Prima che la civetta canti qualcuno morirà (XXVIII)

Pubblicato da Redazione il 22 agosto 2009 in La fatwa della torta fritta, Racconti, Satira |

28-Il principe festeggia l'amore ritrovato

di Valentino Crepa – illustrazioni di Tito Ponzi

Era accaduto la sera prima che ingaggiasse Dadomo. Il giorno stesso della missione di Filippo a Casalmaggiore. Si trovava nel suo appartamento a girarsi un bicchiere di whisky tra le mani, forse il sesto o il settimo, quando sentì bussare alla porta. Doveva essere Filippo che tornava, pensò slanciandosi verso la porta. Non appena l’ebbe spalancata, l’artiglio che nella foga aveva stritolato la maniglia le ricadde a ciondoloni lungo il fianco come un arto staccato dal busto con una sciabolata di paura. Non era Filippo. Era il morto. O meglio, quello che avrebbe dovuto esserlo. 

«Ciao, Vanessa».

«Tu?»

«Aspettavi forse qualcun altro?»

Guidata dall’istinto di conservazione, la principessa con il nome in rima mentì da quella spudorata che era. Il suo cervello era una donnola in gabbia che si agitava convulsamente alla spasmodica ricerca di un buco nella rete.

«Mio marito».

Lui si avvicinò alla bottiglia quasi vuota sul tavolo, l’afferrò con due dita e la mostrò alla donna.

«E mentre lo aspetti, di solito ti ubriachi?»

«Non sono ubriaca».

«Però ti tremano le mani».

«Ne ho paura. Si è messo in testa che io lo tradisco e vuole buttarmi fuori. Vuol divorziare. Pensa di potermi ripudiare. Si sente uno sceicco».

«Raccontami».

«Accomodati e preparati ad ascoltare una brutta storia».

«Non più brutta di quella che poi ti racconterò io».

Le mani della principessa ripresero a tremare. Lui la guardò negli occhi ma lei non abbassò i suoi.

Con quell’uomo non servivano baci e carezze. I giochi della seduzione non lo incantavano. Decideva lui quando voleva una donna. In quel momento il suo sguardo stava iniettando il siero della verità nella principessa che gli stava di fronte. E lei lo sapeva perché lo conosceva da troppo tempo. Erano fatti della stessa pasta. Se lei non avesse superato l’esame, non l’avrebbe passata liscia. Perciò il suo resoconto fu senza piagnistei. Con lui la recita della scena madre non  attaccava.

«Quando ha saputo che avevi intimidito il suo investigatore, me l’ha giurata».

«Come l’ha scoperto?»

«Glielo ha detto lui, Dadomo».

«E allora che è successo?»

«Mi ha picchiata».

Il visitatore che la stava terrorizzando la osservò con maggiore intensità. Lo sguardo dell’inquisitore prima della tortura che farà sputare tutti i rospi. 

«Riassumiamo e vediamo se questo pasticcio ha un senso: tu mi chiami e mi chiedi di spaventare l’investigatore di tuo marito che pensi ti stia pedinando per scoprire se lo tradisci. Giusto?»

«Giusto».

«Ti faccio una domanda che non ti ho fatto allora perché non mi interessava e non mi interessa neppure ora. Te lo chiedo solo per capire. Per riuscire a mettere a posto tutti pezzi. Tu dimmi solo sì o no. Gli hai fatto le corna?»

«No».

Si fissarono a lungo negli occhi. Nessuno dei due li abbassò.

«Gli hai mai parlato di me?»

Lei abbassò lo sguardo e restò muta.

«Non voglio ripetere la domanda, Vanessa».

Lei rialzò gli occhi. 

«Sì, in un momento di rabbia».

«Che cosa gli hai detto?»

«Quando mi ha picchiato gli ho detto che qualcuno gliele avrebbe restituite a nome mio».

«Hai fatto il mio nome?»

«Mi hai preso per scema?»

«E allora come a fatto ad arrivare fino a me?»

Lei scattò in piedi.

«È venuto da te?»

«Poi ti spiego. Se tu non gli hai detto niente, come ha fatto a trovarmi?»

«Dadomo, deve averglielo detto Dadomo».

«E a Dadomo chi ha parlato di me?»

«Non so. È amico di certi pezzi grossi della polizia. Forse sono stati loro a parlargli di te. Ti sei fatto vedere troppo in giro. Sei rimasto una giornata intera dalla Sceriffa proprio mentre la sua osteria pullulava di poliziotti per il raduno dei muftì. Vuoi che non ti abbiano riconosciuto e abbiano collegato? Non sei stato molto prudente».

Le sembrò di avergliela imbastita abbastanza bene la balla, o perlomeno di averci messo una pezza provvisoria. Poi avrebbe rinforzato le cuciture.

Natale Bussolotti restò a lungo silenzioso senza staccare gli occhi di dosso dalla sua amica d’infanzia.

«Potrebbe essere andata anche così».

Lei tirò un sospiro di sollievo, ma solo con il pensiero. Se lui se ne fosse accorto avrebbe ricominciato a sospettare. Passò all’offensiva.

«Ma tu, dimmi, perché sei qui? È successo qualcosa? Se arriva mio marito che cosa gli raccontiamo».

La storiella della moglie colta in fallo che non sa improvvisare una risposta convincente fu il suo capolavoro nel dipingersi come sprovveduta.  

«Avrei un paio di domande da fargli. La prima è chiedergli perché oggi ha cercato di farmi ammazzare».

«Ma che cosa stai dicendo?»

«Ascoltami. È venuto da me quella specie di Primo Carnera del vostro domestico…».

«Filippo?»

«Non so come si chiami. So solo che adesso è in un cassetto del frigo dell’obitorio di Casalmaggiore».

«Morto? Voglio dire…».

«Credi che se ne stia lì perché fuori c’è caldo?».

«Ma com’è morto?»

«Per un colpo, ma non di cuore e neanche di sole».

Lui sogghignò. Lei si portò le mani al volto, sotto gli occhi, come per accertarsi di avere ancora gli zigomi. Una scena drammatica, ma controllata. Tutta stupore, niente dolore né raccapriccio.

«Lo hai ucciso tu».

Non era una domanda, ma una constatazione comprensiva di assoluzione. Quella macchina per uccidere era ancora carica. La pantomima si stava facendo delicata.

«Una vi di mezzo tra l’incidente e l’autodifesa».

Le raccontò come si erano svolti i fatti. La panzana del siluro che cominciò a puzzare non appena gliela snocciolò, la sua decisione di stare al gioco per vedere qual era la posta in palio, ma pronto a scattare. Bussolotti si era aspettato che a un certo punto il friulano tirasse fuori una pistola e invece si era limitato a dargli una spinta. Uno scherzo da prete, una trovata così banale che lo aveva colto alla sprovvista. Una volta in acqua, estrarre la fionda, che portava sempre in tasca e abbatterlo era stato la fine di quel gioco durato troppo poco per essere divertente. Abbastanza lungo da irritarlo, dato che gli erano piombati addosso i carabinieri, la polizia ed era rispuntato quel ficcanaso di Dadomo che aveva avuto così la sua rivincita.

A quel racconto lei si scoprì apprensiva e materna.

«Nessuno ti ha visto? Stai bene ora?»

«C’erano dei curiosoni su una draga, ma erano lontani e non sono stati abbastanza svelti d’occhi da capire quel che è successo. Nessuno ha visto volare la biglia. E se qualcuno l’avesse vista, poi l’avrebbe anche assaggiata».

«E la fionda?»

«Mi pare improbabile che possano trovarla sul fondo del Po, per quanto sia secco in questa stagione».

«Avevi altre biglie con te?»

«Nel fango del fiume anche quelle. Avevo le tasche e la coscienza pulite quando mi hanno tirato a riva».

Se è per questo, pensò Vanessa, te la sentiresti pulita anche dopo aver compiuto una strage in un orfanotrofio e saresti capace di raccontare che lo hai fatto per non farli soffrire. Si sentiva rinfrancata. Per l’effetto combinato del whisky, del suo fiuto e di quel racconto la donnola intravide una via di fuga. Il viso le si rasserenava a mano a mano che il suo amico d’infanzia metteva in fila i fatti.

Il cervello bacato di Bussolotti aveva preso a marciare nella direzione giusta.

«Se è stato tuo marito a mandarlo, devo fargliela pagare».

«Non correre. Non ne hai le prove».

«Non ho bisogno di prove, non sono un giudice, mi basta ragionare. Chi potrebbe essere stato, se no?»

Lei avvertì il pericolo che tornava e se ne allontanò.

«Che cosa vuoi fare?»

«Ucciderlo».

Lei sbarrò gli occhi e non era una reazione finta stavolta.

«Non rovinarti. Non rovinarmi. E se ti hanno visto venire qui? Cerchiamo di ragionare freddamente».

Se qualcuno avesse potuto decifrare l’espressione di piacere che rischiarò per un attimo il volto di Bussolotti, avrebbe potuto ritrovarvi la complicità dei due vecchi ragazzi che ne avevano combinate tante insieme. E adesso erano di nuovo insieme a studiarne un’altra. Fu magnanimo lasciando a lei la prima parola.

«Ragioniamo».

«I fatti li conosciamo. Il principe ha fatto qualcosa di brutto a me e ancora di più l’ha fatta grossa a te. Deve essere punito. Fin qui ci siamo?»

«Vai avanti».

«Però non dobbiamo agire d’istinto, se gli dovese succedere qualcosa bisogna che in quel momento noi ci troviamo ben lontani da lui in modo da dimostrare la nostra estraneità all’incidente».

«Così deve essere».

«Intanto che tu prepari il piano io mi preparo la copertura, faccio in modo che nessuno mi perda di vista durante tutto il tempo che occorre a te per concludere la faccenda».

«Come pensi di fare».

«Mi farò sorvegliare dallo stesso Da domo. Lo assumerò come mia guardia del corpo. Lo costringerò a restarmi accanto per tutto questo tempo».

«A volte penso che tua sia meglio di me?»

«Lo sono sempre stata. Pensi di concludere entro questo fine settimana».

«Tu sai che la sveltezza è un’altra mia specialità. Mi organizzo l’alibi e in un giorno o due ti faccio il servizio. Prepara gli abiti per la cerimonia del caro estinto». 

La donnola si sentì finalmente libera. Avrebbe voluto saltare al collo dal suo liberatore che le era entrato in casa da boia ma si guardò bene da una reazione scomposta che avrebbe potuto tradirla.

Gli parlò nel solo linguaggio che era in grado di smuoverlo e commuoverlo.

«Quanto mi costerà?»

«Un prezzo da amico. Te la cavi con 100 mila euro».

Non era a buon mercato, ma sempre meglio che lasciarci le penne se lui avesse scoperto la verità.

«Affare fatto».

Non era una piccola fetta del bottino che aveva messo da parte. Ma in quel momento non aveva scelta. Doveva fare buon viso a cattivo gioco. Con quella cifra, più che vendere la pelle del marito si era ricomprata la sua.

«Dov’è lui adesso?»

«Sarà da qualche parte con la sua fidanzatina».

Ma la sua macchina è qua fuori.

«Saranno andati via con quella della fornarina».

«Sai se rincaserà per cena?»

«Non so nulla dei suoi spostamenti, ormai non ci parliamo quasi più. Hai già un’idea di come procederai?»

«Devo pensarci. Bisognerà aspettare che sia buio. Hai un posto dove nascondermi?»

«Qui è tutto un nascondiglio. Non è certo lo spazio quel che ci manca».

«Pensavo di entrare in azione domani o dopodomani; tu devi solo avvisarmi che è in casa, farmi trovare la porta aperta e poi assicurarti la copertura di quel bel tomo di Dadomo. Chi altri vive con voi due in questo casamento?». 

«Chi altri vuoi che ci sia?»

«Che vuoi che ne sappia delle usanze di voi nobili. Avrete un cuoco, una cameriera, qualcuno che spolvera tutti questi mobili…».

«Ah, la servitù. Hai un’idea un po’ antiquata dei castelli e dei loro disgraziati proprietari».

«Chi vi fa da mangiare?»

«Un po’ ci pensava Filippo, un po’ aprivamo il frigo, un po’ andavamo a cena fuori. Le poche volte che avevamo ospiti facevo venire il cuoco dal ristorante o una signora del paese».

«Oggi vi ho privato del vostro unico domestico».

Sghignazzò. E a modo suo le porse le condoglianze per la grave perdita.

«Mi spiace». 

«Ci hai fatto risparmiare un mese di stipendio».

«Cinica. Non ti piaceva come cucinava o come spolverava i mobili?»

Trattenne a stento una battutaccia. E se quella domanda all’apparenza spiritosa fosse stata un’astuta provocazione di quell’uomo imprevedibile che la saggiava proprio quando lei si credeva ormai in salvo?

«Non mi è mai piaciuta la cucina friulana, non mi piaceva come guidava, non mi piaceva come mi guardava e poi era troppo attaccato a mio marito».

«Gelosa?»

Ritenne prudente stare allo scherzo.

«Ora non più».

Mentre chiacchierava di sciocchezze, Natale faceva girare gli argani della testa. Scandagliava il terreno alla ricerca di eventuali brandelli di bugie che gli fossero sfuggiti e nel contempo cercava una soluzione a quel lavoretto che gli era stato commissionato così su due piedi. Come se l’avessero deciso insieme, mentre era quasi certo che lei lo avesse in testa già da tempo. 

Non l’aveva convinto del tutto il racconto della sua vecchia amica, ma alle incongruenze ci avrebbe pensato dopo aver incassato il cachet.

Guardò la bottiglia che Vanessa aveva intanto finito di scolarsi. Ne aveva offerto anche a lui, che aveva rifiutato.

«Spero che non sia l’ultima bottiglia di liquore che hai in casa».

«Perché?»

Bussolotti le illustrò il piano che cominciava a prendere forma nella sua testa. Lei ne fu piacevolmente inorridita.

«Cerca di non sbagliare il colpo. Ha una testa che inganna, da bambino ma dura, è come quelle noci troppo piccole per le ganasce dello schiaccianoci». 

«Lascia fare a me. L’importante  è che tu sia con il tuo testimone quando sentirai il verso della civetta».

«Come fa la civetta?»

«Così».

All’udire quel verso lugubre, Vanessa sentì freddo alle ossa. Ma non aveva altro da mandare giù per riscaldarsi.

Mentre i due amici ritrovati perfezionavano il piano per l’espulsione del principe dal mondo dei vivi, alla vittima designata non fischiavano le orecchie per la semplice ragione che in quel momento aveva di meglio da fare e lo stava facendo.

Il dono dell’anello gli aveva dischiuso nuove prospettive, che stava festeggiando in un cinque stelle dell’associazione Relais et Chateaux della campagna cremonese di cui aveva letto un gran bene sull’accreditata rivista di viaggi e turismo Panorama Travel, la sua preferita. Stava facendo la festa a Ornella in un’alcova molto più soffice e meno polverosa di quella di Donna Venerina.

Lui era innamorato. Lei era una calcolatrice. Lui non aveva alcuna intenzione di divorziare. Lei era seriamente decisa a sposarlo.

Ma il destino, che se ne infischiava dei loro progetti, stava dandosi da fare per mandare a gambe all’aria quei desideri incrociati. Continua…

 (domani, 22 agosto, la ventinovesima puntata)

  Torta fritta

La copertina del volume, disponibile su richiesta (illustrazione di Tito Ponzi). 

 

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