Macchè Grande Sogno, è una boiata pazzesca!

Pubblicato da Redazione il 14 settembre 2009 in Politica, Società |

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I sogni muoiono all’alba mentre il Grande Sogno di Michele Placido-Riccardo Scamarcio muore a pochi minuti dall’inizio del film. Dalla ricostruzione della genesi del Sessantotto alla regia alla recitazione, è tutto sbagliato.

Ma Placido c’era, mi direte voi, e sa di che parla. Sì, c’era. Dalla parte del poliziotto che prima mena e poi si redime. A quello avrebbe dovuto attenersi. Meglio avrebbe fatto a raccontare il Sessantotto dal punto di vista angusto, prevenuto, insomma ideologico, dei celerini. Ne sarebbe venuto fuori, non ne dubitiamo, un film istruttivo, dal quale avremmo imparato parecchio e a quest’ora ne sapremmo di più su uno degli ambienti più chiusi e misteriosi della notte della Repubblica. Invece siamo costretti a restare nell’ignoranza. A fare sforzi di immaginazione. Sbagliando, qualche volta. Come a proposito di quel che successe nella stanza dove il commissario Luigi Calabresi e i suoi subalterni interrogavano l’anarchico Pinelli, che poi, non si sa come, volò dalla finestra. Troppi misteri nella polizia. Placido, tutto teso a lasciare la PS, tutto preso dalla sua smania di fare l’attore, non ha avuto occhi e orecchie per essi. Cosicché dei suoi ex colleghi ha mostrato solo la libido per il manganello e un siparietto per il quale ha scolpito un cammeo il bravissimo Silvio Orlando nella parte dell’ufficiale di polizia che, sprezzante del ridicolo, recita Il Conte di Carmagnola del Manzoni all’allibito sottoposto con velleità d’attore: «S’ode a destra uno squillo di tromba…». È la parte più bella del film. L’unica.

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Placido, nelle varie interviste ai giornali, sostiene di aver letto tutti i libri sul Sessantotto e del Sessantotto. Meglio un moto di stupore alla Renato Pozzetto (eh, la madonna!) che dargliela buona. Se no, dovremmo concludere che li ha letti male.

La scintilla del Sessantotto è rappresentata in maniera ridicola. Al punto che i tre emblematici episodi di contestazione dei professori da parte di uno studente ignorante, di una ragazza presuntuosa e di un agit-prop per vocazione e professione, inducono lo spettatore a schierarsi senza esitazione dalla parte dei docenti aggrediti e vilipesi per dei nonnulla e a freddo.

I tre studenti di famiglia borghese, che intervengono a sproposito e con frasi fatte a tavola mentre la domestica serve la minestra o durante un battesimo, sono detestabili nella loro pedissequa imitazione del Lou Castel di Pugni in tasca

La figura del prete operaio che apprende con sbigottimento la notizia dell’assassinio di Che Guevara mentre arringa i marciatori per la pace di Assisi è forzata.

Gli slogan, le frasi fatte, le rappresentazioni da manuale irritano lo spettatore che abbia conoscenza diretta dei fatti. E lasciano attoniti i giovani che si chiederanno perché è bastato così poco a scatenare un simile incendio. 

La mia simpatia va agli avversari dei sessantottini, ai poveri prof, alla docente dell’accademia d’arte drammatica interpretata da Laura Morante e persino all’isterico padre preoccupato di salvare il decoro borghese e perbene della famiglia. Rappresentati come macchiette o tromboni, sono in realtà vittime sacrificali. Malmenati dalla storia senza sapere il perché. Senza che i loro contestatori glielo sappiano spiegare. Se non con frasi da catechismo rosso.

Solo la polizia, torno a ripeterlo, è presentata in maniera credibile. Cioè in una luce sinistra che lascia presagire sviluppi ancora più foschi e minacciosi.

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Per farla breve, quello che ho visto al cinema Cristallo domenica sera, e che mi auguro molti di voi possano vedere (è in programma anche mercoledì 16), non è un film sul Sessantotto ma su Michele Placido. È l’autocelebrazione di una redenzione, di un riscatto, di un’ascesa: da emigrante ad attore di fama passando per la divisa di pannetto grigioverde che odora di lacrimogeni e puttane.

Tra i vari personaggi, Placido-Scamarcio è l’unico a venirne fuori bene. Gli altri finiscono molto male o falliti. Solo dei fascisti senza cervello come quelli del Popolo di Roma capitanati da tale Giuliano Castellino potevano scambiare questo film che rende un pessimo servizio al Sessantotto per apologia del medesimo.

La molla e il fine di tutta questa operazione durata due anni tra sceneggiatura, riprese e montaggio non sembra essere la rievocazione di un Grande Sogno collettivo, ma la resa dei conti e il resoconto di un grande sogno personale, quello di Placido che ha voluto ripulirsi pubblicamente dei suoi peccati (piccoli o grandi che siano stati). Questo film è la sua catarsi, la sua pubblica espiazione.

Avrei potuto risparmiarvi tutta questa tirata, con il classico nun ce ne po’ frega’ de meno. Ma il film ha delle ambizioni, affronta un argomento controverso, e dunque bisogna vederlo e parlarne. Sì, il dibattito sì.

E pensare che avremmo bisogno di tante opere (film e libri) che smontino tutta l’impalcatura mitizzante di quel formidabile anno. Ma nessuno osa. Chi ha abiurato il Sessantotto, spesso esagerando, è passato dall’altra parte. Chi lo ha sempre avversato è più che mai a galla. I più non fiatano. Chi vorrebbe criticare il Sessantotto da un punto di vista ragionevole ed equilibrato ha paura di essere tacciato di apostasia dai custodi della Nostalgia e delle Grandi (immaginarie) Conquiste. C’è sempre qualcuno, specie tra quelli che non l’hanno fatto, ma l’hanno visto in bellissime immagini in bianco e nero ben montate, pronto a dire: ah, se non ci fosse stato il Sessantotto! Lasciando intendere che quell’anno è stato foriero di chissà quali eroiche imprese e vittorie durature. E se un giorno, quando del Sessantotto saranno rimasti ben pochi detrattori e ancor meno difensori d’ufficio, arrivasse un picconatore per demolirlo del tutto, un Giampaolo Pansa, per intenderci? Allora perché non parlarne fin che siamo in tempo? Fin che siamo perlopiù vivi. In grado di ragionare e di difendere il difendibile, selezionare il buono e buttare gli scarti di lavorazione.

Nel nostro piccolo, speriamo che chi va a vedere il film trovi il coraggio, la voglia o un’altra plausibile ragione per scriverne. Per scriverci. Grazie fin da ora. (is)

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Michele Placido (a destra), 63 anni, con uno dei veri leader studenteschi del Sessantotto, Mario Capanna, 64 anni.

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Mario Capanna durante una manifestazione a Milano, nel 1972. 

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4 Commenti

  • avatar Spritz scrive:

    non so, bisognerà sentire che cosa ne pensa angelo conforti… ma non è ancora tornato da venezia?

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  • avatar fb scrive:

    Ho visto il film a Parma al Cinecity, strapieno come una scatoletta di sardine, trascinato contro voglia dalla consorte e da una frotta di amiche di famiglia 50enni, su un argomento che mi suscita pulsioni omicide ancora oggi. Volevo invece entrare nella sala dove proiettavano “Segnali dal futuro”, del genere SF a me più congeniale da decenni. Mentre le donne del branco si bevevano avidamente le immagini giovanili ed ammiccanti dell’attore maudit alla Johnny Depp, lo Scamarcio nazionale, io mi sono forse risvegliato un attimo dall’apatia solo davanti al nudo fronatle di Jasmine Trinca. Gli attori si davano da fare, se è per quello, ma il film non raccontava politicamente un bel niente. In questo concordo in tutto e per tutto con l’analisi di is, che trovo, fra l’altro, molto superiore a tutte le recensioni di pezzi da 90 della critica cinematografica nazionale. Il grande sogno era unicamente quello di Nicola che, per tirare quattro paghe per i lessi, faceva l’infiltrato di polizia, ma sognava di entrare, come poi farà, all’Accademia d’Arte Drammatica. Laura era il prototipo della cattocomunista schizofrenica e dissociata, straziata tra origini borghesi e voglia di contestare, specie nel campo della cosiddetta liberazione sessuale. Libero rappresentava ancora la fase idealistica che precedette poi la rovinosa discesa della contestazione verso forme criminali, ma non acchiappava lo spettatore, e tanto meno me, che dal ’67 al ’73, a Milano, anche se solo come spettatore passivo, ma incazzato, ne ho vissute parecchie, all’Università, di quelle vicende, tant’è che la foto, sulla Nave, del Capanna d’epoca mi procura ancora pulsioni alla violenza. Secondo me, Placido ha voluto dare un colpo alla botte delle forze dell’ordine ed uno al cerchio degli studenti ribelli e ha diretto un film ambiguo, sospeso in un limbo fastidioso; ci ha messo troppi ingredienti autobiografici e solo la storia d’amore tra due appartenenti a ceti e censi diversi, Laura e Nicola, sembra, a tratti, interessare la sua regia. I sogni interpretati ed analizzati dovrebbero essere due, quello 68ino, di straforo, e quello di Nicola per la carriera di attore, esplorato già in modo più compartecipe. Ma va a finire che Placido mette troppa carne al fuoco ed una parte di essa si brucia, quella che vorrebbe essere dedicata alla vicenda politica, mentre l’altra, il sogno di Nicola e la sua storiella d’amore di breve durata, rimane ancora troppo cruda ed al sangue, tipo roast-beef. Tutto risulta superficiale, con personaggi appena tratteggiati, sballottati poi tra movimenti di macchina da presa nervosi, saltellanti, scattanti, pirotecnici, forse a voler rendere il nervosismo e la tensione del momento storico. Ho trovato un tantino più vere le scene dei primi passi di Andrea come attore e quelle delle angosce borghesi della famiglia di Laura. Volendo Placido dimostrare che l’ontogenesi segue la filogenesi, ha incastrato storie individuali in quella più ampia del movimento studentesco e ne è uscito un film che raggiunge una mediocritas non aurea, però, e il cui unico merito è forse quello di non avere ricalcato la pedissequa storiografia agiografica ed apologetica di quegli anni, che io, mi scusi tanto Capanna, tutto trovo, ma non “formidabili”. Fra l’altro, durante tutta la proiezione, una delle siòre continuava ad insistere che si uscisse o, perlomeno, se ne sarebbe andata fuori lei. Tutto perchè l’ex-marito fascistone, all’epoca, faceva di mestiere il picchiatoire del MSI durante i cortei e le manifestazioni nell’Urbe ducale di Maria Luigia e lei si sentiva ancora troppo coinvolta. In queso caso, Placido ha colpito a fondo, ancora dopo 40 anni!

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  • avatar Settanta's man scrive:

    Il grande sogno è proprio una cagata,soprattutto perchè c’è scamarcio protagonista che recita di merda..è mocciano! Placido ha fatto un’ involuzione rispetto al bel Romanzo Criminale…ma come cazzo gli è venuto in mente di fare un film così patetico,smielato,con dialoghi inutili..ma dov’é il 68 in questo film?

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  • avatar fb scrive:

    Cagata, cazzo… Prima, in un altro commento su un Consiglio Comunale, cazzi e fighe. La prossima volta ci metterò anch’io magari qualche cosuccia su deretano e tette, testicoli, velli pubici, escrementi liquidi, così completiamo la serie catabolica e di exploits attinenti ad oggetti della sfera erotico-sessuale. Del resto abbiamo spots TV sulla plin-plin, su detergenti intimi, su pruriti vaginali ed anali e sudori ascellari. Ci mancano solo le caccole rinologiche, il cerume delle orecchie ed una spolverata con po’ di forfora, grassa e secca.

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