Perché continuiamo a piangere e rimpiangere i Kennedy?

Pubblicato da Redazione il 31 agosto 2009 in Biografie, Politica, Società |

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Leoni anche se non era mercoledì e anche senza tavola da surf. 

Erano stati programmati per conquistare la presidenza degli Stati Uniti da un ambizioso padre affarista e filonazista.

John eletto grazie anche ai voti della mafia arrivati attraverso l’entourage di Frank Sinatra. Il coinvolgimento nella morte oscura di Marilyn Monroe.

Bob che eredita le amanti di John e intreccia una relazione con la vedova Jacqueline prima che diventi la signora Onassis.

Ted che nel 1969, quando cade in acqua dal ponte di Chappaquiddick, sull’isola di Martha’s Vineyard, non presta soccorso alla segretaria Mary Jo Kopechne, 28 anni, in macchina al suo fianco. Probabilmente lui aveva bevuto e lei morirà annegata.

Tre donnaioli. Tre fratelli eleganti e seducenti come divi hollywoodiani, affascinanti come tre cloni di Robert Redford. Esemplari e morigerati in pubblico. Sregolati in privato come stelle del cinema. Non sono stati campioni di irreprensibilità, eppure abbiamo tutti penato per loro e il loro congedo dal mondo è stato un dolore universale.

Nel 1963, abbiamo pianto per l’assassinio del presidente John Fitzgerald a Dallas. Passi. Eravamo piccoli, non sapevamo dei peccati del presidente. I giornali italiani ce li nascosero pietosamente, non si potevano svelare gli altarini del primo presidente cattolico degli Stati Uniti incorniciato nelle case degli italiani insieme al «papa buono» Giovanni XXIII.

 

J. F. Kennedy

John Fitzgerald Kennedy, 35° presidente degli Stati Uniti. 

Ci siamo disperati quando Shiran B. Shiran freddò Robert a Los Angeles perché con lui vedemmo cadere le prime speranze di cambiamento sorte proprie quell’anno. Era il giungo 1968. E pure allora le pubbliche virtù fecero velo ai vizi privati.

Insomma, nell’età dell’innocenza, sia fanciullesca che ideologica, non avevamo sufficienti informazioni per scandalizzarci. Sul Giorno e su Epoca ci nutrivamo dell’apologia dei due. Penso che succedesse lo stesso al coetaneo Walter Veltroni, che anni dopo si avvarrà di queste palpitazioni filocapitalistiche per negare di essere mai stato comunista. Secondo lui, le lacrime per i due Kennedy erano la prova e l’autoassoluzione retroattive del suo anticomunismo. Come quei cattolici che ottengono il divorzio dalla Sacra Rota confessando di non aver mai amato il coniuge pur essendosi congiunto carnalmente a più riprese come attestato da prole. Strani questi ex comunisti che si appellano alla riserva mentale. 

Tornando ai Kennedy, anche ora che siamo grandi e sappiamo tutto, riscontriamo che la loro magia continua a funzionare. Pur sapendo ormai tutto dei tre scavezzacollo, pur essendosi impantanati i bei discorsi sulla nuova frontiera, pur avendo trovato le lotte per i diritti civili rappresentanti più integerrimi, non siamo riusciti a non commuoverci per la tribolata morte di Ted.

Perché? Perché siamo stati, siamo e saremo sempre kennediani? Che cosa c’era nel sogno dei tre fratelli per un’America più giusta, più liberal, più democratica, che non è morto e continua a tenere accesa la fiamma del mito?

Possibile che si tratti solo di un’adesione emotiva, fabbricata e alimentata da giornalisti a loro volta succubi della straordinaria energia e forza comunicativa dei fratelli Kennedy?

Perché il lato buio di questa forza non ha oscurato le mura luminose di Camelot, la fortezza del progresso dove i migliori talenti e intelletti degli Stati Uniti lavorarono attorno a John, Bob e Ted?

In tanti hanno cercato di spiegare questa resistenza del mito alla prova di fatti impopolari come l’invasione di Cuba o la guerra del Vietnam, questa coesistenza di risultati concreti  e propaganda, di speranza e realpolitik, ma nessuno ci ha convinto del tutto.

A tutt’oggi non abbiamo capito il segreto di un successo che è stato tanto di una famiglia (parlo di fortuna politica, ovviamente, non privata) quanto di una nazione. Com’è che dalle ambizioni trasferite da un filonazista ai figli è potuta nascere la stagione più democratica degli Stati Uniti? Una stagione, attenti bene, che non finì con gli omicidi di John e Bob, ma che è continuata con l’attività legislativa durata 46 anni di Ted. Il più piccolo, il meno dotato politicamente, ma forse quello che ha fatto di più per la difesa e l’elevazione sociale degli americani meno favoriti da una sorte che invece aveva baciato in fronte i tre fratelli. Che si impegnarono per gli altri senza rinunciare a se stessi. Alle loro avventure, al loro lusso, alle loro barche, ai loro flirt.

Cari lettori, conoscete qualcun altro, nella storia politica di questo dopoguerra che, avendo avuto tanto abbia dato altrettanto? 

Naturalmente abbiamo messo in conto che qualche burlone si lancerà in spericolati raffronti tra le privatissime scappatelle dei Kennedy e le patetiche gesta da Carlo Martello di un stagionato leader nostrano.

Paragoni legittimi per chi voglia coprirsi di ridicolo.     

 

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Una famiglia schierata lungo i binari al passaggio del treno che trasporta la salma di Robert Kennedy da New York a Washington. 

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