Quando «comunista» non era un insulto

Dacia Maraini, classe 1936, figlia di madre siciliana, ha vissuto gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza a Bagheria.
Un grande scrittore è tale quando riesce a dire molto con poco. «Stricarm’ in d’na parola», «stringermi in una parola», era l’ideale poetico di Cesare Zavattini.
In un articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 7 settembre, la scrittrice Dacia Maraini ci dà a sua volta un saggio di essenzialità ricordandoci che in Italia il comunismo «è stato un grande movimento di civiltà». Lo fa notare en passant, discorrendo di Baarìa, il film di Giuseppe Tornatore appena presentato a Venezia. Lo fa con un coraggio e una naturalezza tali da far vergognare chi l’esperienza comunista l’ha vissuta e magari ci ha costruito sopra una carriera, salvo rinnegarla nell’ora della grande fuga.
Dal 1991 a oggi avete mai udito qualcosa del genere da ex comunisti come Bersani, Veltroni, Fassino e D’Alema? Il timore di contraccolpi elettorali e mediatici ha cucito loro le bocche.

La scrittrice, che come Tornatore ha vissuto a Bagheria, non si ferma qui: ammette senza tanti giri di parole che i suoi conterranei, di fronte all’alternativa tra mafia e comunismo «all’italiana», hanno scelto la criminalità alla siciliana.
E anche questa è una di quelle verità scomode da cui è meglio scappare a gambe levate per non giocarsi i voti.

Alla Maraini fa eco Tornatore dalle pagine di Repubblica. «Si sapeva benissimo che da noi non c’erano i Soviet, che il nostro comunismo era diverso, che il sogno era quello di dare un futuro a tutti, di far uscire la gente da una miseria intollerabile e muta. Il comunismo che ho amato è stato quello di generazioni di uomini e donne che anche affamati, dedicavano la loro vita a un’idea di generosità e altruismo. Mio padre è stato uno di loro, è stato per tutta la vita ed è morto comunista, io iscritto al Pci, sono stato consigliere comunale di Bagheria dal ’79 all’84, dai 23 ai 28 anni, quando, pur rieletto, ho deciso di lasciare il paese per andare a Roma e seguire il sogno del cinema. Una sola volta negli anni 60, ma io allora ero un bambino, il Pci riuscì a entrare in giunta, l’esperienza durò solo sei mesi, dopo per ben due volte il nostro consiglio comunale fu sciolto per infiltrazione mafiosa».
I comunisti siciliani sono stati tanto impavidi in casa loro quanto i postcomunisti, dal Nord al Sud, isole comprese, sono oggi tremebondi e reticenti sui loro trascorsi.

C’è un altro punto su cui la Maraini si sofferma di sbieco senza dilungarsi: perché Bagheria che ha dato i natali a fior di intellettuali ha preferito la mafia? A che cosa sono serviti tutti questi scrittori, registi, poeti, artisti, giornalisti, se le cose hanno poi preso una piega tale da rendere Bagheria irriconoscibile ai suoi stessi figli?
Quivi giunti, si dovrebbe allargare il discorso al problema dei rapporti tra intellettuali e politici, relazione che non è mai andata oltre il flirt. La politica si è servita dei nomi famosi, li ha messi in lista, li ha portati in Parlamento ma ha finito per dimenticarsene. Esemplare il caso di Leonardo Sciascia, prima fatto eleggere deputato nelle file del Pci e poi lasciato solo. Inutilizzato.

Torniamo all’oggi. Se la Maraini fosse iscritta al Pd, e magari eletta in Parlamento, potrebbe sostenere apertamente quel che ha scritto senza essere smentita, corretta, bacchettata dai dirigenti del suo partito? Ricordate come Rosa Russo Jervolino, sindaco di Napoli, ha reagito al libro di Roberto Saviano? Invece di essere grata all’autore di Sodoma e Gomorra per la sua analisi dei mali napoletani e solidale con la sua testimonianza, lo ha rimproverato aspramente: «Distorce la realtà, Scampia non è poi messa così male». In una parola, lo ha tradito.
Vale la pena di rischiare la vita quando sono questi i puntelli e le sponde offerti dalla politica virtuosa e di sinistra? Certo che no. E infatti Saviano ha riso in faccia a quelli del Pd che sono andati a cercarlo per metterlo in lista e farsi pubblicità con la sua reputazione.
Gli intellettuali hanno fatto un passo avanti sulla strada dell’affrancamento dai politici. Mentre questi ultimi, quanto a onestà intellettuale e coraggio individuale, ne hanno fatti due indietro.
Peppuccio Tornatore, che in sezione non ci va più da parecchi anni, fa il suo mestiere da intellettuale. Manda messaggi a chi continua ad andarci e a chi non ci va. «Ho pensato che fosse molto positivo che il Pci si trasformasse, che adesso sia Pd: però penso che la sinistra oggi stia passando il suo periodo più brutto, si sia smarrita, abbia perso la sua forza, che era il legame con i bisogni della gente, non sappia prefigurarsi un futuro», dichiara a Repubblica.
E al Corriere della Sera: «Tenere la barra di un ideale è la chiave segreta del film. Un tempo forse ne avevamo troppi, oggi nessuno. Bisogna trovare una nuova sintesi tra questi due estremi. La logica del tutto e subito si è rivelata fallimentare, l’unica strada che resta è un riformismo ragionevole. Anche se, visto come va la politica, può sembrare folle».
Riassumendo. Confessarsi comunisti è una vergogna. A dichiararsi riformisti c’è da essere presi per pazzi. E allora viene un po’ di nostalgia per quei tempi in cui tutto era più chiaro. Bastava darsi da fare per credere che tutto sarebbe andato meglio. «Militare nel Pci non erano rose e fiori ma le sezioni sono state grandi palestre di democrazia, ti insegnavano a discutere, a confrontarti con gli altri».
Nella lunga notte della politica e della sinistra ci guida soltanto la fiammella di qualche cerino acceso dagli intellettuali. Due fiammiferi sono di Dacia Maraini e Giuseppe Tornatore. (i. s.)

Nelle immagini a colori, alcuni scorci di Bagheria ricostruita alle porte di Tunisi. Le cartoline in bianco e nero, non sono meno irreali: palazzi, chiese e ville o sono caduti in rovina, scomparsi o schiacciati da brutte costruzioni moderne.













che gli intellettuali siano più avanti e più sinceri dei politici non è una novità, il problema è che sono anche vanitosi, perciò si fanno spesso incastrare e in cambio di un quarto d’ora di gloria e un po’ di velluto rosso suonano il violino per il politico che li ha incastrati… ma voi dite che sarà una bella saga questo Baaria o sarà un polpettone indigesto come novecento chi più se lo ricorda?… amen… speriamo che il vostro angelo conforti ci porti buone notizie dal lido
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Il film di Bertolucci era cerebrale, ideologico… Comoda fare un film comunista negli anni 70 con il Pci in ascesa… Prova a farlo adesso se hai il coraggio… Tornatore lo ha fatto… speriamo bene… e poi Peppuccio è simpatico… mentre Bernardo parla come Agnelli
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Nella categoria degli intellettuali c’è un po’ di tutto, la diffidenza è d’obbligo in un paese in cui la lezione di Togliatti ha monopolizzato la cultura mettendo dei paletti all’interpretazione della storia recente. Faticosa è stata l’accettazione di voci fuori dal coro come Montanelli, Guareschi, Di Felice ed altri in epoca più recente. Affermare che “intellettuali hanno fatto un passo avanti sulla strada dell’affrancamento dai politici” è affermare che solo la raggiunta notorietà e quindi visibilità rendono meno necessaria la servile sudditanza. Mi ritrovo invece pienamente nel sottotitolo dell’articolo citato “Mi auguro che in futuro per parlare dell’ Italia della bellezza non dobbiamo scappare tutti in Nordafrica. La bellissima cittadina dalle tante ville settecentesche è irriconoscibile per chi l’ ha conosciuta in altri tempi”, ma questo non fa male ai politici, esperti sia in manipolazioni urbanistiche che in gestione del consenso.
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i.s., sai perchè, in fondo, ancora oggi, provo rispetto e non certo vergogna per i comunisti, specie per quelli del vecchio e glorioso PCI? Per una faccenda che potrebbe parere assurda, nel suo svolgimento; sui vent’anni o giù di lì, dopo aver divorato i testi di Lenin e saggi sul marxismo-leninismo, mi ero lentamente convinto che mi dovevo iscrivere al PCI. I miei erano fieramente avversi a Carletto Marx e agli ideali sovietici ed avevo parenti prossimi nel MSI. Mi risolsi a chiedere il parere ed il conforto di un caro vecchio amico, partigiano ed ultrastalinista, collega di lavoro rispettato da mio padre, appunto perchè puro ed onesto nella sua convinzione ideologica, di cui non si vergognava affatto. Rimase allibito alle mie parole; mi disse, se mi fossi iscritto, “ma tò nonn al sa scaravultarìs in tla tomba e to pèdar al ma masa tut dù! Speta n’atim, pensag a sura na smana o anca ad pù e pò dopa as veduma, se propia…” Credo che sia stato il massimo dell’onestà, per allora poi; ed anche se poi non mi iscrissi, in ricordo suo e di Anteo Mainardi e di Mario Riboloni, non mi vergogno di quel desiderio di diventare comunista e nemmeno dei comunisti, specie, ripeto, di quel vecchio zoccolo duro di un tempo che fu.
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