Dio è morto? Solo per tre giorni, poi risorge

Pubblicato da Redazione il 20 settembre 2009 in Chiesa, Musica |

 

È morto John T. Elson che nel 1966 fu autore di una clamorosa inchiesta su «Time»

Il giornalista che indagava sulla salute di Dio

di Raffaele Alessandrini 

L’inchiesta di John T. Elson su “Time” dell’8 aprile 1966 intitolata Dio è morto? aveva fatto grande rumore; il suo autore invece se n’è andato in punta di piedi a 78 anni lo scorso 7 settembre. E solo dieci giorni dopo “The New York Times” ha dato notizia della sua dipartita. Dopo assere stato responsabile del settore materie religiose della nota rivista fino al 1987, Elson si era ormai ritirato a vita privata. Nel 1966 però, a quattro mesi esatti dalla conclusione del concilio Vaticano II la pubblicazione di quel servizio, preannunciato da una funerea copertina nera orlata di rosso ove campeggiava l’interrogativo Is God dead? non solo avrebbe avuto un effetto dirompente sull’opinione pubblica di mezzo mondo, ma avrebbe inaugurato una stagione culturale di dibattiti e di riflessioni che in fondo non si è mai conclusa. Poiché con intensità e convinzioni diverse, fu proprio a partire da allora che perfino nel pensiero teologico – ma anche alla luce della riflessione del teologo protestante Dietrich Bonhoeffer – si cominciò a parlare con una certa ricorrente attenzione di secolarizzazione, di eclissi del sacro nella società industriale e di fine della religione.

E sul finire dello scorso millennio, nel brullo panorama filosofico dominato dal pensiero debole, dall’effimero e dalla fine delle ideologie, non era infrequente sentire rimarcare il concetto, con gli accenti più disparati. Basti solo pensare alla parodia grottesca delle nevrosi dell’individualismo contemporaneo in Woody Allen che ripete il suo celebre refrain:  “Dio è morto, Marx è morto e neanch’io mi sento troppo bene”. Nonostante il concetto di “morte di Dio” non fosse propriamente una novità. A cominciare da Nietzsche o da Feuerbach – i soli peraltro, tra i pensatori moderni, ad aver compreso la follia e lo scandalo del Dio crocifisso nel mondo antico.  Quella  follia e quello scandalo che invece sono accolti e predicati da san Paolo.

Inoltre sul concetto stesso ci sarebbe stato fin da allora parecchio da discutere. Nel 1958 l’ebreo Elie Wiesel nel romanzo La Notte aveva affrontato con gli accenti più crudi il tema della assenza di Dio nel terribile ricordo della lenta morte per impiccagione di un ragazzo in un lager nazista. In contemplazione dell’innocente trucidato riecheggiava la domanda impotente e angosciosa dell’uomo:  “Dov’è dunque Dio?”; per la quale c’era solo una risposta possibile:  “E io sentivo in me una voce che rispondeva:  – Dov’è? Eccolo:  è appeso lì a quella forca…”. 
E già nel 1944 Henri de Lubac nel suo Le drame de l’humanisme athée aveva ricordato che senza dubbio l’uomo può organizzare la terra senza Dio – e quindi giungere perfino anche a decretarne la morte. È comunque certo che “senza Dio egli non può alla fine che organizzarla contro l’uomo”. Infatti “l’umanesimo esclusivo è un umanesimo inumano”. Come ripete la conclusione (n.78) della Caritas in veritate:  “L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano”.

Questa però è cultura d’élite, si potrebbe obiettare. È vero. Nessuno in pubblico, alla metà degli anni Sessanta, si sarebbe azzardato a sollevare un interrogativo come quello lanciato da Elson su ”Time” in quell’aprile del 1966. Eppure in Italia solo un anno prima il cantautore Francesco Guccini aveva scritto una canzone intitolata per l’appunto Dio è morto, lanciata poi nel 1967 dal gruppo musicale “I Nomadi”, i cui versi sarebbero rimasti impressi nella memoria – e talvolta anche nelle motivazioni ideali – di alcune generazioni di giovani, grazie anche alla voce suggestiva e intensa del leader storico del gruppo Augusto Daolio. 
Ma in quella canzone non c’era proprio nulla di iconoclastico. Anzi era un’esaltazione di valori umani e naturaliter cristiani; tanto che, al contrario del cieco bacchettonismo dei canali nazionali ufficiali, il pezzo fu messo in onda dalla Radio Vaticana. “Perché noi tutti ormai sappiamo che se Dio muore è per tre giorni, e poi risorge”. 

(©L’Osservatore Romano – 20 settembre 2009)


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1 Commento

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    Attualmente la religione in genere, ma specialmente la nostra,che lascia maggior libertà individuale e non sottopone l’affiliato alla pubblica approvazione-disapprovazione della comunità religiosa e non giudica severamente il comportamento individuale dell’intensità o meno della pratica della fede -come accade nell’Islam-, viene spesso sostituita dalla fede incondizionata verso altri idoli e totem di maggior soddisfazione immediata nell’Aldiquà. Di solito le fedi monoteistiche rimandano all’Ultraterreno il premio eterno, per cui solo chi morirà vedrà e la faccenda è piuttosto frustrante e fastidiosa. Meglio dedicarsi all’arrampicata sociale con tutti i mezzi e metodi, alla conquista del successo, specie usando le arti della seduzione fisica, sempre ben ricompensata, allo spargimento di veleni, calunnie ed altra zizzania e loglio del genere per assicurarsi una buona posizione in questo mondo che non andare a nuotare controcorrente, come i salmoni , alla conquista solo di emarginazione, disprezzo, lavori e professioni mal remunerati, cui dedicarsi senza sosta ed incodizionatamente, sottoporsi a sacrifici, rinunce, scostare da sè invidie, gelosie, desideri di vendetta e simili. No sempre ti fanno stare bene, tutte queste pratiche; si spera nell’Aldilà, ma a parte un’alternanza di fede e di speranza in questo oscuro traguardo, sempre volentieri procrastinato per istinto di sopravvivenza, poi, dopo, che ci sarà? Pensiero che quasi sempre è accompagnato da una toccatina,laggiù,all’equatore.

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