L’Italia in divisa, l’Aula divisa e il dolore condiviso

Queste pinze sono le mani di un reduce dell’Iraq. Potrebbero essere quelle di un ragazzo italiano scampato all’Afghanistan. Sono due delle migliaia di buone ragioni per dire no alla guerra. In qualsiasi veste si presenti e non importa a che latitudine. Vedi altre foto.
Sei soldati morti e di colpo ci si ricorda che c’è una guerra in corso. Sì, una guerra mica una missione di pace.
Sei ragazzi morti e il governo va nel pallone.
Sei ragazzi morti e tutti fanno i duri a parole. Meno Bagonghi che parla di exit strategy, un modo brianzolo per dire: «curag(i) che scapuma».
Nessuno che abbia il coraggio di dire: non dovevamo neanche partire. Nessuno che abbia avuto il coraggio, il vero coraggio, il più grande di tutti, di dirlo allora. Quando tutti, in coro, dissero «partiam, partiamo» e si sentivano valorosi, già con la vittoria in tasca.
Poi le guerre si sa come vanno a finire. Gente che spara. E morire a volte non è la cosa peggiore che ti possa capitare. Come non ci stancheremo mai di ricordare ai nostri lettori. Documenti alla mano.
«In serata, dopo aver ascoltato Bossi che auspica un ritorno “entro Natale” e Berlusconi che parla di “exit strategy”, Pierluigi Bersani va su tutte le furie: “È incredibile che il governo sia confuso, che le parole di La Russa siano così diverse da quelle del premier e del leader leghista”. E che addirittura, in qualche modo, scavalchino a sinistra il Pd». (R. Zuc. Corriere della Sera, venerdì 18 settembre 2009)
Mamma che paura le furie di Bersani! Che ipocrisia tutto questo uso strumentale dei ragazzi morti. Che verità sconcertanti dietro lo spettacolo del dolore inscenato dalla compagnia dei soliti guitti.













E’ una cosa ignobile vedere, ogni volta, che siano poi civili o militari le vittime in missioni di pace(?), tutto il carrozzone clownesco di parlamentari, amministratori locali e non, caporioni delle forze armate, con ipocrita atteggiamento pentito e contrito, con passo cadenzato, il viso atteggiato a funerea prostrazione, “partecipare” al dolore ed al cordoglio delle famiglie interessate, a capo chino, schiena incurvata, sguardo dimesso e chino al terreno, le manine incrociate sull’avantreno, a proteggersi i gioielli di famiglia, come i calciatori allo scoccare della cannonata di rigore. Non sono nemmeno in grado di spiaccicare due parole in croce di sincero cordoglio, leggono quattro frasucce scritte da altri scribacchini all’uopo pagati. Non so poi quanto possa interessare la morte di un povero ed anonimo soldatino a tutti quei generaloni con cappelloni, fregi, alamari, mostrine, nastrini e medagliette sulla giubba in quadruplice filare; vivono di armi ed armamenti, sognano solo guerre, vanno in visibilio per le parate militari dove sfilano i prodotti maligni dell’Oto-Melara, dela Fiat-Selenia e della Beretta. Mandano quei poveracci, anche se volontari, in ricognizione, su pullmini di lamiera e scuolabus usati e poi piangono lacrimacce da coccodrillo, distribuiscono poi alle vedove pataccone al valor militare, ” per il coraggiooo diiimostrattooo, immolandosiii con sprezzo del periccolooo ed alto sensooo del doverree, fulgido esempio di erroismooo, di amorre e di fedeltà a la Pattria!”. Si devono riportare a casa i nostri soldati perchè o li si manda in missione di pace, per cooperare a ricostruire un paese dilaniato dalla guerra, o, altrimenti, se devono fare da spalla e da lacchè dei signori della guerra americani, è meglio che se ne stiano qui,tra di noi. Certo La Russa non potrebbe più pavoneggiarsi in tute mimetiche e sguardo lampeggiante fascistissimo, in anfibi, con passo svelto e sicuro,mentre passa in rassegna, come Alessandro il Macedone, le truppe schierate, fervido e fervente, come scandiva, con ferrea, adamantina pronuncia, lo speaker dei cinegiornali Luce di un tempo che fu.
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Mi scuso con i lettori se mi permetto di aggiungere un altro breve commento, con il quale certamente non tutti saranno d’accordo. Chi muore, specie se nell’adempimento del proprio dovere ed in tragiche circostanze, è sempre da rispettare e da onorare, a qualsiasi ceto e censo esso apartenga. Però mi domando perchè debba essere trattato in un modo chi perde la vita sul lavoro, come operaio, manovale, muratore o bracciante agricolo, ed in un altro più solenne e pubblico e con la grancassa di risonanza dei varii mass-media, chi, in missione militare come volontario, rimane ucciso per mano del nemico del momento contingente. Ci sono numerosi padri di famiglia e tanti giovani, italiani e non, che perdono la vita sul lavoro, ma nessun ministro dedica loro una minima orazione in Parlamento, non arrivano -per fortuna!-frotte di giornalisti e cameramen ad importunare e ad intervistare i famigliari. Quei militari, poveracci loro, erano volontari retribuiti; anche se non conosco l’ammontare della loro busta-paga, penso che sarà stata più ricca di quella dei tanti morti sul lavoro, che, per un misero compenso, spesso e volentieri in nero, rischiano la vita ogni giorno nell’industria, nei cantieri edili, nelle fabbriche, nei laboratori artigianali.
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