La moldava fa ubriacare uomini e pesci (XXXV)

di Valentino Crepa – illustrazioni di Tito Ponzi
La principessa fu arrestata poche ore dopo l’ascolto della cassetta. Il tempo di farla ascoltare al magistrato. Fu spiccato un mandato di cattura anche all’indirizzo del suo compare, ma quando andarono a bussare alla sua parte lui era già uccel di bosco da diverse ore. A Casalmaggiore non lo avrebbero mai più rivisto.
Gli inquirenti perquisirono la casa da cima a fondo, ma quel poco che portarono via si rivelò del tutto insignificante ai fini dell’incriminazione. Neppure una fionda o una biglia. L’Interpol fu rifornita di nuove foto scattate di nascosto a Natale Bussolotti durante la sua ultima permanenza nella caserma dei carabinieri. Ma neppure questa nuova dotazione sortì qualche effetto. Nei primi tempi fu segnalato in diversi punti del globo, alla stregua di Elvis Presley, da parmigiani e parmensi in viaggio di qua e di là. Poi quei turisti si stancarono e smisero di telefonare alle questure e alla trasmissione «Chi l’ha visto?».
I laboratori del Ris di Bolzano stabilirono che le mutande rimaste impigliate in un dente della benna erano a tutti gli effetti state indossate dal principe che, al primo morso dei pirañas, se l’era fatta sotto. Era l’unico indumento che aveva indosso quando era precipitato nel fossato.
La principessa spiegò che lei, come l’ultima sigaretta, aveva cercato di alleviare la sua pena fornicando con lui nell’alcova di Donna Venerina. Non che lui, peraltro ignaro del suo destino, lo avesse espressamente chiesto. Ma lei non aveva trovato modo migliore per costringerlo a ingurgitare una bottiglia di cognac. E lui, considerato che era reduce da un congresso carnale non meno impegnativo, aveva pensato bene di farsi forza buttando giù lunghi sorsi della sua bumba preferita.
Poi lei lo aveva attirato sul camminamento di ronda in mutande mentre il complice, appostato a quattro o cinque metri con la fionda carica, prendeva la mira. Non aveva tirato subito.
Aveva dovuto aspettare che un tizio, intento a gettare non si sa bene cosa nel fossato, si allontanasse. Quando ebbe la testa del principe inquadrata nella forcella della fionda, emise il verso della civetta. Fu un attimo. La principessa si scostò fulminea, la vittima rimase impietrita un secondo, la sfera d’acciaio sibilò e colpì il bersaglio con un colpo secco. Il corpo inerte precipitò straziando l’aria. Quella notte i pesciolini tropicali ebbero doppia razione di cibo. Ma questo i due assassini non potevano saperlo.
Prima che tutti questi particolari fossero divulgati dai giornali, i pescasportivi capitanati da Del Fico, visto che quell’anno non si sarebbe tenuta la consueta gara per mancanza di pesce nel fossato della rocca, avevano provvidenzialmente recuperato dalla melma i voraci pesci tropicali, li avevano ripuliti e li avevano consegnati allo Sceriffo affinché ci tirasse fuori qualcosa di commestibile. Lui ne aveva fatto una padellata. Fritti nell’olio e innaffiati con la vodka per compiacere la compagna a mezzadria.
Ai pescatori dispiacque che il loro presidente, affetto da un brutto raffreddore insorto a ciel sereno, non avesse partecipato al banchetto. Qualche giorno dopo, quando si venne a sapere della natura di quel fritto misto e di che cosa si erano cibati quei pescetti, nessun commensale manifestò conati di vomito, rimorsi o altre turbative della coscienza.
«Il pesce fresco va mangiato subito», si limitò a dichiarare il loro portavoce alla stampa. «Il principe divorato due volte», titolò la Gazzetta. In una trasmissione di una tv locale, Violacciocca spiegò che il principe non poteva avere sentito dolore perché era completamente privo di sensi, ossia ubriaco tronco, allorché gli affilati denti dei pirañas erano affondati nelle sue carni.
L’oste mise a frutto tutte quelle informazioni ed emozioni lanciando la specialità del piranha ubriaco. In versione analcolico con aggiunta di coriandolo per gli arabi; alla birra per i giovani e i turisti provenienti dal Nordeuropa.
Non potendo disporre di veri pirañas, l’astuto ristoratore spacciava dei volgari abramidi del Po per i famelici pesci dell’Amazzonia e li innaffiava con del comune brandy al posto del cognac. L’unico che avrebbe potuto accorgersi dell’imbroglio non mise mai piede nel locale di Zibello. E gli unici ad avere assaporato i veri pirañas non erano in grado di distinguere l’originale dall’imitazione. Quella sera erano troppo su di giri da riuscire a conservare il ricordo indelebile di un volgare pesce esotico che si era nutrito di un nobile di razza.
Per assaggiare i pesci ubriachi dello Sceriffo e della moldava venivano anche da lontano e si leccavano i baffi. Più volte le associazioni ambientaliste ne avevano chiesto la messa al bando e la chiusura degli allevamenti in nome della difesa delle specie autoctone. Ma nessuno sapeva dove si trovassero gli allevamenti. Di certo si sapeva che non venivano più alimentati a principi e neppure a nobili decaduti.
Lo Sceriffo era sempre riuscito a dimostrare, sulla base di certificati autenticati da un esperto della questura dalla firma illeggibile, che quei pesci oggetto di controversia provenivano congelati dal Rio delle Amazzoni e affluenti.
All’approssimarsi della stagione degli anolini, fu revocato il provvedimento sui matterelli. Dopo vari incontri tra le autorità, gli onorevoli dei collegi parmensi, una delegazione del governo e un consulente della scuola di Alta cucina di Colorno, il prefetto che l’aveva emanato fu rimosso e trasferito a Rovigo. Il direttore della Gazzetta della Provincia, Melchiorre Colossi, diede l’annuncio del ritorno alla normalità in un editoriale intitolato «La vittoria delle rezdore». Continua…
(domani, 29 agosto, l’epilogo)

La copertina del volume, disponibile su richiesta (illustrazione di Tito Ponzi).












