L’Afghanistan è senza prospettive *

«Amico o nemico», chiede il soldato. «La solita mentalità occidentale», commenta Karzai rivolgendosi al signore della guerra di un clan alleato.
di Philippe Thureau-Dangin * *
L’elezione presidenziale in Afghanistan non risolverà nulla. Che il presidente uscente Hamid Karzai sia rieletto facilmente grazie alle molteplici alleanze tra clan che ha negoziato o che sia messo in difficoltà, il risultato non cambierà il corso della guerra, né lo stato d’animo della popolazione.
Quasi otto anni dopo essersi impegnati in un interminabile intervento armato, gli Occidentali si interrogano. Il settimanale Der Spiegel constata amaramente che i soldati tedeschi, inviati ufficialmente per aiutare la ricostruzione, si ritrovano intrappolati in un conflitto sempre più spietato. La stampa britannica commenta la cifra di duecento inglesi uccisi dopo il 2001. Quanto agli americani, dubitano della nuova strategia del generale Stanley McCrystal.
Barack Obama, in primavera, sperava di trovare un successore al corrotto Hamid Karzai, forse nella persona di Ashref Ghani, ex ministro delle Finanze, ma questa speranza ha avuto vita corta. In breve, come ha fatto notare crudamente il Financial Times, la Nato è arrivata al punto in cui erano i sovietici venticinque anni fa, con lo stesso numero di soldati morti e la stessa incapacità a controllare il territorio.
Perché l’insurrezione dei talebani non è solo religiosa; è allo stesso tempo nazionalista ed etnica. Gli Occidentali, dopo il 2001, si sono appoggiati all’Alleanza del Nord, dominata dai tagiki, che rappresentano soltanto il 24 per cento della popolazione. Ancora oggi, malgrado qualche pashtun ricopra cariche simboliche, sono i tagiki a detenere le chiavi del potere nell’esercito e nei servizi segreti, e sono sempre loro ad arricchirsi più rapidamente. È normale che i pashtun, dalle cui fila sono usciti un tempo i re afgani e che rappresentano il 42 per cento della popolazione, siano indispettiti.
Gli americani, rendendosi conto del discredito di cui sono bersaglio, fanno di tutto per contrastare la propaganda dei talebani presso le popolazioni. Washington ha stanziato 150 milioni di dollari supplementari per finanziare le radio locali in lingua pashtu e formare giornalisti. Ma è chiaramente troppo tardi.
* Pubblicato il 20 agosto, questo articolo conserva ancora integra la sua attualità.
* * Philippe Thureau-Dangin è direttore di Courrier international













Come spettattore passivo delle tragiche vicende di questa regione, inesperto di strategie e di tattiche militare, politiche ed economiche globali, effettivamente trovo che la risoluzione del problema afghano sia pressochè impossibile. Continuare a restare con un’occupazione che è solo o prevaletemente militare e non si è invece dedicata alla ricostruzione del paese, dotandolo di ogni necessaria e minima infrastruttura atta a farlo progredire -case, ospedali, scuole, centri di svago, sportivi, di riunione, biblioteche, ecc.- è inutile, dannoso e sbagliato. Ma anche andarsene e lasciare il Paese in un caos indescrivibile, in mano ad un governo impotente e corrotto, consegnandolo alle infami milizie di talebani ignoranti e fanatici, non mi sembra una soluzione efficace. Che fare allora, esiste una terza proposta che possa considerarsi valida, accettata soprattutto dalla parte sana di quel Paese? Altrimenti rivedremmo ancora le bestiali scene di studenti (?) coranici che bastonano le donne, impediscono a chiunque, a cominciare dai bimbi, di giocare, ascoltare musica, girare almeno velate e non in burqa avvilenti; assisteremmo ancora una volta a lapidazioni, impiccagioni, decapitazioni, mutilazioni in nome della sharia e dei precetti -dicono i talebani- coranici, che però, guarda caso, non impediscono loro di coltivare come forsennati l’oppio, i cui ricavati commerciali arrivano quasi a coprire la metà di tutto il reddito nazionale. Strano libro, il Corano; malleabile come la plastilina, duttile più dell’oro, si adatta, in ogni regione in cui è accolto come unica base e insostituibile polo di riferimento della vita civile e religiosa, ad interessi particolarissimi e ai più disparati. Un po’ come i nostri Evangeli, da 17 secoli a questa parte.
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Solita nota informativa. Hamid Karzai, almeno al momento Presidente rieletto dell’Afghanistan è figlio di un ex parlamentare dei tempi del re, ai tempi capo della tribù dei Popalzai, originaria della zona di Kandahar, di etnia Pashtun.
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