Dadomo non è orgoglioso di sua sorella (XXIX)

Pubblicato da Redazione il 23 agosto 2009 in La fatwa della torta fritta, Racconti, Satira |

29-La sorella che si è convertita all'islam 

di Valentino Crepa – illustrazioni di Tito Ponzi

Dadomo pensava che fosse finita lì e invece no. Al risveglio, la principessa lo acchiappò al volo e gli si strusciò contro a lungo davanti alla finestra aperta. Lui era ancora in mutande. A lei scivolò inavvertitamente a terra la vestaglia di seta. Lui cercò di attirarla verso il letto. Se proprio doveva, che fosse con tutte le comodità. Lei lo costrinse a farlo in piedi.

«Almeno chiudiamo la finestra».

«Chi vuoi che ci veda dal parco, gli scoiattoli?»

Venne il momento del congedo e finalmente a Dadomo parve che la divoratrice di uomini si fosse data una calmata. In una tasca aveva il suo assegno. Non era una cifra principesca, però lei almeno aveva pagato.

Appena fuori del paese e delle grinfie della principessa, accese l’autoradio per sentire se c’erano sviluppi nella caccia al principe. Niente. Oltre che da causa sua, era scomparso anche dai notiziari. Doveva avere un buon rifugio e anche un certa sommetta in qualche banca svizzera, visto che non aveva toccato niente dei suoi conti italiani.

Uscendo dalla rocca aveva notato che la sua auto era scomparsa. Faceva parte dei beni sequestrati, probabilmente il tribunale aveva mandato un carro attrezzi a prelevarla. Non era malaccio, avrebbe tenuto d’occhio le aste giudiziarie per vedere se veniva via con poco. Si era arredata mezza casa con i mobili pignorati. «Non ti fa un certo senso dormire in un letto che non sai a chi è appartenuto?», gli aveva chiesto una volta una donna stesa accanto a lui stessa sul suo letto di legni pregiati e intarsiati. Lo sapeva benissimo a chi era appartenuto. A un mascalzone che ci aveva fatto sopra i salti mortali con Tamara Baroni, una divinità dei suoi anni acerbi. Certo le molle non erano più le stesse, ma da un ricciolo della testiera era riemerso un capello corvino appartenuto senza dubbio alla chioma della celebre cerbiatta.

Molti oggetti del suo appartamento erano stati testimoni di una storia finita sui giornali. La madia con il doppio fondo dove un partigiano di Valmozzola teneva nascosti volantini partigiani. La valigia che un famigerato bancarottiere aveva stipato di biglietti da centomila lire per portarli a prendere un po’ d’aria buona in Svizzera. Il divano della casa di piacere clandestina su cui si appisolava il benemerito industriale.

A Dadomo era venuto più volte il dubbio di essere un feticista. E ogni volta si era risposto che no, era solo un coltivatore di memorie. Dove sarebbe finita la storia della sua città senza qualcuno che ne conservasse i cimeli? E poi le sue non erano reliquie abbastanza importanti da custodire in un museo. Qualcuna era di provenienza furtiva. Come quella che aveva quel momento sul sedile posteriore della sua macchina, malamente coperta da un  asciugamano da spiaggia.

Una notizia biascicata dal solito giornalista con l’anolino in bocca distrasse l’investigatore dai conti che stava facendo con la sua coscienza. Dadomo allungò il pollice e l’indice a pinza per alzare il volume dell’autoradio.

«Questa notte, una mano ignota ha cercato di appiccare un incendio alla trattoria della Sceriffa, il noto locale della Bassa, tempio della tradizione culinaria parmigiana».

Dadomo alzò il volume e spalancò le orecchie.

«I carabinieri, che mantengono il più stretto riserbo, non escludono l’origine dolosa».  

Squillò il telefonino. Spense la radio.

«Buongiorno Violapassa… sì ho appena sentito. No, non sono stato io. No, non ho voglia di scherzare. Sto guidando, non ho l’auricolare, aspetta che accosto e ti ascolto».

Ascoltò a lungo.

«In pratica, tu mi chiedi di fare l’informatore della questura. Che cosa me ne viene in tasca, scusa? Le cattive con me le hai già usate. Perché non passi alle buone, perché non mi allunghi qualche banconota dei vostri fondi segreti? Devo meritarmela, certo… Ho capito… Dimmi tu come».

La spiegazione di Violacciocca richiese una lunga sosta sul ciglio impolverato della strada. Quando rimise in moto, Dadomo fece un’inversione a U, torno indietro di un paio di chilometri e imboccò una strada secondaria, direzione Casalbarbato.

Prima di arrivare al centro del paese, si fermò davanti a un piccolo edificio isolato che era stata una scuola elementare rurale. Costruito durante il Ventennio, l’edificio aveva svolto il suo compito fino a metà degli anni Settanta, quando gli scuolabus del comune cominciarono a passare per raccattare gli ultimi bambini rimasti nelle frazioni e nelle campagne per portarli a scuola in città.

Suonò il clacson. A una finestra del piano rialzato si affacciò una donna di mezza età con il volto incorniciato da un hijab.

«Ciao Betta, c’è tuo marito?»

«Ehi, Dino, vieni dentro che te lo chiamo. È sul retro che sta facendo scuola a un gruppetto di bambini».

«Le scuole sono chiuse in agosto».

«Tutti i mesi sono buoni per insegnare il Corano».

E quella era sua sorella Betta. Cinque anni meno di lui, fervente cattolica, troppo giovane per essere irretita dal Sessantotto, era inciampata nel Settantasette, ne era uscita, all’Università di Bologna aveva conosciuto uno studente di medicina iraniano, che non si era mai laureato, si era innamorato della causa dell’ayatollah Khomeini, l’aveva sposato (lo studente) e ora eccola lì, convertita, con sei o sette figli (aveva perso il conto dei suoi nipoti), nella scuola fascista che era diventata una sorta di medrassa.

Certo avrebbe potuto andarle anche peggio. Aveva evitato la droga, aveva evitato di diventare sazia e disperata come gli emiliani dell’arcivescovo Giacomo Biffi e di suo marito, che vedeva atei e comunisti ovunque.

Era sua sorella, cercava di dimenticarlo, ma Violacciocca glielo aveva appena ricordato. Non tanto che era sua sorella, ma che era la moglie dell’imam di Casalbarbato, una voce autorevole nella comunità islamica parmense, cioè dell’intera provincia, uno dei capintesta nelle annose trattative per la tribolata costruzione della moschea.

L’imam cognato lo accolse a braccia aperte e poi le braccia gliele strinse attorno al suo voluminoso torace. Un’affettuosità di cui avrebbe fatto volentieri a meno, ma per quella gente lì la famiglia è sacra, perciò lo ricambiò palpandolo delicatamente sui fianchi. Dalla consistenza delle maniglie dell’amore nascoste dal caffettano, arguì che pure lui era sazio. Ma non disperato a giudicare, dall’espressione di appagamento che irradiava dal volto. Alì salutò Dadomo con il consueto trasporto.

«Fratello, la mia casa è la tua casa».

«Precisiamo: fratello suo, cognato tuo. E la casa per ora è sempre del comune che ve l’ha benevolmente affittata in cambio di quasi niente».

«Sempre la battuta pronta, eh».

«Meglio una battuta con la lingua che un sasso in mezzo agli occhi».

Prima che la sua battuta sulla lapidazione scatenasse una scaramuccia tra diritto romano e sh’aria musulmana, intervenne sua sorella, uscita nel frattempo di casa. Betta si pulì le mani nel grembiule che portava sulla lunga veste da suora, che ora neanche le suore erano più così intabarrate. E con quella temperatura, per giunta.

«Dino, stai esagerando».

«Lascialo dire Fatima, è un peccatore su cui Allah non ha ancora posato la sua mano».

Dadomo guardò istintivamente verso l’alto, per accertarsi che qualcuno non ascoltasse la preghiera del cognato. 

Fatima, suo marito la chiamava così, come la figlia di Maometto, chiuse la bocca a comando.

Dadomo avrebbe fatto volentieri a meno di quella visita a quel parentado imbarazzante, ma una volta tanto era d’accordo con Violacciocca: bisognava evitare il peggio.

«Vieni fratello, dentro si sta più freschi».

Si sedettero attorno a un tavolino basso. Fatima portò il tè alla menta. Dadomo non fece obiezioni. Sapeva che l’unica alternativa sarebbe stata la Mecca Cola. Fuori si sentivano vociferare i bambini felici per l’imprevista ricreazione di cui era stato la causa probabilmente benedetta. Dadomo venne subito all’oggetto della visita.

«Ti dico una cosa che forse saprai già: stanotte qualcuno ha cercato di dare fuoco a una trattoria della Bassa che qualche giorno fa ha ospitato un simposio di dottori della legge islamica».

«Non ne so nulla e quello che mi stati dicendo è molto grave. Primo per il fatto in sé. Secondo perché pensi che io ne sappia qualcosa, dunque che vi siano implicati dei fratelli».

«Non correre alle conclusioni e non scusarti per accuse che non ti ho fatto. Ti ho semplicemente detto che forse lo sapevi già perché avresti potuto sentirlo alla radio, come me».

«Ho cominciato a insegnare poco dopo essermi svegliato e da allora non ho ancora smesso. E poi non ascolto le vostre radio».

«Sono anche le tue. Potranno farti schifo, anche a me spesso non piacciono, ma sono le voci di questo Paese di cui mi pare tu sia cittadino riconosciuto».

«Insh’allah, a Dio piacendo, sì».

«E poi ci sono altre voci…»

Con la scusa di mandare giù un sorso di tè bollente che gli scottò la lingua, Dadomo fece una pausa per enfatizzare quel che stava per dire. Alì restò in silenzio, ma l’espressione del suo volto si era fatta più attenta.

«Non so perché, ma i questurini si sono messi in testa che c’entri qualche tuo amico».

«Quei porci, che Allah li strafulmini».

«Lascia perdere i maiali impuri e non metterti a parlare come Kit Carson. Non negherai che si sono parecchie teste calde tra i tuoi. Tu sei un moderato riconosciuto, ma tra di voi si nascondono dei fanatici. La questura vuole che glieli consegniate, se no minaccia di scatenarsi senza andare tanto per il sottile».

«Ma questo è un sopruso».

«Chiamalo come vuoi, ma l’aria potrebbe farsi pesante. Mi hanno mandato da te proprio per scongiurare ritorsioni e incidenti dove a pagare sono sempre gli innocenti. Lo sai bene che con questo caldo la gente prende fuoco con una certa facilità. Perciò, fa qualche telefonata in giro e cerca di sapere chi è stato e perché è successo».

«Non sono un informatore della polizia».

«E allora diventerai il responsabile di qualcosa di brutto, ti è stata offerta la possibilità di cavartela con poca spesa, se fossi in te non la rifiuterei».

L’imam di Casalbarbato sembrò farsi più ragionevole.

«Ti ripeto che la polizia sta battendo una pista sbagliata».

«Sei padrone di crederlo e di predicarlo venerdì in moschea, ma dietro la polizia ci sono forze politiche che non vi vedono di buon occhio e che non hanno voglia di mettersi a distinguere tra moderati e facinorosi, tra islamici e islamisti, com’è di moda dire adesso. Metti in conto anche che la nuova giunta di Casalbarbato non è vostra amica. Potrebbe chiederti indietro la scuola da un momento all’altro».

«Sarebbero dei bastardi. Allora verremmo a vivere a casa tua».

Dadomo barcollò a quel colpo sotto la cintura, ma ebbe la forza di tenere alta la guardia.

«Lo  sai meglio di me come funzionano queste cose: à la guerre comme à la guerre. C’è una jihad in corso o sbaglio?»

«Quella della jihad è una vostra fantasia paranoica».

«Chiamala come vuoi, non puoi negare che ci siano frizioni tra le due comunità. Cerca di evitare lo scontro. Fai quelle telefonate. La questura vi concede fino a stasera per far saltare fuori i responsabili, poi cominciano le perquisizioni a tappeto e gli arresti. Grazie per il tè».

Se ne andò senza abbracciare nessuno e senza chiedere dei nipoti, sollevando una nuvola di polvere nel piazzale della scuola che né locatori né locatari si erano dati la pena di asfaltare. Tanto quella scuola stava per essere demolita da un momento all’altro. Al suo posto sarebbe sorto un centro commerciale. Era ora di finirla con le scuole, ormai erano tutti abbastanza istruiti per fare la spesa con il «salvatempo».

E poi una scuola fatiscente abitata da un musulmano che faceva scuola a dei piccoli musulmani con la cittadinanza italiana era per la nuova giunta un vivaio di terroristi da radere al suolo. Continua…

 (domani, 23 agosto, la trentesima puntata)

 Torta fritta

 La copertina del volume, disponibile su richiesta (illustrazione di Tito Ponzi). 

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