Dadomo fa buona pesca (XXXII)

Pubblicato da Redazione il 25 agosto 2009 in La fatwa della torta fritta, Racconti, Satira |

32-Dadomo fa buona pesca

di Valentino Crepa – illustrazioni di Tito Ponzi

Erano passati un mese e un giorno da quando Dadomo aveva scoperto di essere fotogenico pure da nudo. Ma non stava pensando alla plasticità del suo corpo quando il telefonino cominciò a vibrare in una tasca dei calzoni. «Violacciocca, dimmelo una buona volta che non puoi fare a meno di me e facciamola finita con queste scuse. Vengo io ad abitare da te o vieni tu da me?»

Il colonnello sembrò stre allo scherzo. 

«Scordati per un attimo della tua astinenza e precipitati in strada. Tra cinque minuti passo a prenderti».

Fu puntuale. Durante il viaggio sull’auto della polizia, guidata da un brigadiere che filava come una freccia e considerava le rotonde alla stregua di ruote della fortuna, Violacciocca fu parco di parole. Neppure Dadomo aveva voglia di parlare. Uno era riservato per ragioni d’ufficio. L’altro, nervoso. Il colonnello gli aveva negato la pausa caffè nel primo bar sulla strada.

«Abbiamo fretta».  

Raggiunsero un ospedale nuovo di zecca costruito su certi terreni paludosi ai piedi delle colline. Dicevano che negli scantinati venissero di tanto in tanto azionate le idrovore per prosciugare il livello delle acque salmastre. La nota stazione termale era a pochi chilometri. In quel pantano puzzolente erano state rilevate notevoli quantità di bromuro e di iodio. Albergatori con il senso degli affari avevano trasformato quella melma oleosa in una pregiata risorsa, il «rebirth’s mud», il fango della rinascita di cui amavano farsi spalmare manager stressati e donne sole. La rifioritura delle creature immerse nel brago avveniva in un’ipogea beauty farm opportunamente battezzata «La grotta di Alì Babà» per i tesori minerali ivi contenuti. Mentre i soliti sciacalli, pensando a quanto era costata ai contribuenti, la chiamavano «la caverna dei quaranta ladroni». Nello stesso sotterraneo dell’ospedale si trovava l’obitorio, dove Violacciocca e Dadomo si calarono turandosi il naso. Non era puzza morto, ma l’odore di uova marce delle acque termali.

«Qui è solo di passaggio».

Non dovette spremersi le meningi più di tanto, Dadomo, per capire che il soggetto sottinteso di Violacciocca era un cadavere.

«Perché non l’avete trasportato all’obitorio di Parma, invece che in quest’ospedale di seconda fila?»

«Qui è più vicino al luogo del ritrovamento e poi a Parma non avremmo saputo che farne. Dovremo inviarlo a qualche laboratorio specializzato. Magari ai Ris di Bolzano». «Non mi dire che hai trovato un’altra mummia del Similaun?»

«Non sai quanto ci sei andato vicino. A forza di dire balordaggini qualche volta fai centro».

Quel che Dadomo vide subito dopo la su dozzinale battuta era ben peggio di Ötzi, l’uomo del neolitico ritrovato sul ghiacciaio di Similaun nel 1991. Almeno quello aveva brandelli di tessuto incartapecorito attorno alle ossa, mentre questo era solo ossa spolpate.

«Chi è? Dove lo avete trovato?»

«Nel fossato attorno alla rocca di Fontanellato. Lo hanno tirato su dal fango alcuni operai durante l’annuale pulizia del fossato prima della gara di pesca che si tiene ogni anno all’inizio di ottobre».

Le ossa, così bianche da sembrare candeggiate, erano state raschiate da rasoi affilati. Dadomo, che pure non poteva vantare nozioni di anatomopatologia, si chinò per  osservare il cranio. Quindi si tirò su e chiese all’infermiere che li aveva accompagnati se poteva esaminare la nuca del morto. L’infermiere interrogò con gli occhi Violacciocca, che diede il suo assenso con un cenno del capo.

Dadomo si piegò di nuovo sul reperto. Sorrise. Un sorriso di trionfo, per quanto frenato dall’ambiente e dalla sua proverbiale modestia. Estrasse dal taschino della camicia la stilografica che lo faceva somigliare a un salumaio e con quella indicò a Violacciocca una fossetta quasi invisibile nell’osso occipitale.

«Se questo è il segno di una biglia, immagino che questi siano i resti del principe, lascio a te immaginare il resto».

L’esperienza subita aveva fatto di lui un pozzo di scienza in materia di balistica fromboliera.  

«Una biglia scgliata da una fionda non uccide, neppure se colpisce un punto così delicato».

«Ma fa perdere l’equilibrio a uno che cammini sugli spalti tanto da farlo precipitare di sotto e annegare nel fossato». «Più fanghiglia che acqua. Avrebbe potuto venirne fuori, è un pantano da carpe, non la fossa delle Marianne».

«No, se aveva bevuto e se era stato tramortito».

«Già, e poi l’hanno spolpato gli squali che teneva nel suo fossato?»

«Se non mi credi mandalo pure ai Ris di Bolzano, ma forse riusciamo a trovare una spiegazione senza perdere tempo e senza spendere tanti soldi. Pagami un caffè e poi portami a Fontanellato».

Arrivarono mezz’ora dopo e senza spiegare le sirene. La notizia era ancora fresca e attorno al fossato ristagnavano capannelli di vecchi e bambini, donne ed extracomunitari. Era l’avvenimento del giorno. Forse dell’anno. Mancava solo la principessa, chiusa nella casetta del custode. I giornalisti e i furgoni delle tv non si sarebbero fatti attendere ancora molto. Nel fossato senz’acqua, alcuni uomini con stivali da pescatore affondavano nel pantano fino al ginocchio spalando la fanghiglia imbottita di barattoli, bottiglie e altri rifiuti non deperibili. Il grosso del lavoro lo stava facendo una piccola ruspa. Ai denti della benna che rovistava nel fango e nei gusci delle cozze provenienti dalle pizzerie del circondario che risolvevano così uno degli enigmi della raccolta differenziata, erano appese un paio di mutande da uomo dilaniate, squarciate da numerosi colpi di cesoie. Quel che la ruspa accatastava in piccole dune gli spalatori lo buttavano con i badili in cassettoni metallici che il braccio di una gru cingolata issava poi sul pianale di un camion. «Ci sono sporcaccioni che usano il fossato come una discarica abusiva», spiegava un emigrato dell’Africa nera a un suo connazionale forse appena arrivato e perciò non ancora aduso agli usi e costumi locali. Alla vista di tanto sconquasso, a Dadomo uscì un urlo di raccapriccio e cominciò a sbracciarsi verso gli operai.

«Ehi, state distruggendo le prove, fermatevi!».

Violacciocca bloccò la su scomposta segnaletica.

«Non ti agitare. Ci hai preso per dei dilettanti? Abbiamo delimitato l’area attorno al punto dov’è stato ritrovato lo scheletro e nessuno ha portato via niente».

«Allora troviamo due paia di stivaloni e andiamo a vedere».

Attorno alla fettuccia invalicabile con il marchio della polizia di Stato, alcuni uomini della squadra subacquea dei carabinieri stavano trascinando i piedi alla velocità del primo uomo sulla luna. Avevano la muta addosso e le pinne ai piedi. Sull’argine del fossato, come zaini abbandonati da gitanti stanchi, giacevano le bombole con i respiratori.

«Anche i sub? Ma siete matti?»

«Quando hanno sentito che si trattava di un fossato, cioè di acqua, non sono stati a pensarci su tanto. Sono venuti come di solito vanno: equipaggiati di tutto punto».

Un banale ritrovamento si stava trasformando in una fiera campionaria dell’improvvisazione e del volontariato, dove tutti volevano esibire la propria attrezzatura e la propria efficienza. I vigili del fuoco erano intervenuti con due autobotti e un’autoscala. Gli uomini in casacca arancione della Protezione civile aiutavano gli agenti delle Terre Verdiane a sbrogliare il traffico. I cani del soccorso cinofilo tiravano il guinzaglio e abbaiavano a chiunque alla maniera dei pastori tedeschi nei lager nazisti. I rocciatori della locale sezione del Club alpino italiano erano accorsi con imbracature, corde e cordini, pronti sia a scalare le mura sia a calarsi dalla torre. «La scala dei pompieri non arriva dappertutto, noi sì», avevano precisato. La pubblica assistenza mostrava l’ultima ambulanza donata da una generosa banca parmigiana assorbita da una banca francese. L’autista la ripuliva dagli schizzi di fango con cui l’avevano inzaccherata i paramedici nel caricare il cadavere del principe. Dopo la prima consegna era tornata sul luogo del delitto se mai saltasse fuori un altro morto. 

Dadomo, calato in un paio di stivali a salopette che gli arrivavano fino al mento, si muoveva con l’agilità di un pesce siluro intrappolato nella melma. Camminava guardingo in mezzo a quel letamaio, a passi corti e vischiosi, per non inquinare le prove. Gli veniva da ridere. Perlustrava la fanghiglia con una sorta di sguardo ai raggi X. Per quanto fosse cauto e badasse a dove metteva i piedi, ci mancò poco che calpestasse un oggetto luccicante. Il bordo di un bicchiere. Fece cenno a un poliziotto della scientifica di avvicinarsi. Che ci pensasse lui al reperto di cui aveva intuito la forma e la fragilità. Lo specialista lo estrasse con cautela. Era un calice di forma finissima, probabilmente di cristallo, con decorazioni a sbalzo e incisioni satinate. Quello non lo avevano buttato degli incivili. Dadomo si permise di dare un suggerimento che non gli spettava. 

«Continuate a cercare lì attorno, può darsi che troviate qualcos’altro».

Trovarono una bottiglia. Di cognac. Con l’etichetta ancora leggibile. Dadomo si rivolse a Violacciocca per mettere la didascalia anche a quella scoperta.

«Il cognac preferito dal principe, per quel poco che so di lui. È di una marca rara, non importata. Lo faceva arrivare direttamente dalla Francia. Dunque, o questa bottiglia l’ha buttata il principe o è caduta insieme a lui e al bicchiere».

«Potrebbe essersi suicidato e aver battuto la testa, ammesso che quella del cranio non sia una fossetta naturale».

«Ti posso assicurare che il principe non aveva nessun motivo per suicidarsi. In quei giorni aveva messo a segno un colpo che gli aveva fatto dimenticare persino le sue traversie finanziarie».

Dadomo non ritenne opportuno spiegare a Violacciocca che quel colpo fortunato era la conquista di Ornella con l’anello di Donna Venerina.

«Viola, mi puoi passare una delle tue bustine di cellophane  da reperto?»

Dadomo affondò una mano nel fango per estrarne un pescetto che non aveva mai visto. Lo infilò nella busta e si mise la busta in tasca. Il colonnello lo guardò stupito.

«Tranquillo. Non è sottrazione di prova, l’ho preso al di fuori dell’area delimitata. Voglio farmelo fritto. Se è buono vengo a prenderne altri. Non vedi quanti ce ne sono qui intorno?»

La melma pullulava di quei pascetti che luccicavano come sardine obese.

«E poi lo vedi quanto sono brutti? Forse sono brutti, ma buoni».

Violacciocca scosse la testa. Dadomo invece rimuginava qualcosa che sembrava divertirlo. Pensava che ormai era venuto il momento di ripassare da sua sorella.

«Vieni Viola, che ti porto a fare un bel giro e ti presento alcune persone interessanti. Ma prima mi paghi un caffè». Continua…

 (domani, 26 agosto, la trentatreesima puntata)

 Torta fritta

 La copertina del volume, disponibile su richiesta (illustrazione di Tito Ponzi). 

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