Il predatore che si arrese senza combattere (XXXIII)

Pubblicato da Redazione il 27 agosto 2009 in La fatwa della torta fritta, Racconti, Satira |

33-Il predatore che si arrese senza combattere

 

di Valentino Crepa – Illustrazioni di Tito Ponzi

Era passata poco più di mezz’ora dal sopralluogo al fossato quando il brigadiere che tirava diritto alle rotatorie inciodò l’auto della polizia davanti a una villetta Anni Venti circondata da tigli altissimi, ombrosi e profumati che avevano più o meno l’età della casa. Dall’auto scesero Dadomo e Violaciocca.

Era la prima volta che l’investigatore vedeva quella casa. Gli era bastato telefonare alla Gazzetta, al suo amico Galilei, per avere l’indirizzo. Il proprietario della casa era un collaboratore del quotidiano, rubrica fissa con i suoi lettori fedeli. Prima ancora che suonassero il campanello, apparve sulla porta un signore smilzo con i capelli bianchi, il sorriso tirato e un paio di fanali al posto degli occhiali.

«La polizia. Santi numi, stavolta debbo averla fatta grossa».

Stava recitando, dal giornale lo avevano di sicuro avvisato che stava per ricevere visite, ma che non scappasse come al solito in montagna come faceva quando i torrenti erano in piena.

Dadomo rassicurò l’ex liceale che parlava come un libro stampato bene e rilegato così così.

«Dottor Del Fico, non si spaventi, siamo qui solo per una consulenza, abbiamo bisogno delle sue notevoli conoscenze ittiologiche».

«Non mi spavento mai, neppure quando arpiono una balena, ma lei come fa a conoscere il mio nome?»

«Mi chiamo Dadomo, Dino Dadomo, ci siamo conosciuti alle Piacentine, durante la festa del biologico».

«Ah, lei è quel signore tanto curioso insieme a quella donna bellissima che è poi diventata la signora Fasolari».

«Eh, sì. Son io quel desso».

Chissà perché era venuto spontaneo anche a lui parlare come un libro stampato nell’Ottocento. Che Del Fico fosse contagioso?

«Dottor Del Fico, permetta che le presenti il colonnello Violacciocca della questura di Parma».

Stava per dire della Regia Questura.

Il padrone di casa strinse le mani a tutti, cioè ai due. Il brigadiere con gli ottani al posto del Dna se ne era rimasto in disparte, a fumare una sigaretta appoggiato al tettuccio dell’auto.

«Prego, signori, accomodatevi».

Del Fico fece strada ai suoi due ospiti guidandoli lungo un corridoio semibuio e stretto, ingombro di acquari di pesci tropicali, rastrelliere di canne (di bambù, di vetroresina, di carbonio e di altri materiali indecifrabili), bacheche di esche e librerie di ittiologia scritte in tutte le lingue. Persino in ittita. Ristagnava nell’aria un certo qual sentore di begatini. I tre si sedettero attorno a un tavolo protetto da una lastra di vetro incrinata in tutta la sua lunghezza, cosparso di ritagli di giornale, sormontato da un computer che doveva essere il Moby Dick della sua specie. Non seguirono né convenevoli né offerte di bibite o liquori. D’altra parte lo stesso Dadomo non concesse al padrone di casa il tempo necessario all’espletamento delle cortesie di rito. Lo prese in contropiede deponendo la bustina che aveva in tasca sulla Gazzetta aperta alla pagina con la rubrica «Non solo pesca». Corredò la consegna del reperto con una domanda secca.

«Che razza di pesce è questo? Mi strabili con una risposta da par suo: genere, specie, habitat, abitudini alimentari.

«Oh, ma è facile: non è altro che un piraña, il più vorace pesce d’acqua dolce che si conosca. Vive nei fiumi del Sudamerica, perlopiù in Amazzonia».

«Può acclimatarsi anche da noi?»

«Beh, considerata la sua freschezza, non penso che lei me l’abbia portato dall’Amazzonia, per quanto le pantere della polizia filino veloci».

Dadomo guardò Violacciocca con l’espressione compiaciuta del maestro orgoglioso del proprio allievo, il quale non aveva terminato la lezioncina.

«Confermo, dalle sue condizioni e dal mio olfatto mi pare di capire che è stato pescato non più tardi di due o tre ore fa».

Violaciocca fece sentire la sua voce.

«Pirañas nel fossato della rocca di Fontanellato?»

Del Fico alzò le spalle, come se l’obiezione non meritasse che una risposta di routine. 

«Cosa vuole, colonnello, con quel che sta succedendo non deve meravigliarsi: sconvolgimenti climatici, el Niño e il surriscaldamento del pianeta, stiamo assistendo a una globalizzazione delle specie animali. Il Mediterraneo pullula di pesci tropicali».

Il colonnello non intendeva darsi per vinto.

«Ma qui si tratta di acque stagnanti della Bassa».

«Gliel’ho già detto, il piraña è un pesce d’acque e anche se sono poco lipoide come quelle di stagni e paludi non è schizzinoso».

Violacciocca non moderava il suo stupore.

«È la prima volta che mi capita una cosa del genere…».

L’esperto lo interruppe.

«Per me è la seconda».

«Come dice?»

«La settimana scorsa, un amico di Guastalla mi ha portato un piraña pescato nel Po tra Torricella di Sissa e Torricella di Pizzo: era un piraña della varietà Pygocentrus Nattereri, conosciuto volgarmente come piraña rosso, un superbo esemplare di una trentina di centimetri, penso lo abbia già imbalsamato».

«È vero quel che si dice di questi pesci?»

«Che si dice?»

«Che possano spolpare un uomo in pochi minuti».

«Verissimo. Cacciano in branco, secondo una tecnica che chiamiamo fullblown: una volta scelta la preda, l’intero branco la circonda, sferrando robusti morsi che la indeboliscono e la fanno annegare mentre la divorano».

Passarono diversi secondi di silenzio per mandare giù l’immagine orribile del principe ubriaco e intontito spolpato da quei pascetti. Per riaversi, Violacciocca cercò di fare lo spiritosa. Con i soliti esiti da caserma. 

«Ma come sono arrivati fin qui? Non credo via mare fino a la Spezia e poi a Fontanellato con il treno e la corriera».

Il volto dell’esperto si imporporò. Fece una smorfia di disappunto, come se gli fosse entrata acqua in uno stivale mentre recuperava con il retino una carpa di trenta chili e più o meno della sua età.

«Lei mi interroga su una vexata quaestio. Il mistero dell’introduzione delle specie alloctone comincia con il siluro. Chi lo ha immesso in quella discarica che è ormai il Po? Come, quando e perché? Di certo si sa che vi sono più animali esotici in un chilometro quadrato del nostro Paese che in dieci chilometri quadrati di Africa. Vi sono più boa constrictor a Parma che in certe foreste tropicali. Il mese scorso, sono stati avvistati per strada iguana, camaleonti, piccoli coccodrilli, un gibbone e uccelli delle più svariate tinte. Un pitone si è fracassato le ossa precipitando da un balcone».

Il colonnello era sempre più esterrefatto.

«Il commercio di animali esotici è severamente limitato dalle leggi, il contrabbando è punito».

Del Fico si agitò sulla sedia, come se temesse che da una porta del suo appartamento sbucasse un orango o un altro imbarazzante inquilino. Dadomo fu sorpreso dalla reazione. Il colonnello continuò implacabile.

«Dottor Del Fico, quando ha immesso i pirañas nel fossato della rocca e perché?

Il predatore dei fiumi dell’Appennino non fu abbastanza forte per resistere al bluff di un predatore più in gamba di lui. Abboccò. Si arrese agli artigli del rapace questurino senza combattere.

«È successo un anno fa, poco dopo l’annuale ripulitura del fossato. Sono presidente di un’associazione di pesca sportiva e insieme ad alcuni miei sodali avevo deciso di compiere un esperimento di lotta biologica. Volevamo vedere quanto a lungo avrebbero resistito gli altri pesci, carpe e tinche, in coabitazione forzata con i pirañas».

La spiegazione non convinse Violacciocca.

«Chi fa parte della vostra associazione, il principe, la principessa o entrambi?»

«Ma vuole scherzare? Nessuno dei due».

«Ha una lista dei soci nel computer?»

«Certo».

«Apra il documento senza apportarvi modifiche e me ne stampi una copia».

«Non so se lei può chiedermelo, ma non ho nulla da nascondere perciò non mi opporrò, anzi collaborerò».

Noncurante della dichiarazione, il colonnello si alzò, girò attorno al tavolo, si portò alle spalle di Del Fico ed esaminò la lista dei soci. La data registrata dal computer, quella che scattava automaticamente alla stesura di ogni documento e che cambiava a ogni modifica, confermava che da tre anni quella lista non era stata toccata né ritoccata. I nomi del principe e della moglie non figuravano nell’elenco. Violacciocca continuò a interrogare Del Fico restando in piedi alle sue spalle, perfetta allegoria del gheppio pronto a ghermire il topolino.

«Glielo hanno chiesto il principe o la principessa di riempire il fossato di pirañas?»

«Neanche per sogno. Si è trattato di un test scientifico».

«Allora perché questa mattina non era a bordo del fossato per verificare i risultati del suo esperimento».

«C’ero e me ne sono andato subito dopo il ritrovamento dello scheletro. Prima che voi arrivaste».

«Perché tanta fretta?»

«Avevo già visto quel che mi bastava. I famelici pirañas avevano mangiato tutto. Non era rimasto nulla. Stavano per morire di fame. Forse avrebbero cominciato a mangiarsi tra di loro».

«Vuol darmi a intendere che hanno fatto durare la loro scorta di carpe e tinche fino a oggi? Come risparmiatori oculati dotati di calendario?»

«No, dopo un paio di mesi dalla loro immissione avevano già fatto fuori tutto ciò che era commestibile: ratti, colombi, pantegane. Da dieci mesi andavamo avanti pasturandoli. Ogni notte, a turno, passavamo davanti alla rocca a buttare loro bocconi di carne».

«Effettivamente c’erano parecchie ossa sul fondo del fossato».

«Facevamo il giro dei salumifici e dei macelli per procurarci carni di terza e ossa da spolpare. Una corvée estenuante. Non ne potevamo più. E sempre con la paura che qualcuno ci chiedesse conto di quei lanci notturni».

«Ce n’è abbastanza per denunciare sia lei che i suoi complici. Mi stampi la lista».

«Sia clemente, siamo pescatori appassionati».

«Non è un’attenuante, ma un’aggravante».

«Ma cerchi di capire, le nostre osservazioni sono utili alla scienza e possono risolvere parecchi problemi pratici».

«Per esempio?»

«Abbiamo appurato che il piraña ha un ruolo importante per il riequilibrio dell’ecosistema, aggredisce i pesci ammalati o feriti ed è resistente alle malattie». 

«Chiuderò un occhio su di lei e i suoi amici solo se collabora».

«Se posso, volentieri».

«Fuori i nomi dei trafficanti di animali esotici della nostra provincia».

«Rischio parecchio».

«Ma con la legge dalla sua parte, valuti lei il rischio minore».

«E se faccio i nomi?»

«Oltre a evitarsi una denuncia, la proporrò come nostro consulente. Posso farla iscrivere nei ruoli ufficiali dei nostri esperti di fiducia. La chiameranno per perizie e consulti. Guadagnerà di più che collaborando alla Gazzetta».

Una stretta di mano suggellò il patto tra il grifagno ufficiale e il predatore meno aggressivo dell’habitat parmense.

I due si stavano allontanando lungo il corridoio che sembrava il reparto pesca di un negozio di caccia e pesca, quando si sentirono chiamare da Del Fico.

«E il pesce non ve lo portate via».

Il colonnello gli rispose senza girarsi.

«Lo butti nei rifiuti, umidi se non sbaglio».

I due investigatori e l’autista che filava come una cometa il giorno di san Lorenzo risalirono in macchina. Mancava un’ultima visita per far quadrare i conti. Violacciocca si stava divertendo un mondo e Dadomo era pago di divertirlo. Il brigadiere non lasciava intuire il suo stato d’animo. E filava come un bolide nel cielo notturno verso la destinazione che Violacciocca gli aveva sussurrato all’orecchio. Continua…

 (domani, 27 agosto, la trentaquattresima puntata)

 Torta fritta

 La copertina del volume, disponibile su richiesta (illustrazione di Tito Ponzi). 

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