Cari amici vicini e lontani, sia festa tutto l’anno

L’erba del vicino è sempre la più verde. Per non parlare degli elettrodomestici, sempre più invidiabili.
Chi li ha festeggiati in maggio, chi li saluta tutti i giorni incontrandoli per le scale, chi ci litiga da una vita perché gli scuoino le tovaglie in testa, chi non ne vuol proprio sentir parlare, come Clint Eastwood in Gran Torino, che ha per vicini di casa dei «musi gialli» ma alla fine si ravvede.
Gusti, disgusti e libere interpretazioni a parte, pare che la Giornata europea del vicino, quella doc, sia proprio il 12 settembre. E oggi, 12 settembre, è stata puntualmente e disciplinatamente festeggiata anche a Fidenza, in piazza Garibaldi. Alla fidentina, ossia nella solita, gradevole maniera: tavolate, bicchierate, musica, spettacolo, cordialità ostentata, gentilezza condivisa, sorrisi sinceri, pacche di circostanza.
La cosa un po’ ci fa piacere e un po’ ci intristisce. Quando l’Unione europea o qualche altro organismo si scomoda per proclamare la festa di questo o di quello, vuol dire che c’è rimasto poco o niente di questo come di quello. Il rapporto di buon vicinato, ivi compresa l’eccezione del vicino insopportabile, era un tempo la regola (o almeno così dicono tutti quelli di una certa età).
Ora che non ci si scambia più il sale, che non si va più a vedere la televisione dal dirimpettaio portandosi dietro la sedia, che non ci si scambiano i bambini perché ognuno ha il proprio videogioco, che non si lascia più la chiave nella toppa e via declinando, i vicini sono ormai sconosciuti l’uno all’altro. A volte neanche si conoscono. Perciò interviene l’istituzione pubblica con iniezioni di esortazioni a scambiarsi segni di pace. Con quel che ne consegue, quando gli inviti cadono dall’alto. Ci perde la spontaneità e ci guadagna la politica.
Le feste comandate per proteggere, difendere, ricordare, celebrare eccetera sono ormai così tante, almeno una a settimana, da rischiare di far perdere di vista le buone intenzioni di chi le ha escogitate. Un’overdose di buoni sentimenti e scopi educativi potrebbe conseguire risultati opposti a quelli auspicati e invocati.
C’è una Giornata particolare, però, quella della memoria dell’Olocausto, che si distingue da tutte le altre. Difficile scherzarci sopra o far finta di niente. Anche perché conserva la sua drammatica attualità in una terra dove i rapporti tra ebrei e palestinesi sono tutt’altro che rilassati e rilassanti. Però, anche lì, c’è qualcuno che fa di tutto per comportarsi da buon vicino, tutto l’anno. Come la giornalista israeliana Amira Ghaas. Di cui pubblichiamo il resoconto di una ordinaria giornata di «buon vicinato».
10 settembre 2009
Le relazioni di buon vicinato e gli accordi di Oslo nel diario di Amira Hass.
La mia vicina mi è venuta incontro mentre salivo le scale. È una donna anziana, originaria della campagna, che si è trasferita a vivere con il figlio e le due nipotine dopo la morte improvvisa di sua nuora, tre anni fa. Ho declinato l’invito ad andare a casa sua, dicendo che avevo molto da scrivere. Fare due chiacchiere non è il mio forte, e scrivere è una buona scusa.
Mi ha chiesto se sarei andata a Gerusalemme. “Sì, certo”, ho risposto arrossendo. So bene che per i miei vicini andare a Gerusalemme è come andare sulla Luna, anche se dista appena venti chilometri. “Anch’io ci andrò”, mi ha detto la donna. Durante il Ramadan le autorità israeliane permettono alle donne sopra i 45 anni e agli uomini sopra i 50 di andare a Gerusalemme, senza bisogno di un permesso, per pregare all’Haram as Sharif, la spianata delle moschee. “Ma le mie figlie non possono venire”, ha aggiunto. “Sono troppo giovani”.
Nel supermercato vicino qualcuno mi ha chiamato per nome mentre cercavo gli yogurt sugli scaffali. Era O., il mio vicino di casa di sette anni fa. All’epoca i frequenti coprifuoco e le incursioni dei carri armati facevano da sfondo ai nostri discorsi schietti su Al Fatah, il movimento di cui faceva parte. “Oggi vengo qui di rado”, mi ha spiegato. Ha lasciato la politica per darsi agli affari, con uno dei tanti magnati palestinesi che si arricchiscono grazie ai commerci in Africa. “Come stai?”, mi ha chiesto. “Bene”, ho risposto. Non sempre ho la forza di evitare i convenevoli e andare oltre le formule di circostanza. “E tu?”, ho aggiunto. “Bene”, ha detto.
Ma poi si è corretto: “Non molto bene, in realtà. È tutto uno schifo, ma si sapeva”. “È vero, si sapeva”, ho concordato. E ho aggiunto: “Non mi aspettavo molto dagli accordi di Oslo e dai negoziati di pace, ma sono rimasta sorpresa dalla brutalità di Israele e dalla stupidità dei palestinesi”. Sentendo il mio ultimo commento, un commesso del supermercato si è girato verso di noi e mi ha dato la sua approvazione con un bel sorriso.
Amira Hass è una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, e scrive per il quotidiano Ha’aretz (altri articoli di Amira Hass pubblicati da Internazionale).












