, in contemporanea, hanno occupato il sagrato del duomo di Milano e quello della basilica di S.Petronio a Bologna.
L’aggressione a Daniela Santanché è la risposta che danno a chi pretende da loro, a casa nostra, il rispetto delle nostre leggi.
Chi non sa leggere in questi segnali che la guerra che hanno dichiarato all’occidente è iniziata da tempo anche in Italia, oltre che in Europa, non può più definirsi ingenuo, ma colluso con l’estremismo islamico -che poi è l’unico e vero volto dell’islam-.
Se poi c’è chi si ostina a dividere l’islam tra moderati e non, avrei piacere rispondesse alla domanda che ho posto alla fine di un altro mio intervento sotto l’articolo intitolato “La fanfara dei fanfaroni è sempre di corvée”
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Giuliana, io non amo affatto i musulmani in genere, adottandoo per ora il metodo del “vivi e lasciami vivere”, io con il mio Dio, tu con il tuo, dato che fino ad ora ho preferito abbaiare, ma non mordere nessuno. Non si può arrivare a certi estremismi di nevrosi e psicosi da invasione e di manìa di persecuzione. Fra l’altro è noto a parecchi musulmani che non ci odiano a morte che ci sono dei falsi imam, un po’ dappertutto in Italia, che aizzano, in certe moschee, i loro correligionari, ma non sono TUTTI gli imam in Italia e le loro vittime sono sempre dei poveri ignoranti diseredati, come quelli che cadono nelle reti di Scientology.! Quell’orda di islamici sulle rive del Piave, che poi non si sa se ora mormorava in latino, in veneto o in arabo, non erano, probabilmente, che dei fanatici. Ci sono anche tra di noi dei talebani cattolici che non sono tutti i cattolici, però, lo sappiamo bene, ed alcuni non sono ben visti nemmeno in Vaticano.
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